Il Protezionismo È Morto. Lunga Vita al Protezionismo!
The following article is translated into Italian from the English original, written by Kevin Carson.

Se seguite le notizie, sentite parlare solitamente di trattati – Uruguay Round del Gatt, Nafta, Cafta, Tpp – descritti come “Accordi di Libero Scambio” che hanno l’obiettivo di “ridurre le barriere commerciali”. È una bugia. Senza alcuna eccezione, questi accordi in realtà rafforzano quella forma di protezionismo che più di ogni altra è vitale per la salvaguardia degli interessi corporativi e l’abbattimento della concorrenza: La cosiddetta “proprietà intellettuale”.

In una recente discussione su Facebook, David K. Levine, coautore (assieme a Michele Boldrin) di Against Intellectual Monopoly, ha spiegato su che cosa il “copyright” garantisce un diritto di proprietà. Se tu registri una canzone e me ne dai una copia in formato mp3, ha spiegato Levine, e io duplico la mia copia e la mando come allegato ad un’email ad una terza persona (Bill), quale “perdita” ti ho causato? Non la perdita della canzone, perché ce l’hai ancora. “Ciò che hai perso è (forse) il guadagno che avresti potuto fare vendendone una copia a Bill. In altre parole, il diritto che hai ricevuto dal copyright è il diritto esclusivo di vendere a Bill. Ovvero, non si tratta di un diritto su una ‘idea’ ma di un diritto sulla clientela.”

Esatto! La “proprietà intellettuale” è un monopolio protezionista proprio come il dazio. In entrambi i casi, ciò che è protetto è il diritto monopolistico di vendere un particolare prodotto ad un gruppo particolare di acquirenti. La differenza è che il monopolio conferito dal dazio opera lungo linee territoriali – i confini tra gli stati – mentre il monopolio conferito da brevetti e copyright opera lungo linee aziendali.

I falsamente definiti “Accordi di Libero Scambio” di oggi abbassano o rimuovono alcune obsolete barriere commerciali, come i dazi, rafforzando enormemente altre barriere come la “proprietà intellettuale”, arrivando al punto di annullare il diritto di espressione e il diritto ad un giusto processo contro perquisizioni e sequestri nei paesi firmatari, e dando ai “padroni” di contenuto proprietario l’equivalente del diritto, da stato di polizia, di censurare ciò che si pubblica su internet e di censurare i fornitori di accesso ad internet.

Allora perché indebolire una forma di protezionismo commerciale, e rafforzarne un altro in maniera più che sufficiente a compensare il primo, se si tratta di un “Accordo di Libero Scambio”? Perché non lo è. Questi accordi servono esclusivamente a servire gli interessi delle industrie, e infatti sono i loro rappresentanti a scriverli. “Libero scambio” è solo un abile slogan pubblicitario che serve ad accompagnare gli accordi, così da poterli vendere facilmente al cosiddetto popolo sovrano “rappresentato” dai governi che fanno i negoziati. L’unica possibilità che ha il pubblico di vedere cosa effettivamente contengono questi accordi scritti in segreto è legata alle soffiate.

I governi che negoziano questi trattati, e gli avvocati aziendali che ne sono i veri autori, non abbassano i dazi perché si oppongono alle barriere commerciali per principio. Lo fanno perché i dazi non hanno più alcuna utilità. Un centinaio di anni fa, la maggior parte delle industrie del mondo industrializzato erano a livello nazionale. Si trovavano fisicamente in un determinato paese ed erano proprietà di società registrate in quello stesso paese. Dunque era conveniente avere il monopolio del diritto di vendere i propri prodotti alla popolazione locale.

Oggi la maggior parte delle società ha dimensioni globali. La forma principale di “commercio” internazionale di beni fisici riguarda i beni non finiti tra filiali della stessa società globale. Si tratta di beni non finiti prodotti da appaltatori nominalmente indipendenti all’interno di una catena globale, oppure di beni non finiti la cui produzione viene appaltata oltremare per poi essere venduta negli Stati Uniti. Perciò le restrizioni su base territoriale al libero flusso di materie prime, prodotti finiti e prodotti non finiti non si adattano più ai bisogni delle società globali: perché esse stesse non hanno più dimensioni territoriali. E d’altro canto per una società è di enorme aiuto il fatto di avere il diritto di vendere un prodotto in monopolio. Grazie a brevetti e marchi commerciali, la Nike, “società americana”, può delegare la produzione vera e propria delle sneakers a fabbriche che sfruttano i lavoratori in Asia, utilizzare il suo monopolio sulla vendita dei prodotti finiti per pagare i produttori un paio di dollari al paio, e commerciare il prodotto finito ai dettaglianti americani con un margine pazzesco di diverse migliaia percento. In linea generale, questo vale per ogni catena produttiva a livello mondiale. Soprattutto per prodotti come software e intrattenimento.

Quello che vediamo in questi “Accordi di Libero Scambio” è in realtà una versione aggiornata di quello che disse Adam Smith: Quando i rappresentanti di una singola industria si incontrano in segreto, lo fanno unicamente contro il pubblico interesse. Quello che fanno queste società quando si incontrano in segreto è terrorismo con un impatto distruttivo che neanche al Qaeda si è mai sognata. E la loro arma principale è lo stato.

Traduzione di Enrico Sanna.

Free Markets & Capitalism?
Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist