Non Cedere di un Millimetro! La Lotta per la Dignità ai Tempi del Virus

Di Alex McHugh. Originale: Don’t Give a Single Inch Back! The Fight for Human Dignity Amid COVID-19 del primo maggio 2020. Traduzione di Enrico Sanna.

Credo di non aver mai provato un senso di coscienza di classe – quello strano insieme di ansia, rabbia, amore e determinazione – forte come quello che provo ora. Posso solo immaginare che molti lavoratori si sentano allo stesso modo. Dappertutto vedi persone che riscoprono l’importanza della solidarietà, che pensano seriamente alla possibilità di azioni più radicali rispetto al passato.

È il momento di unire i fili della resistenza e coordinare la lotta per la dignità. Dopotutto, molte necessarie precondizioni già stanno nascendo.

Voglio dire che vediamo chiaramente non solo le condizioni che portano inevitabilmente alla rivolta, ma anche certi punti chiave che assicurano il successo. Per certi versi, le due cose vanno assieme: l’azione di massa ha più successo quanto più le crepe del sistema sono evidenti.

Esaminiamo le condizioni che rendono inevitabili le azioni di massa (scioperi, boicottaggi) e l’azione diretta (la rivolta, lo svuotamento delle carceri). Non è esagerato dire che da quando è cominciata la pandemia i più emarginati subiscono uno tsunami di sofferenze. L’impressione è che chi sta al potere cerchi un’opportunità anche in questa crisi: una scusa per opprimere con ancora più violenza e sfacciataggine chi sta dall’altra parte delle dinamiche di potere. Darian Worden spiega qui come il dispotismo di stato abbia intensificato il terrore approfittando della confusione della pandemia.

Alcune delle comunità prese di mira:

• Gli immigrati rinchiusi nei centri, che vengono portati da un posto all’altro in quello che pare un tentativo deliberato di diffondere l’infezione; e a cui vengono sequestrate maschere artigianali.

• Chi, in carcere, è intrappolato in condizioni simili, e non può avere aiuti.

• Gli immigrati, ma anche chi ha sposato un immigrato, che probabilmente non avranno diritto all’assegno di sostegno.

• I lavoratori del sesso che non hanno diritto agli aiuti.

• I queer, che probabilmente si ritroveranno senza protezioni anti-discriminatorie riguardo l’assistenza sanitaria.

• I senzatetto, di cui sono state distrutte le dimore temporanee in tutto il paese.

Ma siamo tutti vittime di un governo che ruba attrezzature mediche, ritarda i test, consiglia di bere varecchina, e che, quando finalmente fa qualcosa, organizza una figata di volo acrobatico dal sapore militaristico, con aerei che costano svariate volte le necessità di base di cui manchiamo.

In alcuni casi, possiamo manifestare e aiutarci tra noi e poco altro. In altri casi, data una buona dose di solidarietà e coraggio, possiamo fare molto. In effetti è quello che è successo in tante altre parti del mondo, dove gli scioperi sono stati la risposta alla pandemia e ai relativi orrori. Le reazioni si diffondono in modi che sembrano forse sorprendenti. In Francia, ad esempio, i lavoratori sono pronti a scioperare contro quella che ritengono una riapertura troppo repentina delle industrie chiave. Lo stesso potrebbe accadere negli Stati Uniti. Tra stati come la Georgia che dichiarano la fine della quarantena e un presidente fin troppo ansioso di dichiarare la fine dei problemi, possiamo spingere per evitare l’impennata delle morti e un possibile collasso del sistema sanitario.

L’obiettivo più ovvio di uno sciopero generale è rappresentato dalle attività definite “essenziali” come i trasporti, la distribuzione degli alimentari, e i negozi dove i lavoratori sono spesso tenuti in ostaggio dalla povertà, i debiti e la minaccia di licenziamento. Ma anche chi sceglie di continuare a lavorare può scoprire che vale la pena lottare per il pagamento degli straordinari e dell’indennità rischio, nonché per l’attualmente inesistente supporto sanitario.

Al momento, i lavoratori di Walmart, Amazon, Instacart e molte altre aziende sono in sciopero proprio per queste ragioni. Ma non sono solo queste aziende ad esporre i propri dipendenti al rischio, a pagarli una miseria e ad abusare del proprio potere per tenere in moto l’attività.

Dati gli scioperi in corso e un diffuso consenso sulle azioni da intraprendere, le possibilità non potrebbero essere migliori. Non c’è mai stato un momento migliore per fare uno sciopero generale. Negli Stati Uniti, e forse anche nel resto del mondo.

Ci sono buone ragioni per credere che un’impresa così ambiziosa, dato il contesto storico, possa funzionare. Per molti versi, sono i licenziamenti del mese scorso, la quarantena e la crescita esplosiva del mutuo aiuto a porci nelle condizioni adatte a fare uno sciopero generale. Componente cruciale, negli Stati Uniti come in qualsiasi altro paese con un minimo di strutture di supporto, è la possibilità di assicurare una casa e da mangiare ai lavoratori per tutta la durata dello sciopero. Questo significa che, affinché uno sciopero generale abbia successo, occorre mettere da parte fondi a sostegno degli aiuti e/o facilitare la ridistribuzione delle risorse all’interno della classe lavoratrice, magari con il sostegno dei ribelli della classe media e delle classi più alte.

Già ora la pandemia ci spinge a erigere strutture per condividere le risorse e fornire aiuti d’emergenza ai più deboli. In quasi tutti i quartieri delle città più colpite ci sono i cosiddetti Covid Grocery Share, gruppi organizzati su Facebook e in altri siti sociali. Ci sono gruppi che fabbricano maschere, e altri che operano giorno e notte per far sì che la gente abbia protezione, un letto e qualcosa da mangiare. Io personalmente aiuto un’organizzazione che occupa case vuote per quelli che fanno lo sciopero dell’affitto nel caso vengano sfrattati con la forza. Altri fanno collette per pagare la cauzione ad arrestati o immigrati. Altri ancora cercano il modo di offrire, in condizioni di sicurezza, alimentari a chi resta fuori dalle politiche ufficiali.

Queste forme di sciopero – dell’affitto e del debito – possono combinarsi, sostenersi a vicenda e potenziare gli effetti. Se uno sciopero generale ha forza di per sé, combinato con lo sciopero del debito e dell’affitto diventa una miscela esplosiva. Diventa quindi necessario coinvolgere anche i tantissimi che non possono pagare l’affitto o le rate di un mutuo. È molto più facile sostenere i lavoratori in sciopero se questi lavoratori non hanno debiti o affitti da pagare.

C’è poi la componente psicologica. Come dicevo, è più facile che la gente si convinca che il sistema è fallito quando lo vede sfarinarsi davanti ai propri occhi. La crisi, però, ha anche esasperato la disperazione di tanti. I licenziamenti di massa lasciano nella povertà assoluta chi arrivava a malapena a fine mese. Molti non sono disposti a fare le barricate contro il debito finché il pagamento obbligatorio non arriva a mangiare i soldi della spesa. Molti che si ritenevano “classe media”, potenziali futuri capitalisti, vedono le loro illusioni crollare. La gente è molto più arrabbiata del solito, e con buona ragione. Con la mente occupata dalla crisi che minaccia la loro esistenza, non riescono più a restare pazienti davanti all’arroganza, l’indifferenza, l’atteggiamento piglianculo di chi è al potere.

Anche la quarantena, per certi versi, è un’opportunità. Licenziati o “lavoratori da casa”, si ha più tempo a disposizione. Quando sono stato messo a zero ore, la prima cosa che ho fatto è stato mettermi a disposizione di varie organizzazioni. Quando poi ho visto che su Zoomcall eravamo più di un centinaio, ho capito che non ero l’unico ad aver avuto quell’idea. Certo le misure di sicurezza rendono difficile qualunque azione, non ci si può riunire, ma il fatto di stare a casa e avere molto tempo a disposizione significa essere in tanti a coordinare uno sciopero generale.

Ma scioperare per cosa, esattamente?

Per concessioni di vario genere. E poi basta guardare come l’attuale chiusura pressoché totale sta facendo vedere i sorci verdi al potere. Ma forse la cosa migliore, soprattutto quando finirà la quarantena e si comincerà a tornare alla “normalità”, sarebbe un rifiuto proprio di quella “normalità” a cui il potere dispotico e i capitalisti vogliono disperatamente tornare.

L’obiettivo più facile e ovvio è il mantenimento di tutte le concessioni importanti garantite sulla scia della pandemia. Durante il mese scorso sono state messe in pratica molte misure “provvisorie” per cui anarchici e altri lottavano da anni, se non decenni. Dalla sospensione della punibilità per piccoli reati all’allentamento delle norme sulla disoccupazione, sono tante le cose per il cui mantenimento possiamo lottare. Anche se il potere dice che sono concessioni temporanee, la possibilità di averle sempre cambia le condizioni di lotta. Non lottiamo più per ottenere certe cose, ma semplicemente per mantenerle.

Possiamo e dobbiamo cogliere l’occasione.

Dobbiamo cominciare a pensare fin da ora a come mantenere certi spazi una volta che ci sarà la riapertura, a come lottare per avere il nostro mondo quando la pandemia sarà finita.

Con questo non voglio negare o nascondere gli orrori dicendo che la pandemia offre “motivi di speranza” o l’opportunità di cambiare radicalmente la società. C’è poco da sorridere con oltre 230.000 morti (finora), grossi problemi economici e difficoltà della vita quotidiana. Il terrore e le sofferenze che accompagnano le crisi del capitalismo non sono una novità. Chi vuole un mondo nuovo vuole anche edificare nuove istituzioniperché conosce la fragilità delle istituzioni attuali. Sapevamo che sotto tensione avrebbero ceduto, e così è stato. Pesantemente.

È per questo che dobbiamo continuare a lottare per una nuova realtà. Una lotta terribile, per molti versi, e visti i costi in termini umani e i fallimenti istituzionali, anche personali, non c’è nulla di bello. Ma se riusciamo ad imporre nuovi modelli di vita, nuove strutture sociali, riusciremo non solo ad alleviare le sofferenze immediate, ma anche a far sì che future crisi siano meno dure, a fare in modo che la gente sia generalmente meno esposta alla povertà, alla violenza e alla morte. Dunque, dobbiamo lottare per mantenere gli aiuti “temporanei” che sono stati garantiti. Abbiamo ottenuto qualche aiuto materiale, spazio e potere di negoziazione. Ora dobbiamo lottare per mantenere queste cose.

Dobbiamo anche sfruttare il momento e ottenere ulteriori concessioni per ragioni puramente umanitarie. Ci sono ragioni profondamente umane per chiedere lo svuotamento dei centri di detenzione per immigrati, per rilasciare i detenuti almeno temporaneamente, e chiedere una qualche forma di reddito universale.

Il nostro dovere di anarchici non ci impone solo di sostenere un minimo di misure temporanee che garantiscano la vita nel breve termine. Noi vogliamo il pane e le rose. Allora, la domanda è: “Qual è il massimo che possiamo ottenere subito?”

Accada quel che accada in termini di lotte o risultati, il fatto di affrontare le difficoltà tutti insieme ci permette di capire cosa significa offrire solidarietà e aiuto reciproco. Teniamolo a mente e non dimentichiamolo.

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