Center for a Stateless Society
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Alle Radici della Disuguaglianza: Libero Mercato o Stato?
The following article is translated into Italian from the English original, written by David S. D'Amato.

All’inizio di settembre, la Reuters ha reso nota una ricerca commissionata dalla Federal Reserve che dimostra che negli Stati Uniti cresce la disuguaglianza in termini di reddito e ricchezza. “Tutta la crescita del reddito,” dice la Reuters, “è concentrata nella parte alta… con il 30,5% nelle mani del 3% della popolazione.”

La ricerca della Federal Reserve sconcerterà sicuramente chi, a sinistra come a destra, considera erroneamente gli Stati Uniti “la patria della libertà”, il luogo ideale per le opportunità, dove chiunque può fare progressi con un minimo di dedizione. Certo, però, i dati sembrano mostrare una realtà molto diversa da questi rosei fraintendimenti, una realtà in cui le connessioni tra le élite, nel business come in politica, assicurano che i ricchi diventino più ricchi e i poveri più poveri.

Davanti ad uno spettacolo così desolante dell’economia e della struttura di classe americana, quelle persone sinceramente turbate dalla crescita della disuguaglianza fanno presto a dare la colpa al “libero mercato” e alla concorrenza selvaggia che mette il profitto al di sopra della persona. Ma cosa è veramente un libero mercato, e se oggi ne possediamo uno, sono due domande separate a cui dobbiamo rispondere se vogliamo analizzare la questione della disuguaglianza in America. La sinistra americana sarebbe stupita ad apprendere che nella tradizione radicale socialista si trova tutto un genere di libertari contro lo stato e a favore del libero mercato.

Ammettendo che mercati e concorrenza di per sé siano parte del problema sociale da risolvere, la sinistra si mette in posizione di svantaggio da sola, capitolando alla falsa credenza secondo cui la classe di potere capitalista ha semplicemente vinto. Dopotutto, è il ragionamento, se è vero che abbiamo un genuino libero mercato qui e ora, cosa possiamo obbiettare?

La maggior parte dei nemici del capitalismo, dunque, condivide lo stesso mito propagandato dai peggiori apologisti dell’attuale capitalismo con le sue numerose disuguaglianze. Entrambi sostengono che il mondo economico attuale è essenzialmente di libero mercato. Anarchici sostenitori del mercato come Ezra Heywood e Benjamin Tucker non credevano a queste falsità. Non credevano che il lavoro non potesse competere con il capitale quando i due si sfidano su un piano equo.

Piuttosto, dicevano, le caratteristiche più comuni, più inique del capitalismo erano in realtà il frutto avvelenato di profonde offese, generalmente accettate, ai principi del libero mercato. Togliete gli aiuti che lo stato concede alle grandi imprese, i molteplici privilegi che limitano l’azione dei lavoratori, e allora un genuino scambio volontario, una genuina cooperazione dissolverà il capitalismo come lo conosciamo oggi.

Come dice Ezra Heywood in The Great Strike, “La sopravvivenza del più forte è un bene inevitabile; davanti ai lavoratori i capitalisti sono impotenti, a meno che lo stato… non intervenga a dar loro una mano ad afferrare e tosare le vittime. Il vecchio appello dei dispotismi, che la libertà rappresenta insicurezza, ricompare adesso sotto forma di concetto sbagliato secondo cui la concorrenza è un male per i lavoratori.”

Heywood dà una lezione alla sinistra americana contemporanea: Il capitalismo è un sistema basato sul furto della terra, norme che impediscono la concorrenza, monopolio della proprietà intellettuale e grosse regalie alle grandi imprese sotto forma di aiuti e contratti governativi. Cos’è, allora, tutto questo gran parlare di “libero mercato”?

L’anarchia di mercato è una forma di decentramento, un socialismo libertario che vede nello scambio volontario e nella cooperazione la soluzione alla disuguaglianza diffusa con cui oggi lottiamo. Politici e amministratori delegati preferirebbero mantenere l’attuale sistema americano; loro dipendono dal sistema e il sistema dipende da loro. A noialtri, a differenza delle élite politiche ed economiche, non dispiace lavorare per vivere; noi non chiediamo privilegi particolari; vogliamo solo essere lasciati in pace, liberi di realizzare le nostre idee e perseguire i nostri obiettivi. È questo genere di libero mercato che offre una via d’uscita dall’attuale iniquità, non il rafforzamento di quest’ultima.

Traduzione di Enrico Sanna.

Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist