Agricoltura Intensiva: Chi È il Vero Statalista?
The following article is translated into Italian from the English original, written by Kevin Carson.

Nell’ambiente dei movimenti libertari dominanti l’accusa di “statalismo” è solitamente rivolta contro una serie di obiettivi facilmente immaginabili. Chiunque lamenti il razzismo, il sessismo o altri argomenti di giustizia sociale, lo sfruttamento economico dei lavoratori o il degrado ambientale è automaticamente accusato di statalismo sulla base del ragionamento secondo cui lo sfruttamento, l’ingiustizia e l’inquinamento rappresentano problemi solo per chi odia la libertà.

In nessun altro campo questo è vero quanto in questioni che riguardano l’agricoltura intensiva e le colture geneticamente modificate. Ron Bailey, ad esempio, scrivendo su Reason difende regolarmente quest’ottica lanciandosi contro i sostenitori dell’agricoltura biologica e sostenibile, e altri presunti nemici “statalisti” di sinistra.

In realtà è difficile essere più statalisti della stessa agroindustria. La legge cosiddetta “Monsanto Protection Act” (in realtà un emendamento aggiunto ad una legge sull’agricoltura l’anno scorso) stabilisce che, finché il segretario all’agricoltura non produrrà un decreto normativo contro le colture geneticamente modificate, ai tribunali sarà vietato emettere ingiunzioni contro la semina e la distribuzione di queste colture sulla base di una citazione per danni. Le società come la Monsanto fanno regolarmente pressione affinché si vieti alle industrie alimentari e ai supermercati di pubblicizzare un prodotto come privo di ogm, sostenendo che questa pubblicità denigra implicitamente le colture geneticamente modificate, mentre (secondo l’industria) la “scienza seria” ha dimostrato che gli ogm sono tanto sicuri quanto i non-ogm (affermazione che Bailey ripete come un pappagallo praticamente in tutti gli articoli sugli ogm che scrive).

Ora sentite questa. Dopo che è passata la Monsanto Protection Act, un nuovo studio della ProfitPro (“2012 Corn Comparison Report”) ha scoperto che nel mais ogm sono presenti cloruri, formaldeide e glifosato, sostanze non presenti nel mais naturale. Il glifosato in particolare si trova negli ogm in misura di 13 parti per milione (ppm). Il livello massimo ammesso dalla Epa (l’agenzia per l’ambiente, ndt) nell’acqua potabile è di 0,7 ppm. L’esposizione a 0,1 ppm in alcuni animali da laboratorio ha prodotto danni agli organi. Il glifosato, un forte chelatore fosfatico, immobilizza le sostanze minerali con carica positiva come il manganese, il cobalto, il ferro, lo zinco e il rame, che sono d’importanza vitale per lo sviluppo della coltura, privandoli del valore nutritivo. Questo spiega perché il mais non-ogm, rispetto a quello ogm, ha 437 volte più calcio, 56 volte più magnesio e 7 volte più manganese. La Monsanto Protection Act non potrebbe essere più utile.

Come se non bastasse, il modello industriale della Monsanto dipende da un forte monopolio nei brevetti, che la società impone nel modo più prepotente che si possa immaginare: accusando i coltivatori dei campi adiacenti quelli ogm di “pirateria” ogni volta che le loro colture vengono contaminate dal polline proprietario della Monsanto. Se c’è qualcuno che ha diritto ad un risarcimento dei danni questo è il proprietario delle colture contaminate dal veleno della Monsanto. Ovviamente il dipartimento per l’agricoltura, che non è altro che il comitato esecutivo dell’agroindustria pieno di nomine politiche che vengono da Monsanto, Cargill e Adm passando dalla finestra, non la vede allo stesso modo.

Intanto l’agroindustria in una dozzina di stati stanno facendo pressione su una proposta di legge chiamata “Ag Gag” (agricoltura con il bavaglio, ndt), che considera criminali gli informatori e gli investigatori sotto copertura che rivelano episodi di crudeltà sugli animali negli allevamenti intensivi.

In cima a tutto c’è il fatto che le più grosse aziende agricole operano o su terra rubata (come le grosse fattorie californiane, molte delle quali erano haciendas poi occupate da coloni anglosassoni con appoggi politici dopo la guerra messicana), oppure sono imprese gigantesche che ricevono soldi per tenere la maggior parte dei campi incolti (come le grandi coltivazioni di cereali del Midwest e delle Grandi Pianure). Aggiungiamo, poi, il fatto che le grandi agroindustrie californiane dipendono per l’irrigazione dall’acqua incentivata con soldi pubblici, che viene da tutte quelle dighe che il genio militare ama tanto costruire.

Mettete tutto assieme e scoprirete che l’agroindustria è una creatura virtuale dello stato, e che dipende dallo stato giorno dopo giorno non solo per il profitto, ma anche per continuare a vivere. Così risulta che i veri nemici del libero mercato non sono tutti quegli attivisti anti-ogm, ma gli interessi dell’agroindustria. Forse è per questo che Dwayne Andreas, amministratore delegato di Archer Daniels Midland, una volta disse: “Il concorrente è nostro amico. Il cliente è il nostro nemico.”

Traduzione di Enrico Sanna.

Free Markets & Capitalism?
Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist