Disuguaglianza Come Gioco a Somma Zero

Di Kevin Carson. Originale pubblicato l’undici febbraio 2016 con il titolo Inequality is a Zero-Sum Game. Traduzione di Enrico Sanna.

In un recente commento (“Economic Inequality”, gennaio 2016), l’investitore Paul Graham difende la disuguaglianza dicendo che non è necessariamente il risultato di un gioco a somma zero. Solitamente non lo è, dice. E accusa “gli ingenuissimi” che denunciano la crescente disuguaglianza dicendo che ragionano secondo “la fallacia della torta: i ricchi sono ricchi perché prendono dai poveri. Ma questo è solitamente un assunto di partenza e non una conclusione a cui si arriva esaminando i dati.” Ma la teoria della somma zero, lungi dall’essere una “fallacia”, è una conclusione razionale basata su dati reali.

Graham poi inquadra la disuguaglianza in termini di fenomeno naturale che sorge spontaneo, e che può essere evitato solo se lo stato impone un divieto. Il fatto, però, è che fin dalla sua comparsa lo stato ha agito principalmente a vantaggio delle classi di potere economico, imponendo il rispetto dei diritti artificiali di proprietà nonché dei monopoli da cui queste classi traevano ricchezza.

Secondo Graham, la crescita abnorme della disuguaglianza di questi decenni non è che il risultato delle innovazioni e della cultura delle start-up. Cose che nel complesso considera positive. Come esempio di disuguaglianza “positiva” risultante dalla cultura delle start-up, Graham cita “la nascita ad opera di Larry Page e Sergey Brin della società che vi permette di trovare le cose online.”

Ma non c’è niente di spontaneo nel fatto che una start-up nasca piccola, cresca esponenzialmente e arricchisca i suoi creatori in modo osceno. In un mondo in cui c’è totale libertà d’informazione, senza le barriere della “proprietà intellettuale”, ha più senso che una start-up venga replicata orizzontalmente invece di ingigantirsi. La start-up originaria sarebbe uno tra tanti nodi, tutti liberamente replicati, posseduti e gestiti in maniera indipendente, il tutto in una struttura a reticolo basata su protocolli comuni al fine di interagire tra loro.

Come ha detto una volta Anna Morgenstern, mia collega presso il C4SS, “in ambito anarchico, quando si scopre una sacca di necessità non soddisfatte, il capitale fluisce in quella direzione e valuta le opportunità di profitto molto rapidamente.” Assenti le barriere all’ingresso, il profitto temporaneo del primo arrivato tenderebbe a zero per effetto della concorrenza. L’unico modo per accumulare sempre più ricchezza sfruttando un’idea consiste nell’imporre un monopolio legale che impedisca ad altri di copiare quell’idea.

Qualcuno potrebbe arrivare ad una modesta ricchezza (diciamo, fino a qualche decina di milioni di dollari) grazie ad una serie di colpi positivi frutto di capacità imprenditoriali e inventiva eccezionali, oltre che del lavoro duro e di una grande frugalità. Ma non si diventa straricchi producendo qualcosa; per arrivare a questi livelli occorre avere sotto controllo il modo in cui agli altri è permesso produrre le stesse cose. Questo è ciò che Henry George Jr. definiva “controllare l’accesso alle opportunità spontanee.”

E l’arricchimento tramite la rendita, tramite il controllo dell’accesso alle opportunità spontanee non è un processo che lo stato è chiamato a vietare; al contrario, ci si arricchisce proprio grazie all’intervento dello stato, che impone il rispetto di tale controllo. Non è un caso se l’avvento di internet e delle start-up ha coinciso con un draconiano rafforzamento della “proprietà intellettuale” a partire dalla metà degli anni Novanta. Se pensate che la ricchezza di Bill Gates provenga unicamente dalle sue capacità creative e non sia un gioco a somma zero, provate ad immaginare quanti soldi avrebbe se non ci fossero copyright e brevetti sul software, se quello che fa la Microsoft potesse essere replicato, modificato e ricreato senza restrizioni o diritti da pagare.

Queste cose non son nate con la cultura delle start-up. Basta dare uno sguardo alla storia del capitalismo per vedere che si applica lo stesso principio generale fin dalle sue origini, cinquecento e più anni fa. Alle origini del sistema c’è l’appropriazione e la recinzione di enormi tratti di terra dei contadini che ne erano i legittimi proprietari, e poi la conquista militare di risorse naturali e di mercati esteri, e la schiavitù delle popolazioni conquistate. E le strade principali che portavano alla ricchezza passavano per il controllo delle condizioni a cui agli altri era permesso produrre: la proprietà assente di terre coltivate da altri, il monopolio legale del diritto di conio e di emettere credito, il monopolio legale sulle idee e le invenzioni, e molto altro.

Ed è da allora che gli eredi e gli assegnatari di questi ladri e schiavisti ricevono la protezione dello stato quando serve, per far sì che altri possano produrre solo se lavorano abbastanza da mantenere anche loro oltre a se stessi. A me questa sembra una cosa a somma zero.

Free Markets & Capitalism?
Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist