Sepellire l’economia degli Idrocarburi, con o senza Trump

Di Kevin Carson. Originale pubblicato il 30 novembre 2016 con il titolo Trump or No Trump, We’ll Bury the Carbon Economy. Traduzione di Enrico Sanna.

Sulla questione dei cambiamenti climatici abbiamo visto comprensibilmente diffondersi il panico dopo l’elezione di Trump. Non dobbiamo sopravvalutare la capacità di Trump di sabotare il progresso, ma neanche sottovalutate quello che possiamo continuare a fare nonostante lui.

Primo, qualunque cosa voi pensiate delle politiche governative in materia, gran parte dei governi locali e nazionali, oltre agli stati e alle amministrazioni locali che governano gran parte della popolazione americana, stanno già operando al fine di ridurre su larga scala delle emissioni di gas serra, e in molti casi hanno già raggiunto l’obiettivo. La mia opinione, per quel che può servire, è che lo stato sia il “comitato esecutivo della classe di potere capitalista”, tanto per citare Marx. Talvolta per perseguire gli interessi collettivi di lungo termine del capitale, ad esempio prevenendo il collasso totale della biosfera, va contro gli interessi di breve termine di alcuni capitalisti, se non di gran parte. Questo ovviamente non significa che abbia buone ragioni per fare così, o che non ci siano alternative migliori, o anche che lo stato sia lo strumento più adatto. Ma pur essendo una sorta di macchina di Rube Goldberg, il fatto è che talvolta lo stato agisce per ovviare ai danni causati dalle sue azioni precedenti, ad esempio incentivando i trasporti e lo spreco energetico e incoraggiando il consumo di combustibili fossili.

A livello globale, i paesi che hanno firmato gli accordi di Parigi pare che, perlopiù, abbiano l’intenzione di continuare sulla strada dell’impegno personale anche senza gli Stati Uniti. La Cina, fino a qualche tempo il principale consumatore di combustibili fossili, potrebbe diventare l’avanguardia in fatto di politica climatica semplicemente per aver stabilizzato il consumo e perché è lo stato che più di tutti, per ragioni economiche, si sta convertendo all’energia rinnovabile.

Negli Stati Uniti, 24 stati hanno già raggiunto gli obiettivi previsti per il 2022, mentre la California, che rappresenta il 12% del mercato, già spinge per un’ulteriore riduzione al di sotto degli standard voluti da Obama.

Secondo, ben più delle politiche governative, sono le leggi della natura e dell’economia che sfuggono al controllo di Trump e che spingono a ridurre il consumo di combustibili fossili; una tendenza destinata a continuare nonostante il via libera di Trump agli oleodotti di Keystone e Dakota Access e ad ogni altro oleodotto previsto in futuro nel paese. Nessuno ha ancora abrogato le leggi della fisica e della geologia che stanno alla base del picco del petrolio e dei combustibili fossili, in particolare la tendenza delle risorse rimanenti a fornire sempre meno ritorno energetico sull’investimento energetico (EROEI).

L’attuale calo delle quotazioni del petrolio è dovuto perlopiù, non a nuove tecnologie non convenzionali di recupero dei combustibili, che comunque danno un EROI più basso dell’estrazione tradizionale, ma al fatto che l’Arabia Saudita sta pompando petrolio a livelli insostenibili dalle vecchie riserve per ragioni politiche e per accelerarne l’esaurimento.

Le frequenti impennate dei prezzi energetici sono un forte incentivo a separare la produttività economica del consumo energetico, tanto che in America le emissioni di CO2 sono calate del 10% nell’ultimo decennio per ragioni soprattutto economiche. Le emissioni delle centrali hanno già attuato tre quarti del piano di riduzione del 32% previsto da Obama. È probabile che la tendenza continuerà nonostante Trump proprio perché, a prescindere dall’offerta, ci avviciniamo al picco della domanda.

Mentre chiudono le centrali a carbone, il rinnovabile costituisce due terzi della capacità produttiva americana.

La Cina, che attualmente produce il 30% delle emissioni mondiali di CO2, sta stabilizzando il consumo di combustibili fossili, se non l’ha già fatto, per ragioni in gran parte indipendenti dagli accordi di Parigi.

Dopo un periodo di stabilizzazione delle emissioni durato tre anni, ora la crescita è virtualmente piatta (per quest’anno si prevede lo 0,2%) rispetto al previsto.

Terzo e importantissimo punto, la creatività dell’uomo e la cooperazione stanno rendendo le fonti rinnovabili più attraenti, e più economiche, dei combustibili fossili. Un decennio fa Amory Lovins e Paul Hawken sostenevano, in Natural Capitalism, che le attuali tecnologie di facile accesso, se applicate alle costruzioni, gli elettrodomestici, le auto eccetera, potevano ridurre il consumo elettrico ad un quinto, perlopiù sotto forma di risparmio immediato. Occorreva solo accelerarne l’adozione. Oggi potremmo essere giunti a quel punto.

Il costo delle tecnologie solari cade esponenzialmente; gli attuali pannelli solari hanno un costo per watt che è un quarto rispetto a dieci anni fa. Quasi tutte le settimane si annunciano passi avanti in quello che è il vero e proprio collo di bottiglia: la conservazione dell’energia. E alcune delle innovazioni più promettenti sono open-soure, prodotte paritariamente con strumenti condivisi, un anticipo della società che uscirà dal suo bozzolo quando l’attuale mondo fatto di stati (e di Trump) e di multinazionali terminerà la sua fase morente.

Per questo non ci arrendiamo, non caschiamo morti a terra, non siamo impressionati da quello che Trump potrebbe fare. Ci sono attivisti in tutto il Midwest che bloccano i treni delle forniture destinate ai cantieri degli oleodotti.

Quando è in gioco la sopravvivenza dell’umanità, non bisogna fidarsi del principe, ma neanche lasciarsi impressionare troppo.

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