Kevin Carson. Articolo originale: The Communism of Everyday Life, pubblicato il 9 novembre 2014. Tradotto da Enrico Sanna.
David Graeber, Debito: I primi 5000 anni, Il saggiatore.
Come già in Elinor Ostrom, anche in David Graeber il pensiero è caratterizzato dalla fiducia nella creatività e nelle possibilità dell’uomo, nonché dal rifiuto di teorie preconcette sulle particolarità e l’essenza della storia o che influiscano sulla capacità, da parte di gruppi di persone, di trovare comuni accordi. Graeber è uno di quei pensatori anarchici (o anarcoidi) che, magari riconoscendosi in qualche forma di anarchismo col trattino, mostrano interesse per la varietà e le particolarità di quelle istituzioni, autonome, a dimensione umana, che vanno oltre il marchio ideologico. Graeber interpreta le relazioni tra individui senza ridurle a semplici astrazioni come il nesso di cassa o il socialismo dogmatico. Sulla base di queste qualità, ho già pubblicato su C4SS due saggi su James Scott e Elinor Ostrom, mentre per Graeber mi sono basato sulla lettura di Debito: I primi 5000 anni. Spero di continuare con Pëtr Kropotkin e Colin Ward che, pur definendo se stessi comunisti libertari, ideologicamente rientrano in una categoria più ampia.
Altra cosa che mi colpisce è che, secondo Graeber, particolarità e posizioni storiche dell’esperienza umana precludono l’astrazione delle relazioni umane in sfere artificialmente separate, come l’“uomo economico”, che svolgono la propria funzione unicamente nel nesso di cassa. Uno degli aspetti più criticati della scienza economica è che…
si voleva esistesse una disciplina chiamata «economia», una disciplina che si occupa in primo luogo di come gli individui trovano l’accordo più vantaggioso per scambiare scarpe con patate o tessuti con lance (senza però che lo scambio di tali beni abbia niente a che fare con guerra, passione, avventura, mistero, sesso e morte). L’economia dà per scontata una separazione tra distinte sfere del comportamento umano, separazione che tra popoli come i gunwinngu e i nambikwara semplicemente non esiste. … Questo a sua volta ci permette di sostenere che la vita è divisa in maniera netta tra il mercato, dove concludiamo i nostri affari, e la «sfera del consumo», dove ci prendiamo cura di noi con musica, feste e seduzione.
In realtà, come vedremo, la sfera separata del nesso di cassa atomizzato non esiste in nessuna società tranne laddove è stata creata artificialmente dallo stato. Storicamente, anche in quelle comunità in cui esistevano elementi significativi dello scambio, scambio e consumo avvengono in un contesto di relazioni sociali e religiose, di affetti e di rapporti famigliari. Una costante di tutta la storia umana (ma anche della nostra società, nonostante l’azione distruttiva dello stato che vorrebbe farne un complemento del nesso di cassa) è quello che Graeber definisce “comunismo quotidiano”. Le società del passato si reggevano su questa forma di comunismo quotidiano costituito dalla famiglia, l’autosostentamento, il dono, la condivisione tra amici e vicini eccetera, con un mercato di scambio e relative gerarchie a fare da impalcatura.
Per Graeber, questo genere di comunismo sta alla base della vita quotidiana di molte società, ma troviamo rapporti anarchici anche in gran parte della nostra quotidianità, come evidenziano molti anarchici. Possiamo riassumere il pensiero di Graeber nel classico “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Senza questa sorta di comunismo universale, basato sull’associazione volontaria e l’organizzazione di sé, quelle che chiamiamo società “capitaliste” o “socialiste di stato” semplicemente non potrebbero reggersi in piedi. Il nesso di cassa e le istituzioni piramidali dipendono in larga misura da questa base comunistica in cui vita e cultura si riproducono.
Infatti il «comunismo» non è una qualche utopia magica né ha a che fare con la proprietà dei mezzi di produzione. È qualcosa che esiste proprio adesso; che esiste, in certo modo, in ogni società umana, sebbene non ci sia mai stata una società in cui tutto fosse organizzato in maniera comunista e sarebbe difficile immaginare come potrebbe sussistere una società del genere. Infatti, per gran parte del nostro tempo, tutti noi agiamo da comunisti. … Una «società comunista»… non potrebbe mai realizzarsi. Ma tutti i sistemi sociali, inclusi quei sistemi economici ispirati al capitalismo, sono sempre stati costruiti su un substrato preesistente di comunismo.
Se osserviamo “chi abbia accesso a una certa classe di cose e a quali condizioni”, anche nel caso di due persone, e troviamo condivisione, “possiamo dire di essere in presenza di una sorta di comunismo”. L’ambito del comunismo lo troviamo anche in comunità “meno impersonali”come il villaggio medievale, dove è norma comune che chiunque abbia più di quanto necessita condivida l’eccesso con chi ha meno. Graeber racconta la storia di un danese che, capitato in Groenlandia, incontra un fortunato cacciatore inuit che condivide con lui e con i cacciatori meno fortunati la propria porzione. Il danese lo ringrazia e l’inuit per tutta risposta si offende.
«Qui nel nostro paese siamo esseri umani,” dice il cacciatore. «E siccome siamo umani ci aiutiamo a vicenda. Non ci piace sentire qualcuno che dice grazie. Quel che io prendo oggi, tu lo prendi domani.»
(Da notare che questa forma di comunismo era la principale “assicurazione sociale” contro la vecchiaia, la malattia e la disabilità quando l’unità sociale era composta da cacciatori e raccoglitori. Un cacciatore bravo e forte che condivideva la sua caccia con i meno fortunati si assicurava contro i rovesci della fortuna).
Anche all’interno del potere piramidale capitalista o socialista di stato (imprese, fabbriche di stato e così via) spesso le gerarchie si affidano ad una sorta di comunismo informale per cui quelli che stanno alla base collaborano tra loro per risolvere problemi che gli idioti ai vertici non vedono (quando non ne sono essi stessi la causa). Anche la società, nella fattispecie le comunità locali, in caso di calamità ricorrono ad un comunismo di base, con persone che offrono il proprio aiuto, o che rischiano la propria vita in modi che sono straordinari e ordinari al tempo stesso, come spiega Kropotkin ne Il mutuo appoggio.
Se osserviamo senza le lenti dell’astrazione ideologica le particolarità di certe forme di organizzazione spontanea, quello che colpisce è il fatto che accomodamenti e accordi personali, un miscuglio di scambi di mercato, doni, condivisioni e autarchie, sono estranei al problema misesiano del calcolo economico socialista, e ignorano la tesi dei socialisti anti mercato, secondo la quale qualunque forma di scambio sul mercato, generando vincenti e perdenti, porta ad un sistema capitalista basato sulla proprietà assenteista e lo sfruttamento del lavoro salariato. L’esperienza umana è semplicemente troppo vasta perché queste teorie possano descriverla adeguatamente.
Le teorie di Graeber sull’origine e la storia del denaro potrebbe scandalizzare molti esponenti della scuola austriaca sostenitori del sistema aureo e della moneta sonante. A me sembra invece storicamente irrefutabile, soprattutto vista l’antistoricità di molte teorie convenzionali in materia. Secondo una teoria di Smith, scritta ne La ricchezza delle nazioni e da allora accettata passivamente in mille testi introduttori di economia, agli inizi le società “primitive” si scambiavano i beni indispensabili col baratto; davanti al problema della “doppia coincidenza del bisogno”, la reazione fu l’accumulazione di beni, soprattutto quelli più richiesti, da usare come mezzi di scambio, i quali furono poi sostituiti da metalli preziosi e rari, arrivando infine a emettere specifiche quantità di questi metalli denominati in valori monetari. Da qui si passò all’emissione di credito usando la ricchezza accumulata come retrostante.
Come spiega Graeber, si tratta di una sorta di fiaba legittimante né più né meno come quelle della “accumulazione originale di capitale” e del “contratto sociale”.
In Storia dell’analisi economica, Schumpeter fa distinzione tra quella che chiama “teoria della moneta di credito” e “teoria del credito monetario”. Quest’ultima, di cui è un esempio l’origine convenzionale del denaro metallico dal baratto, vede nel mezzo di scambio e denominatore di funzioni di valore un aspetto secondario della qualità primaria di riserva di valore. Il credito, a sua volta, viene emesso su un retrostante di valore accumulato con l’“astensione dal consumo”.
La storia del denaro e del debito spiegata da Graeber rientra in quest’ultima categoria della teoria creditizia del denaro. Innanzitutto, dice, non abbiamo testimonianze storiche dell’emersione del baratto come base primaria dello scambio in una comunità in cui tutti si conoscono. Il baratto è sempre stato un fenomeno marginale (“non era utilizzato tra gli abitanti dello stesso villaggio. Il baratto di solito era impiegato tra stranieri, o addirittura tra nemici.”). Il baratto è un metodo di scambio utilizzato soprattutto in transazioni eccezionali tra persone che non si rivedranno più, che non condividono il contesto sociale. (Come sostiene Graeber nel libro, lo scambio basato sul nesso di cassa è pratica dominante soprattutto in società in cui gli individui sono stati privati del loro contesto sociale comune dallo stato e trasformati in individui atomizzati). Il baratto non ha mai portato all’adozione della moneta come mezzo ordinario di scambio nelle transazioni economiche quotidiane.
Ovunque, la prima forma di denaro usata come mezzo di scambio tra comunità diverse è il credito. Il sistema della moneta di credito compare laddove le comunità praticano forme di scambio interno ed è generalmente un’evoluzione del “comunismo quotidiano”. La forma più semplice si può esemplificare così: parlando col ciabattino, un abitante del villaggio dice di avere le scarpe rotte; dopo qualche tempo il ciabattino gli dà in “dono” un paio di scarpe nuove; al che l’altro, cogliendo l’occasione, risponde donando qualcosa che serve al ciabattino, o, altrettanto probabilmente, donando qualcosa a qualcuno a cui il ciabattino deve un favore. Qui non c’è nessuna “doppia coincidenza dei bisogni”. A livelli più elaborati potrebbe nascere un sistema di denaro virtuale, con conti da saldare periodicamente facendo la differenza tra debiti e crediti. Il denaro nasce soprattutto come unità di misura, i sistemi di rendicontazione compaiono molto prima della moneta sonante (l’opposto di ciò che dice la versione standard). Graeber fa l’esempio di un tipico villaggio inglese.
Poiché tutti vendevano qualcosa, tutti erano al contempo debitori e creditori; la maggior parte del reddito familiare prendeva la forma di promesse di altre famiglie; tutti conoscevano il sistema e tenevano il conto dell’ammontare dei vari debiti; infine, ogni sei mesi o una volta all’anno, le comunità organizzavano una giornata pubblica di «resa dei conti», compensando i debiti tra loro in un grande cerchio, per poi pagare in monete o in merce solo i debiti residui.
Di fatto, questo ricorda il sistema di liquidazione dei crediti di Thomas Greco e E.C. Riegel. Nella sua forma più arcaica ricorda da vicino gli “ob” di E non ne rimase nessuno di Eric Frank Russell.
La «moneta», come la musica, la matematica o la gioielleria, non è mai stata «inventata». Quel che chiamiamo «denaro» non è una cosa, ma un modo per comparare matematicamente le cose, come proporzioni. … In questa forma il denaro è vecchio quanto il pensiero umano.
Il baratto lo troviamo talvolta nelle società basate sul nesso di cassa quando l’entità statale collassa e il denaro scompare; più spesso però emerge un sistema basato sulla moneta di credito che utilizza le vecchie denominazioni come unità di conto ma senza circolazione di moneta vera e propria.
Apro una parentesi. Non è questo il luogo in cui discutere della moneta in sé, ma questa analisi sembra confermare la mia opinione riguardo un possibile sistema monetario praticabile. Mi stupisce il fatto che monete che fungono da deposito di valore, come i metalli preziosi e Bitcoin, siano adatte soprattutto per transazioni estemporanee in condizioni di scarsa fiducia. Il Bitcoin ha tutte le tendenze perverse delle valute considerate come oggetto d’investimento: è deflazionario e tende a prosciugare il mercato per mancanza di liquidità in quanto il mezzo di scambio viene accumulato e concentrato in poche mani in attesa di un suo apprezzamento. La moneta ideale per chi produce beni e offre servizi in un sistema economico comunitario locale è il sistema a credito del tipo teorizzato da Greco o Riegels, in cui il mezzo di scambio viene creato dallo scambio stesso allo stesso modo in cui i centimetri vengono “creati” quando si misura un pezzo di legno.
Tra l’altro, anche sotto il predominio della moneta creditizia accadeva che si usasse la moneta metallica: in transazioni con persone sconosciute e fisicamente distanti, dove la fiducia è scarsa.
Ma la moneta metallica è diventata la base principale dello scambio in condizioni ordinarie solo quando lo stato l’ha imposta alla società. L’organizzazione dell’economia attorno alla moneta metallica come mezzo di scambio, scrive Graeber, storicamente è associata alla guerra e alla schiavitù. Due lunghe epoche storiche sono state dominate da un insieme di guerra, moneta metallica, schiavitù e debito. La prima comprende gli imperi militari dell’età assiale, emersi verso la metà del primo millennio a.C. da una sorta di interregno oscuro seguito alla caduta degli imperi del secondo millennio, ed è durata fino alla caduta di Roma nel primo millennio d.C. La seconda è l’età moderna, in cui gli stati nazionali europei soggiogano con la forza e schiavizzano gran parte del mondo ponendo le basi del moderno capitalismo globale. In entrambi i casi inizialmente gli stati si servono della moneta per pagare mercenari, amministratori dei granai e carcerieri, i quali poi spendono il denaro così guadagnato. Gli stati si servivano dei mercenari per conquistare nuovi territori e razziare metalli da paesi stranieri, trasformando i prigionieri di guerra in schiavi nelle miniere. Seguiva la monetizzazione dell’economia domestica con l’imposizione della moneta come valuta legale per i pagamenti dovuti allo stato stesso. La richiesta di denaro porta all’indebitamento personale, così che il risultato finale è la schiavitù per debiti.
Durante l’età assiale il patriarcato intensificò l’ascesa dell’economia monetizzata. Tradizionalmente, il “prezzo della sposa” e la dote non erano intesi come l’acquisto di una donna, come se fosse una merce: il marito non poteva rivendere la propria moglie o farne quello che voleva. Se acquistava qualcosa, era il favore della famiglia, o l’instaurazione di un rapporto personale tra le due famiglie. Prima dell’ascesa del nesso di cassa, per quanto fosse autoritaria la società, gli esseri umani non erano considerati merce commerciabile ad un dato prezzo in denaro. Anche gli schiavi erano considerati membri della famiglia e governati da tutta una rete di norme tradizionali. Fu con la crescita del debito personale, con lo stato che ne imponeva il ripagamento, che per la prima volta si cominciò ad attribuire alle donne e ai bambini un valore in denaro, come se fossero merci vendibili sul mercato. La vendibilità per debiti di una moglie o dei figli, così come la vendita di se stessi in schiavitù, era la base ideologica del pater familias nel diritto romano: il marito era padrone assoluto della famiglia, con diritto di disporre e anche di uccidere come se si trattasse del proprio bestiame. Questa epoca vide anche una forte intensificazione del culto della purezza femminile, vista la trasformazione della donna in una merce che poteva essere venduta come schiava sessuale per pagare i debiti. Il moralismo patriarcale, il culto della verginità, per cui la figlia doveva essere data in sposa “intatta”, tutto ciò emerse come reazione alimentata da risentimento contro questo stato d’affari. In una società in cui la donna poteva essere costretta a diventare schiava sessuale, e in cui le difficoltà economiche rendevano padre o marito sempre più impotenti, il senso dell’onore finì per legarsi all’idea che la propria moglie o figlia non avesse rapporti sessuali per denaro o fuori dal vincolo matrimoniale.
L’economia monetaria, pur essendo nell’età assiale associata alle conquiste e alla schiavitù, finì per assumere proporzioni enormi, mondiali, in epoca moderna. L’ascesa delle economie basate sul nesso di cassa portò, nella stessa Europa, alla schiavitù e alla proprietà privata della terra man mano che i feudatari diventavano capitalisti agricoli e cercavano di produrre lana da vendere sul mercato, massimizzando l’estrazione di pluslavoro al fine di ottenere il denaro necessario a commerciare sul mercato esterno. Contrariamente a quel che si racconta, storicamente l’economia moderna non ha portato un volgo immiserito alla prosperità. Prima dell’affermazione massiccia del nesso di cassa, l’economia feudale stava già degradandosi in qualcosa di simile alla proprietà contadina di fatto della terra, con rendite nominali fissate secondo l’uso consuetudinario e uno stile di vita che i lavoratori non avrebbero più rivisto per due o tre secoli. L’afflusso di metalli preziosi dal Nuovo Mondo generò un’inflazione dei prezzi che colpì i lavoratori, a cui si aggiunse un pressoché universale esproprio delle terre contadine cominciando dall’appropriazione dei campi aperti per destinarli a pascolo ovino e finendo con il parlamento che espropriava i pascoli comuni e i boschi. Si trattava, in breve, del capitalismo moderno fondato sul furto e l’impoverimento.
Fuori dall’Europa, gli spagnoli prima ridussero in peonaggio e schiavitù per debiti le popolazioni del Nuovo Mondo, quindi sterminarono la popolazione di Hispaniola e delle restanti regioni caraibiche, e infine, data l’inadeguatezza della popolazione locale, diedero vita alla tratta degli schiavi africani, i cui effetti indiretti in Africa furono più devastanti di quelli diretti. In Africa la schiavitù esisteva già, ma aveva proporzioni limitate e rientrava nell’economia consuetudinaria. Fu solo con l’economia monetaria che la schiavitù trasformò gli esseri umani in merci con un prezzo di mercato. Quando gli schiavisti instaurarono contatti regolari con le popolazioni della costa africana, facendo intendere di essere disposti ad acquistare esseri umani pagandoli in denaro, il caos e la corruzione che ne nacquero si diffusero rapidamente anche all’interno del continente. Gli abitanti avevano paura ad uscire dal villaggio, interi villaggi con le loro abitazioni si rifugiarono nella foresta per sfuggire ai raid schiavistici. Nelle zone abitate, intere comunità finirono sotto il dominio di forme di governo che, col pretesto della protezione dalla schiavitù, divennero sempre più autoritarie e economicamente estrattive.
Graeber fa distinzione tra “credito” come può essere in una comunità in cui tutti tengono conto di chi deve cosa e a chi, e debito di larga scala usato come strumento di controllo sociale. Quest’ultimo, solitamente associato a una qualche forma di peonaggio o schiavitù per debiti (formale o, come oggi, virtuale), è possibile solo in un’economia monetizzata in cui il potere del creditore poggia su polizia e carceri. In comunità in cui lo scambio si basa su forme di credito autogestito senza l’intervento di uno stato costrittivo, il credito personale si basa soprattutto sulla reputazione, un sistema che funziona perfettamente in comunità stabili in cui tutti si conoscono.
Per quanto i moderni paradigmi ideologici facciano distinzione tra “mercato” e “stato”, secondo Graeber il “mercato” (nel senso di una società atomizzata basata sul nesso di cassa e organizzata attorno alla moneta circolante) non è mai esistito se non come imposizione dello stato. Questo “mercato” è intimamente intrecciato con lo “stato” fin dagli albori della società.
Questo però non deve portare a identificare il mercato con il nesso di cassa o capitalismo, spiega Graeber, la cui analisi dà il meglio nella distinzione tra libero mercato e capitalismo. Anche se “siamo abituati a pensare che il capitalismo e il mercato siano la stessa cosa, … sotto molti aspetti i due si possono vedere anche come opposti.” Il mercato, inteso come scambio e rendiconto dei crediti, è dove si scambiano beni necessari in eccesso. Per contro il capitalismo…
è prima di tutto l’arte di usare il denaro per produrre altro denaro …. Normalmente, il modo più facile per riuscirci è stabilire qualche tipo di monopolio, ufficiale o de facto. Per questa ragione, i capitalisti d’ogni tipo, che si tratti di mercanti, principi, finanzieri o industriali, hanno sempre cercato di allearsi con l’autorità politica per limitare la competizione nel mercato, in modo da essere agevolati e poter guadagnare di più.
“In vere condizioni di libero mercato”, continua Graeber, senza il macchinario impositivo esogeno dello stato fiscalmente finanziato, “sarebbe praticamente impossibile far onorare il prestito a interesse”. Il ripagamento dei prestiti e il rispetto dei contratti si baserebbe su meccanismi reputazionali in comunità caratterizzate da relazioni inveterate tra persone che si conoscono, o in corporazioni con un loro regolamento: in entrambi i casi, il mancato rispetto di un contratto potrebbe avere effetti devastanti sulla reputazione e quindi sulla vita della persona.
Questa forma di libero mercato emerge talvolta nelle comunità locali, e non basta l’azione dello stato a soffocarla, neanche quando tutta la società è governata dal nesso di cassa. Fino al diciassettesimo secolo, ad esempio, nei villaggi inglesi si è praticato il credito reciproco come base primaria dello scambio.
…siamo abituati a identificare la causa dell’ascesa del capitalismo in qualcosa vagamente chiamato «il mercato»; la rottura degli antichi sistemi di solidarietà e di mutuo aiuto,con la contemporanea creazione di un mondo di freddo calcolo razionale, dove tutto ha il suo prezzo. In realtà, sembra che gli abitanti dei villaggi inglesi non vedessero contraddizione tra questi due fenomeni. Da una parte, credevano fermamente nell’amministrazione collettiva dei campi, delle foreste, dei fiumi, e nella necessità di aiutare il vicino in difficoltà. Dall’altra, i mercati erano considerati una versione attenuata dello stesso principio, perché si fondavano interamente sulla fiducia.
Il prestito a interesse esisteva anche in questo quadro sociale, ma era molto marginale e relativamente poco usurario, e l’ordine si basava soprattutto su regole: “l’attività del prestito era considerata legittima per le vedove che non avevano altra fonte di reddito, oppure era un modo per dividere tra vicini i profitti di una piccola impresa commerciale.” Quest’ultimo ricorda da vicino certe forme attuali di finanziamento collettivo (crowdfunding) di programmi locali nello spazio economico alternativo con il micro credito.
