Pandemia: Lo Stato Cura o Provoca?

Coronavirus Disease 2019 Rotator Graphic for af.mil. (U.S. Air Force Graphic by Rosario “Charo” Gutierrez)

Di Kevin Carson. Originale pubblicato il 17 marzo 2020 con il titolo Pandemics: The State as Cure or Cause? Traduzione di Enrico Sanna.

Leggendo le notizie sulla pandemia di COVID-19 (o coronavirus), è difficile non arrivare alla conclusione che si tratta di una di quelle situazioni emergenziali che non possono essere gestite senza ricorrere a costrizioni sociali di larga scala. Cina e Corea del Sud, ridotte a pochi casi quotidiani, sembrano aver passato il picco. Ma ci sono arrivate con controlli sociali draconiani: divieto di viaggiare, restrizioni agli assembramenti e chiusura del traffico.

Ora facciamo qualche passo indietro e chiediamoci perché ci troviamo in questa scialuppa.

La pandemia è, più che altro, il risultato diretto dell’interconnessione. La peste bubbonica che devastò gran parte dell’Europa e il Medio Oriente nel quattordicesimo secolo era una malattia ricorrente veicolata dai topi e limitata alla steppa dell’Asia Centrale finché le carovane che passavano dalla Via della Seta non la portarono nelle aree densamente popolate. In un mondo fortemente interconnesso come il nostro, le pandemie stanno diventando un fenomeno ricorrente con cicli di alcuni anni. La più letale, finora, è stata l’influenza del 1918, ma poi abbiamo avuto la SARS, la MERS, Ebola e l’attuale coronavirus.

Le catene logistiche globalizzate, che connettono le reti produttive e inviano le merci dalle industrie offshore alle attività commerciali del nord del mondo, sono perlopiù creazione dello stato. Secondo Alfred Chandler (The Visible Hand), se negli Stati Uniti non ci fossero state le concessioni territoriali governative e altri sostegni a favore delle ferrovie, tutto l’attuale sistema continentale di linee ad alto traffico, con le conseguenti reti commerciali all’ingrosso e dettaglio, sarebbe stato impossibile. Fu la nascita di questo mercato nazionale unificato a permettere il consolidamento dell’industria in enormi aziende a livello nazionale. Secondo Michael Piore e Charles Sabel (in The Second Industrial Revolution), se queste politiche che non avessero spostato l’ago della bilancia verso la produzione di massa, la produzione di beni in America sarebbe probabilmente avvenuta in distretti industriali locali.

L’esportazione di capitali su larga scala e la delocalizzazione della produzione verso il sud del mondo, proprie di quest’ultimo quarantennio, sono state sostenute attivamente dallo stato a sostegno degli interessi capitalistici. Da decenni, la funzione principale degli aiuti internazionali e dei prestiti della Banca Mondiale è l’incentivazione dei trasporti e delle infrastrutture che rendono economicamente possibile la delocalizzazione. E la delocalizzazione della produzione in paesi a basso reddito dipende fortemente dalle leggi sui brevetti e i marchi commerciali – cuore di quasi tutti gli “accordi di libero commercio” approvati ovunque dallo stato – che danno alle aziende transnazionali il monopolio legale su tutto ciò che viene prodotto in appalto in manifatture indipendenti. E le navi portacontainer possono far quadrare i loro conti grazie alla US Navy che protegge le rotte a spese dei contribuenti.

L’obiettivo principale della politica estera statunitense – e degli altri paesi capitalisti industrializzati – è proprio l’imposizione di tale interconnessione a livello mondiale. Gli Stati Uniti entrarono nella Seconda Guerra Mondiale principalmente perché secondo gli analisti politici di Roosevelt l’economia statunitense dipendeva, pur se in misura minimissima, dai mercati e dalle risorse della “Grande Area” che comprendeva gran parte del sud del mondo, e il Giappone, con la sua “Sfera di mutua prosperità dell’est asiatico”, minacciava di sottrarre una grossa fetta di tale area al mercato globale. L’ordine americano postbellico fu pianificato in modo da assicurare che risorse e mercati delle ex colonie rimanessero integrate nelle economie aziendali occidentali, affinché nessun potere minacciasse di sottrarre una porzione significativa del mondo portandola nell’autarchia.

Lo stesso vale per l’industria dei trasporti aerei e i suoi voli da un punto all’altro del globo. Milioni di persone in tutto il mondo viaggiano quotidianamente su linee commerciali, in quella che è sostanzialmente un’industria creata dallo stato. Negli Stati Uniti, le iniziali infrastrutture dei trasporti aerei civili, come gli aeroporti, il controllo del traffico e tutto il resto, furono messe su con soldi dei contribuenti. I jumbo dell’aeronautica civile diventarono economicamente possibili solo quando il programma di sviluppo dei bombardieri pesanti della Guerra Fredda, nato alla fine degli anni quaranta, fece calare i costi dei macchinari che li producevano.

In breve, quella che chiamiamo “globalizzazione” è un prodotto dell’ingegneria sociale dello stato tanto quanto i piani quinquennali di Stalin: in altro modo, sarebbe stata irrealizzabile. In termini di efficienza, gran parte di questa connettività non è altro che una macchina di Rube Goldberg. La stragrande maggioranza dei beni che compriamo potrebbero essere prodotti più efficientemente in piccole attività vicino a casa nostra. E quasi certamente sarebbe così se non fosse per l’ingegneria sociale che ho appena citato.

Da notare che non mi riferisco solo ai paesi capitalisti industrializzati occidentali. È in fase di costruzione la Nuova Via della Seta, con il proposito di integrare il continente euroasiatico e parte dell’Africa su scala tale da ridurre l’imperialismo occidentale ad una barzelletta.

Non è mia abitudine partecipare a quelle discussioni della sinistra su Twitter, in cui marxisti leninisti e socialisti libertari dibattono se la Cina è capitalista o socialista, se ha intenzioni imperialiste o meno. Qualunque siano le ragioni ideologiche o di classe della Cina, l’obiettivo operativo che alimenta la corsa ad integrare il continente euroasiatico è la connessione, da ottenersi tramite catene logistiche ad alto volume di traffico e infrastrutture dei trasporti che si allungano su mezzo globo. E son sicuro che ad un virus non importa nulla se camion e container sono socialisti o capitalisti.

Il fatto è che lo stato ci ha precipitati in questa emergenza che, apparentemente, solo misure di emergenza attuate dallo stesso stato sono in grado di contrastare.

Certo, ci sono stati più competenti e altri meno. Molto meno. Da quando il coronavirus è giunto negli Stati Uniti, l’atteggiamento di Trump è stato quello di chi crede di essere una macchina inviata da Skynet per sterminare la razza umana. Reagisce alla pandemia esattamente come il sindaco Vaughn reagisce agli squali ne Lo squalo. Molti testimoni raccontano che, non solo ha minimizzato la severità della crisi, ma agli inizi ha anche scoraggiato i test perché un numero basso di infetti fa bene ai mercati e alla sua rielezione.

L’amministrazione Trump ha bloccato l’uso di un test approvato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha impedito a Helen Chu, ricercatrice sull’influenza a Seattle, di adattare un test influenzale al coronavirus. La percentuale dei test fatti negli Stati Uniti è bassissima rispetto alla Cina, la Corea del Sud e l’Italia. E ora arriva l’ordine esecutivo che vieta di utilizzare forniture mediche fabbricate all’estero.

Al freddo cinismo, evidente nella messa a repentaglio di milioni di vite per non turbare la sua rielezione, si aggiunge un’incompetenza di dimensioni tali da creare il suo stesso orizzonte degli eventi. A coordinare la risposta c’è il giovane creazionista Mike Pence, affiancato dal genero di Trump Jared Kushner nel ruolo di tuttofare. Ogni volta che Trump apre la bocca, è solo per dare false rassicurazioni o consigli spicci che fanno accapponare la pelle all’intera comunità degli epidemiologi.

Anche in Cina, che ora sembra essere riuscita a fermare l’ondata, l’iniziale insabbiamento sicuramente ha contribuito a peggiorare la situazione. Ma le malefatte della Cina impallidiscono di fronte all’amministrazione Trump, la cui gestione della crisi non sarebbe peggiore se il suo intento fosse di fare il maggior numero possibile di danni.

Anche in Cina l’attività dello stato è stata seguita da reti paritarie autoorganizzate, e fortemente integrata con queste. Generalmente, avviene così in tutte le società colpite da un disastro; è questa la trama di A Paradise Built in Hell, di Rebecca Solnit. Willow Brugh, esperto che studia come le comunità rispondono ai disastri, ha molto da dire sull’argomento.

Dunque, se ammettiamo che costrizioni di massa hanno stabilizzato la situazione in Cina e in Corea del Sud, è però vero che altre costrizioni di massa – durate secoli, in tutto il mondo – hanno creato quell’insieme di circostanze contro cui cui ora le istituzioni statali reagiscono.

Quel che è peggio, è che le stesse costrizioni di massa stanno operando al fine di impedire soluzioni astatuali alle pandemie, esponendoci così maggiormente ad esse.

Su Reason, Nick Gillespie dichiara fiduciosamente che “ci sono tutte le ragioni per credere che i normali cittadini americani stiano facendo tutto il loro dovere possibile per limitare la diffusione della malattia, da una maggiore attenzione per l’igiene ad un volontario ‘isolamento sociale’ e una riduzione del contatto personale.” Ma la realtà è che, molto più che in altri paesi occidentali governati dallo stesso sistema salariale e dalla concentrazione dei mezzi produttivi, le richieste di datori e padroni vanno in direzione esattamente contraria a questo isolamento sociale.

La stragrande maggioranza degli americani che cercano di affrontare la pandemia trovano che è pressoché impossibile applicare misure di buonsenso. Molti hanno un lavoro precario e se dovessero assentarsi per ragioni di sicurezza, sempre che possano permetterselo, verrebbero licenziati. Ipoteticamente. Già, perché la stragrande maggioranza dei lavoratori a paga bassa – camerieri, commessi di negozi d’abbigliamento, chi assiste malati e anziani e così via, ovvero le persone più esposte al rischio di contrarre malattie infettive – non ha il congedo per malattia, deve scegliere tra lavorare con la malattia e finire per strada.

Comunque, se è vero che lo stato può aiutarci a venir fuori dai pasticci in cui ci ha ficcato, è pur vero che l’azione astatuale ha un ruolo importantissimo nel limitare i danni causati dalle reazioni maldestre dello stato.

Una delle forme più importanti di controllo del danno, se non la più importante, è il mutuo soccorso di chi non può permettersi di andare in quarantena. Occorre, tra le altre cose, organizzare un sostegno finanziario e materiale per chi non ha diritto al congedo per malattia. Ma anche di fare pressione di massa sui datori di lavoro, sui padroni e su chi gestisce i servizi, e poi di organizzare boicottaggi e manifestazioni di solidarietà per chi è stato sfrattato, e per chi è costretto a lavorare malato o non ha il congedo per malattia. Molte istruzioni su come praticare il mutuo aiuto e la solidarietà si possono trovare qui.

Considerate le possibilità, però, la gamma di risposte all’attuale pandemia è nel migliore dei casi limitatissima, e consiste perlopiù nella limitazione dei danni. Fondamentalmente, la risposta dovrebbe essere incentrata attorno ad azioni di lungo corso, per evitare che azioni di questo genere si ripetano o per ridurre la nostra vulnerabilità.

Tra le cose da fare: riportare la produzione a livello locale, passare da un sistema salariale ai beni comuni gestiti secondo i principi dell’economia sociale, mettere su reti di mutuo soccorso per condividere rischi e costi. Serve un’economia meno connessa, meno roba che viaggia per migliaia di chilometri, meno persone che prendono l’aereo ogni giorno; un mondo in cui chi svolge un lavoro non indispensabile può stare a casa e assentarsi senza chiedere il permesso a un capo e senza rischiare di finire sulla strada. Ciò che dobbiamo fare per creare finalmente una società post-statuale e post-capitalista, è ciò che le urgenze di questa crisi probabilmente già ci spingono a fare sempre più.

In Accumulation Crisis James O’Connor scrive che in periodi di bassa, con forte disoccupazione o sottoccupazione, la gente soddisfa i propri bisogni ricorrendo all’economia informale e domestica. In periodi di crisi permanente e strutturale, come quella che vive il capitalismo da decenni, lo spostamento verso forme diverse di economia tende a diventare permanente.

Le ultime crisi economiche hanno coinciso con un certo progresso tecnologico in fatto di strumenti produttivi a basso costo e di piccola scala, adatti alla produzione in un’economia sociale. Già negli anni settanta, teorici anarchici come Colin Ward e Karl Hess parlavano di piccole attività a livello locale con macchinari e strumentazioni condivise al fine di riparare e rimettere in funzione apparecchiature guaste. Keith Paton, in uno scritto indirizzato alla Claimant’s Union in Gran Bretagna nel 1072, consigliava ai disoccupati di creare piccole attività, una sorta di fabbriche di comunità, al fine di produrre per il consumo proprio e altrui.

Da allora, i costi degli strumenti a controllo digitale adatti a piccole officine è calato di un ordine di grandezza, se non di più, mentre le capacità operative sono cresciute. La rivoluzione Makerspace, iniziata una ventina d’anni fa, comprende, tra le altre cose, il Global Village Construction Set, un ecosistema fatto di strumenti produttivi open-source sviluppati dal gruppo Open Source Ecology visibili presso il sito dimostrativoFactor e Farm. Alcune di queste macchine da banco (plotter da taglio, router, stampante 3D e altro) hanno un costo alla portata di molte officine comunitarie; altri macchinari, come il forno a induzione, il forno per la rifusione dell’alluminio e altro, probabilmente richiedono la condivisione dei costi tra più officine. In ogni caso, si tratta di macchinari molto meno costosi delle loro controparti industriali, e messi assieme possono produrre ciò che un tempo si poteva produrre solo con impianti industriali per la produzione di massa e investimenti superiori a un milione di dollari.

Aggiungiamo poi che molte persone già possiedono apparecchiature sottoutilizzate, come trapani, macchine da cucire e altro, che, condivise, possono eliminare gran parte degli acquisti fatti con il nesso di cassa. Parlo di librerie di strumenti per condividere apparecchiature sottoutilizzate, che consentono di risparmiare soldi evitando di acquistare due volte la stessa cosa; produzione casalinga per la zona (pane, alcolici, impianti idraulici, elettrici, e altro) utilizzando le attrezzature che già si hanno in casa; trasporti condivisi, assistenza ai bambini o agli anziani senza fini capitalistici; orti comunitari. Tutto questo, messo assieme, può ridurre di molto la necessità di avere un salario costante e creare un certo margine d’indipendenza.

È (come minimo) dai tempi dei primi scioperi nella Gran Bretagna di inizio ottocento che la gente ha imparato a mettere in opera le proprie capacità e i propri strumenti, così da poter produrre in maniera indipendente e scambiarsi i beni così prodotti pagando con moneta che rappresenta il tempo di lavoro impiegato (labor notes). Tra i tanti esempi, la Unemployed Cooperative Relief Organization e la Unemployed Exchange Association dei tempi della Grande Depressione americana.

Lo stesso principio vale per la condivisione di risorse da usare in caso di calamità e, in un’economia solidale, per aiutare chi è disoccupato. Durante il crash del 2007-08 e immediatamente dopo, è venuta la proposta da parte di molti di istituire contro-istituzioni che facciano da cuscinetto per disoccupati e sottoccupati contro i peggiori effetti della Grande Recessione. Dougald Hine e Nathan Cravens proposero allora un insieme di organizzazioni sostenute comunitariamente: spazi di lavoro condiviso come Media Labs e Fab Labs, risorse per orti comunitari indipendenti e gli Open Cafe a loro associati. A quei tempi suggerii di ampliare lo schema alle case: coabitazione a basso costo, open-source, minimale, magari sul modello degli ostelli del YMCA, parchi per roulotte con reti idriche e elettriche, oppure campi di proprietà pubblica ma gestiti da migranti secondo l’esempio descritto da Steinbeck in Furore.

Un punto a favore di tutte queste soluzioni è la maggiore efficienza. Per secoli il capitalismo è cresciuto in un ambiente fatto di terre e risorse a costi tenuti artificialmente bassi, risultato di appropriazioni e colonizzazioni a cui si aggiungono socializzazione di costi e rischi, sprechi a spese altrui, e un modello industriale pensato in modo da massimizzare la produzione e incorporare obsolescenza al fine di tenere in movimento la produzione. Attualmente il capitalismo affonda sotto una montagna di costi amministrativi ed è piagato da problemi di informazioni e incentivi dovuti alla proprietà assenteista e alle strutture di controllo piramidali. In una controeconomia, invece, tutti i benefici vanno a chi contribuisce allo sforzo e alla conoscenza piuttosto che a chi estrae rendita. Essendo autogestita e organizzata su una base paritaria che agisce perlopiù senza dover chiedere permessi, i suoi costi amministrativi sono nulli. Infine, è costretta a ricavare il massimo con il minimo di risorse disponibili, come un cane randagio, tanto da poter vivere anche degli scarti dell’economia capitalista.

La superiore efficienza di un’economia basata sui beni comuni è ciò che, per dirla con Vinay Gupta, permette di “acquistare al prezzo più basso”.

“Fare di più con meno” è il metodo consigliato da Fuller per arrivare all’autosufficienza con un capitale minimo. È un approccio basato su una filosofia totale integrata che consente uno stile di vita sostenibile; la casa, gli attrezzi agricoli, i sistemi di controllo, tutto è progettato ispirandosi al pensiero di Fuller e di altri che miravano all’efficienza. Con il vecchio stile di vita, gli sprechi bruciavano il 90 percento del lavoro produttivo.

Mille dollari al mese in combustibili significano la tua vita che finisce nella spazzatura, perché il posto dove vivi ti succhia l’esistenza con perdite di calore, che significano perdite di soldi, che significano perdite di tempo. L’auto, la casa, quella parte delle tasse che lo stato spende in combustibili, elettricità, sprechi energetici… il tempo utilizzato per guadagnare quei soldi è sprecato perché si tratta di sistemi inefficienti, niente affatto ottimali!

Allargando lo sguardo, possiamo vedere i nuovi movimenti municipalisti europei di Barcellona, Madrid, Utrecht e Preston, quelli statunitensi di Cleveland e Jackson, e movimenti correlati, come quello zapatista nel Chiapas e quello di derivazione bolivariana di tipo comunalista e di vicinato in Venezuela: si tratta in ogni caso di movimenti impegnati nella edificazione di economie locali integrate basate sui beni comuni.

Un’economia del genere, pienamente sviluppata a livello di comunità, potrebbe allargarsi fino a comprendere mini attività produttive e hackerspace, concessioni di terreni su cui costruire condomini a basso costo con materiali tradizionali o con tecnologie ultraeconomiche come la stampa 3D, ma anche cooperative di ridesharing, wi-fi cittadino gratis, spazi in cui lavorare liberamente assieme, chioschi, valute comunitarie e molto altro.

Intanto il capitale si ritrova a far fronte alle vulnerabilità del capitalismo just-in-time con una gamma di incentivi radicalmente mutati. Le catene logistiche globali sono estremamente vulnerabili alla pandemia, di cui tra l’altro sono la causa principale. Due esempi in sé minori: John Feffer, presso Foreign Policy in Focus cita una conversazione con un architetto a cui è impedito di fornirsi dai cinesi. In un negozio di articoli per l’orticoltura, ma che vende vari prodotti per l’autosufficienza, mi hanno detto che non potevano portare stufe a legna a tempo indeterminato per la stessa ragione.

Le interruzioni, i crolli a intermittenza delle fragili catene di fornitura globali, porteranno probabilmente ad una forte rilocalizzazione produttiva. Così scrive Andrew Nikiforuk su The Tyee:

Vista con gli occhi di chi cerca di vivere con i cambiamenti climatici, la pandemia dà qualche buona notizia. La ridotta attività economica cinese, il principale consumatore di petrolio, ha già significato una riduzione del 25% dei gas serra e cieli blu. Il traffico delle portacontainer si è dimezzato, da 200 a 100 al mese. Le vendite di automobili sono calate dell’80% e le esportazioni sono calate di quasi il 20%.

In questi termini, il virus già ci prepara a quella che potrebbe essere la nuova realtà. Per combattere l’emergenza climatica dobbiamo rallentare l’attività economica, ridurre il traffico commerciale, rilocalizzare l’economia e limitare fortemente i viaggi.

Dal punto di vista dell’efficienza, le catene logistiche globali che si estendono dalle fabbriche di Shenzhen agli scaffali della Walmart in California sono pura assurdità. Gran parte delle macchine usate nelle fabbriche cinesi, macchine a controllo numerico, sono particolarmente adatte alla produzione mirata al mercato locale secondo il modello dei distretti industriali. L’unica “efficienza” data dalle catene di fornitura transoceanica è la possibilità di accedere a manodopera a basso costo. Altrimenti, la scelta più efficiente sarebbe ignorare brevetti e marchi delle aziende occidentali per cui si produce in appalto, continuare a produrre le stesse cose senza il marchio Swoosh o Apple, e venderle alla popolazione locale, ad un prezzo che riflette i costi di produzione ma senza i mostruosi sovrapprezzi della proprietà intellettuale. Attività simili, in un’economia rilocalizzata, potrebbero produrre direttamente per la comunità negli Stati Uniti.

Ricordo che già nel 2008 le dirigenze cinesi presero seriamente in considerazione questa possibilità. Forse stavolta avverrà la magia. Ora che le catene logistiche si interrompono e diventano imprevedibili, è il momento, per noi che stiamo da questa parte della catena, di ricostituire la produzione a livello locale.

Tutto quello che per anni è stato liquidato come impossibile o irrealistico, tutte quelle regole che sono state spacciate per inamovibili, tutto ciò viene radicalmente rivisto e ripensato in queste settimane. Per una vita ci hanno detto che questa scarsità artificiale, questa irrazionalità, fa parte della natura delle cose e non può essere cambiata. E ora tutto crolla in un soffio.

Ad esempio, dopo aver diffuso per vent’anni false promesse parlando di telelavoro e teleconferenze, ecco che ora si corre a adottarne tutte le potenzialità per ragioni sanitarie. Tutti quei lavori che per anni si è continuato a fare di persona, pur potendo usare le fibre ottiche, ora si fanno o ci si prepara a farle in connessione. E le comunità locali impongono moratorie degli affitti.

Sarebbe bello se la gente si abituasse a queste misure “straordinarie” o “d’emergenza”, misure che sono sempre state fattibili. Dovrebbero diventare la norma. Non accettiamo il ritorno al passato.

La pandemia di coronavirus, con il tanto atteso rallentamento economico che ha causato, è l’evento imprevisto il cui risultato ancora non si conosce. Un’infinità di sistemi estremamente complessi ed estremamente interconnessi si interrompe, i tempi sono propizi, tutto potrebbe ricristallizzarsi in una struttura diversa.

L’ultima crisi di questa portata fu la Grande Recessione del 2008, e da allora è accaduto l’impensabile. Moltissimi ventenni votarono per Obama affascinati dalla sua retorica finto progressista, salvo poi essere pugnalati alle spalle. Invece di salvare gli indebitati, i lavoratori, i consumatori, invece di ristrutturare l’economia, salvò le banche e l’industria dell’automobile, riportò la situazione allo status quo ante. La generazione tradita diede vita ad Occupy, Black Lives Matter e NoDAPL, fino alla rivolta scatenata da Sanders nel 2016 e oggi. Da dieci anni vivono di lavori precari, fanno eterni apprendistati gratis, sono tornati a vivere dai genitori. Sono stati presi in giro e ignorati dai dirigenti neoliberali, hanno visto due volte il sistema sabotare il loro tentativo di penetrare le primarie dei democratici.

Secondo tutti gli indicatori, ci stiamo dirigendo verso un’altra Grande Recessione, o peggio. Quasi tutti sotto i quarant’anni condividono la stessa esperienza formativa fatta di ripetuti tradimenti da parte delle istituzioni. Se l’ultima crisi ci ha dato Occupy e Bernie Sanders, credo che la prossima sarà inimmaginabile. Stavolta la gente non avrà la stessa pazienza, non si accontenterà delle stesse mezze misure. Siamo stufi di farci fregare.

Alla fine ci ritroviamo con tutti questi sistemi complicati che non funzionano più, e una grossa porzione della popolazione che è stufa, che cerca qualcosa di nuovo a tutti i costi. Quale nuova configurazione emergerà quando si ristabilirà l’ordine? Non si sa. Credo però che quello che ho detto più su in fatto di rilocalizzazione economica e produzione diretta per l’uso con beni comuni rappresenti un’ipotesi tra le tante riguardo la direzione del cambiamento. Comunque sia, ci troviamo in un punto di svolta, questo è il momento per spingere il cambiamento nella direzione giusta.

Come potrebbe essere questa spinta?

Ho letto di recente New York 2140, di Kim Stanley Robinson, un romanzo che parla proprio di una svolta. Milioni di persone che vivono precariamente in una Lower Manhattan allagata subiscono un uragano che costringe migliaia di loro ad andare a vivere in accampamenti d’emergenza a Central Park. Sempre più stufi per la mancanza di alimenti e di igiene, la folla migra verso Upper Manhattan, dove grattacieli residenziali con centinaia di piani sono vuoti, tenuti come investimento immobiliare da proprietari assenteisti. Forze di sicurezza mercenarie al soldo dei proprietari aprono il fuoco sui rifugiati climatici che cercano rifugio negli edifici vuoti.

Amelia Black, figura popolare che su internet produce un programma seguito da centinaia di milioni di spettatori, condivide un video che fa vedere la devastazione ripresa dall’alto, quindi i palazzi residenziali vuoti e infine i mercenari che sparano sulla folla dei diseredati. E conclude così:

Sapete cosa vi dico? Mi fanno schifo i ricchi. Mi fanno schifo questi che scorrazzano per il pianeta pensando solo ai propri affari. Lo stanno distruggendo! Io credo che dobbiamo riprendercelo e curarlo. E prenderci cura gli uni degli altri perché tutti facciamo parte del mondo. Niente più briciole. Ricordate quel Sindacato delle Famiglie di cui vi parlavo? Penso che sia tempo che ognuno di noi ci si iscriva, per poi fare lo sciopero. E che tutti scioperino. Penso che tutti dovrebbero scioperare. Ora. Oggi…

Per sciopero delle famiglie intendo smettere di pagare l’affitto e il mutuo… e magari anche il prestito scolastico e l’assicurazione. Tutti quei debiti che avete contratto semplicemente per tenere voi stessi e la vostra famiglia al sicuro. Insomma, per le necessità quotidiane. Il sindacato dice che tutti quei debiti sono una cosa odiosa, sono come un ricatto contro di noi, e noi chiediamo che vengano rinegoziati… Smettiamo di pagare e dichiariamo il giubileo? … È una parola antica. Dopo aver dichiarato il Giubileo, e finché non ci sarà una ristrutturazione che annulli gran parte del debito, non pagheremo nulla.

Voi direte che se non pagate finite nei guai, e così è se è solo qualcuno a farlo. Ma quando lo fanno tutti è uno sciopero. Disobbedienza civile. Una rivoluzione. Ecco perché tutti devono partecipare. Non è difficile. Basta non pagare le bollette!

Noi subiamo una pandemia mondiale che è il risultato diretto di un sistema capitalista globale interconnesso impostoci dallo stato. Oltre ad uccidere milioni di persone, costringe altri milioni tra i più vulnerabili a scegliere tra il contagio e la disoccupazione o la strada. E sta scatenando una crisi economica che molto probabilmente produrrà ancora più disoccupazione e sfrattati. La gestione di questa crisi, che è il risultato di un insieme di circostanza create dalla violenza dello stato, potrebbe richiedere inevitabilmente una qualche azione da parte dello stato.

Fate quello che sentite di dover fare per superare la crisi. Servitevi di qualunque aiuto lo stato vi offra. Rispettate i provvedimenti statali che appaiono sensati, come la quarantena e l’astensione dagli assembramenti. Se le pressioni dello stato costringono il vostro datore di lavoro a offrirvi un congedo pagato per malattia, o se l’amministrazione locale impone una moratoria degli affitti, approfittatene.

E speriamo che tutti gli espedienti che adottiamo per sopravvivere a questa crisi, per aiutare gli altri a farcela, diventino i semi di una nuova società in cui ognuno di noi possa vivere senza la paura che tutto ciò possa ripetersi.

The Anatomy of Escape
Fighting Fascism
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Free Markets & Capitalism?
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Conscience of an Anarchist