Nel suo mondo la fiducia era tutto. La maggior parte del denaro era letteralmente fiducia, perché quasi tutte le concessioni di credito si formalizzavano con una stretta di mano. Quando la gente usava la parola credito, si riferiva principalmente alla reputazione di onestà e integrità; inoltre, nel fare un prestito, considerazioni sull’onore, la virtù e la rispettabilità del debitore, come anche sulla sua reputazione di generosità, decenza e impegno per la comunità, erano almeno tanto importanti quanto una valutazione del suo reddito netto.”
Il contante era utilizzato soprattutto con persone esterne al villaggio, o per pagare tributi al proprietario della terra o allo stato. Più in generale, il denaro era prerogativa di funzionari governativi e proprietari terrieri, o del mondo criminale, due versioni della stessa cosa dal punto di vista del villaggio. La maggioranza degli abitanti del villaggio “cercava di evitare di restare coinvolta tanto nel sistema legale quanto negli affari di soldati e criminali…”
Nell’ethos sociale di questo mondo il mercato rientrava nel più ampio rapporto di solidarietà e reciprocità.
Per la maggioranza degli abitanti dell’Inghilterra rurale, il vero centro della vita sociale e morale non era la chiesa, ma il pub locale – e l’idea stessa di comunità era incarnata soprattutto nella convivialità delle feste popolari come il Natale o le calende di maggio, con tutto ciò che queste celebrazioni comportavano: la condivisione dei piaceri, la comunione dei sensi, l’incarnazione fisica di quello che era chiamato «buon vicinato». La società era radicata principalmente nell’«amore e l’amicizia» di amici e parenti, che trovavano espressione in tutte quelle forme di comunismo quotidiano (aiutare i vicini nei lavori, regalare latte o formaggi alle vedove anziane) che la caratterizzavano. I mercati non venivano percepiti come una contraddizione dell’ethos del mutuo aiuto. Anzi, questi erano considerati un’estensione dell’aiuto reciproco … e anche per lo stesso motivo: perché funzionavano interamente grazie a fiducia e credito.
L’ideologia dello stato e del suo nesso di cassa è esattamente il contrario. Qui l’essere umano vive una condizione atomizzata e isolata, privata dei legami e dei contesti sociali, in una hobbesiana “guerra ditutti contro tutti”. Il Leviatano di Hobbes “era sotto molti aspetti un feroce attacco all’idea che la società si fondasse su legami pregressi di solidarietà reciproca, di qualunque tipo.” L’uomo di Hobbes non è naturalmente conviviale e empatico, ma una creatura degradata pronta a distruggere e distruggersi a meno che, per puro calcolo egoistico, non si sottometta ad uno stato che gli mette le briglie.
La società umana di Smith (un nesso di cassa anonimo tenuto assieme dalla tendenza a “trafficare e scambiare” e motivato dall’interesse personale piuttosto che dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio), come atto spontaneo indipendente dallo stato, è completamente falsa. In realtà si tratta di una creatura dello stato. Lo “stato di natura” violento e rapace di cui parla Hobbes non è qualcosa che dev’essere represso dallo stato, perché è lo stato a generarlo.
Questo il passato. E il futuro? Gli imperi militari tendono a decadere, nota Graeber, dando luogo a un’epoca dominata dal denaro di credito, come il Medio Evo. Il disaccoppiamento del dollaro dall’oro, voluto da Nixon nel 1971, unito alla tendenziale crisi terminale del capitalismo finanziario degli ultimi anni, scrive Graeber, suggeriscono che stiamo entrando in una di queste epoche. Ma la storia ha un andamento a spirale, non a cicli uguali. Fa rima, non si ripete. Lo schema non è sempre lo stesso. Graeber nota come nei quarant’anni dall’atto di Nixon il potere del capitale finanziario e dell’impero sembri essersi consolidato. Il neoliberalismo, il Washington consensus, la finanziarizzazione dell’economia e il potere politico delle banche, la supremazia militare dell’unica superpotenza rimasta dopo il 1989, tutto ciò ha intensificato il proprio potere sul mondo.
Come ricorda Graeber, però, storicamente quarant’anni sono poco e niente. Con il collasso del 2008 e le recenti sconfitte militari, suggerisce, il sistema rantola. L’Argentina è andata in default sul debito pubblico, le autorità finanziarie multilaterali hanno rinegoziato il debito del Terzo Mondo in termini molto vantaggiosi per quest’ultimo, e la presenza politica e militare di Washington in Sud America, la principale provincia dell’impero, è crollata come un castello di carte. Il ciclo di boom e crolli culminato nella grande depressione e temporaneamente sospeso dal New Deal e dalla guerra, è tornato con forza… e morde. Il capitalismo neoliberale, che le campagne militari cercano di imporre su tutto il mondo, è diventato insostenibile. L’apparato militare interno ed estero, con la sua strategia dello choc, con la militarizzazione della polizia contro i dimostranti di Occupy, nasce perché le élite di potere vedono la sconfitta e hanno paura.
Graeber prevede che col passaggio ad un mondo postcapitalista si tornerà al denaro di credito gestito orizzontalmente, mentre eserciti e imperi andranno in rovina o collasseranno. L’organizzazione della società avverrà su una base più tollerabile.
…ma non abbiamo idea di quanto tempo ci vorrà, o di come sembrerà veramente questo futuro.
Mentre Graeber portava a termine il libro, la Primavera araba, M15 e Syntagma forse erano già avviati… o forse no. Occupy, il movimento in cui fu profondamente coinvolto, non era neanche all’orizzonte. Forse la società futura si intravvede appena, ma secondo me le basi ci sono già. Ne fanno parte la gestione dell’informazione secondo il modello paritario p2p, software open source e condivisione, principali esempi attuali di quel comunismo e di quella convivialità che Graeber ammira. Ne fanno parte gli hacker dell’hardware open source che creano strumenti produttivi in piccola scala a costi bassissimi distruggendo le ragioni fisiche di tanto lavoro salariato. Ne fa parte anche il crescente sviluppo delle infrastrutture economiche locali basate su piccoli laboratori che usano gli strumenti suddetti, la produzione locale di alimenti con permacultura e orti urbani, e i sistemi valutari locali.
In Argentina, dopo il crollo economico del 2002, questo modello economico ha avuto grande popolarità: sistemi creditizi locali, occupazioni di fabbriche, assemblee di quartiere, la rinascita del movimento dei senzaterra e altri fenomeni simili. Dopo il susseguente crollo economico mondiale vediamo, in paesi come la Grecia, l’adozione di simili controeconomie orizzontali. Il passaggio a questo schema è destinato a intensificarsi man mano che la stagnazione, la disoccupazione e la sottoccupazione permanente diventano la norma. Una sconfitta umiliante dopo l’altra, piagata da tecnologie d’interdizione d’area sempre più efficaci e a basso costo in aree in cui un tempo poteva proiettare il proprio potere, la superpotenza americana finirà per svuotarsi e collassare come Roma 1500 anni fa.
Penso che tra qualche decennio gli stati, le aziende e le istituzioni piramidali superstiti saranno molto più piccole e deboli, gran parte della vita sociale sarà coordinata da istituzioni orizzontali autogestite come i mercati locali, le reti paritarie e gli spazi sociali comuni, e la gente comune avrà la possibilità di controllare le circostanze della propria vita quotidiana come non gli capita dai tempi delle società di cacciatori-raccoglitori o dei villaggi prestatuali.
Il libro di Graeber, e l’ideale umano che trasmette, è un tributo al fatto che, come disse un cacciatore inuit, siamo esseri umani; e da umani, ci aiutiamo reciprocamente. L’abbiamo fatto fin dalle prime società di cacciatori-raccoglitori, prima che nascesse lo stato. Per quanto si pretenda il contrario, l’azione dello stato sopprime o sovverte questa tendenza, al fine di rendere più facile il nostro sfruttamento ad opera di una classe di potere.
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