In Morte di Henry Kissinger

Di James C. Wilson. Articolo originale: On the Death of Henry Kissinger, del 7 dicembre 2023. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Dopo esser stato in Cambogia, vorresti pestare Henry Kissinger fino a spellarti le mani” ~ Anthony Bourdain

Il 29 novembre 2023 all’età di cento anni è morto Henry Kissinger. La gioia invade internet. Nel discorso pubblico online Kissinger ha rappresentato per anni il male che non muore mai. Ma l’ora è arrivata anche per lui.

Tutte le celebrazioni della sua morte dimenticano un fatto ovvio: Kissinger, una carriera di criminale di guerra, strumento di sterminio, ha vinto. Ha vissuto decine d’anni più della media, era l’ultimo sopravvissuto del governo di Richard Nixon. Ha sempre goduto degli elogi e della stima della classe politica statunitense, al riparo dalle innumerevoli morti e distruzioni legate a lui.

Nel 2016 recensii il libro del 2001 di Christopher Hitchens The Trial of Henry Kissinger, a cui si accompagnava il documentario omonimo. Erano i tempi in cui Kissinger tornava alla ribalta, il suo nome era associato a quello di Hillary Clinton, allora candidata alla presidenza con i democratici. Andavano in vacanza assieme, lei era orgogliosa del fatto che Kissinger approvasse il suo operato come segretario di stato con Barack Obama. A vincere le elezioni fu Donald Trump, che poco tempo dopo si incontrò con Kissinger alla Casa Bianca. Trump definì Kissinger un suo vecchio amico.

Ad un certo punto di quella orribile campagna elettorale, il rivale della Clinton, Bernie Sanders, disse orgogliosamente per distinguersi che non avrebbe preso consigli da Kissinger, e aggiunse: “Sono felice di non essere suo amico.”

Una dichiarazione del genere è pressoché sconosciuta in ambito politico ufficiale. Prendere le distanze da Kissinger significa prendere le distanze dai presupposti base della classe politica: che l’unica legge è la forza, e che l’egemonia e l’imperialismo statunitensi sono una splendida necessità da promuovere e difendere a tutti i costi.

Hitchens attribuisce a Kissinger il prolungamento della guerra di Vietnam: diffondendo informazioni riservate riguardanti la campagna elettorale di Nixon, offrì a quest’ultimo il pretesto per sabotare i colloqui di pace. “Circa ventimila americani e un numero incalcolabile di vietnamiti, cambogiani e laotiani persero la vita.”

Alcuni fatti notevoli della sua carriera:

• Nel 1971 favorì (e supportò con l’invio di armi) l’attacco pachistano contro il Bangladesh. Morirono tra i 300 mila e i tre milioni di bengalesi, centinaia di migliaia di donne subirono violenza. Seguì una massiccia emergenza profughi e il rovesciamento, con il sostegno degli Stati Uniti, del governo bengalese eletto democraticamente.

• Nel 1970, appoggiò il bombardamento americano in Cambogia, illegale, non autorizzato, in cui morirono 600 mila cambogiani e 300 mila laotiani. Anche in questo caso ci fu un’emergenza profughi che coinvolse due milioni di persone (un quarto della popolazione). La destabilizzazione che seguì portò al potere i Khmer Rossi e causò l’uccisione di 1,5-2 milioni di persone.

• Nel 1973 favorì il golpe cileno, con contorno di campagne di sabotaggio economico, massacri, rapimenti e torture ad opera degli squadroni della morte. Durante il golpe morirono circa 3.000 persone, mentre altre 28.000 furono incarcerate o torturate; altri negli anni a seguire il regime torturò altre 40 mila persone.

• Nel 1974, favorì il golpe della giunta militare greca a Cipro. Seguirono l’invasione dell’isola da parte della Turchia e 250 mila profughi.

• In qualità di consigliere per la sicurezza nazionale con Nixon, fu a capo di tutte le missioni segrete. Diresse l’Operazione Speedy Express, iniziata dall’amministrazione Johnson, causando la morte di 5.000-7.000 civili, secondo i dati del dipartimento della difesa.

• Favorì l’invasione indonesiana di Timor Est, a cui seguì nel 1975 il genocidio: morirono da 100 mila a 200 mila persone. Negli anni seguenti fu consigliere della Freeport-McMoRan, un’impresa internazionale con grossi interessi minerari e industriali in Indonesia. Nel 2000 divenne consigliere politico del presidente indonesiano.

• Fu coinvolto in un complotto per l’uccisione del giornalista greco Elias P. Demetracopoulos.

• Appoggiò la giunta militare argentina nella cosiddetta “guerra sporca”, durante la quale militari e squadroni della morte uccisero tra i 20 mila e i 30 mila dissidenti. L’atto rientrava in un più vasto coinvolgimento di Kissinger nel programma dei servizi segreti americani denominato Operazione Condor, in cui diverse dittature di destra in tutto il Sud America uccisero migliaia di persone. Sempre Kissinger sabotò il tentativo di Jimmy Carter di mettere fine alle uccisioni di massa, presentandosi alla Coppa del mondo del 1978 come ospite personale del dittatore argentino.

Dato che è difficile calcolare il numero esatto delle vittime, i numeri sono una semplice stima. Dire poi che appoggiò o approvò questi atti atroci significa probabilmente sottostimare il suo coinvolgimento in qualità di uomo di stato di alto livello.

Nel libro Hitchens sostiene che Kissinger avrebbe dovuto essere arrestato “per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e violazione delle leggi comuni, consuetudinarie e internazionali, oltre che per aver partecipato a complotti al fine di uccidere, rapire e torturare.” Ma così non è stato. Nel 1973 ha ricevuto il premio Nobel per la pace per un breve cessate il fuoco in Vietnam. Non si presentò alla cerimonia e tentò di rendere la medaglia. Per tutta la vita continuò a ricevere elogi e ammirazione presso gli ambienti politici statunitensi, arrivando anche a presiedere la commissione sull’undici settembre con George W. Bush. Si dimise quando gli chiesero di fare i nomi dei clienti della sua società di consulenza adducendo questioni di conflitti d’interesse.

Nella sua vita professionale, Kissinger è anche incredibilmente riuscito a fare qualcosa di positivo. La sua politica della distensione con l’Unione Sovietica contribuì probabilmente ad attenuare le tensioni della Guerra Fredda negli anni Settanta. A lui inoltre si attribuisce un ruolo importante nella normalizzazione della relazioni tra Stati Uniti e Cina e nell’apertura di quest’ultima al commercio internazionale. Detto questo, però, sappiamo che approvava molti dei peggiori aspetti della Cina, come l’uso della forza militare contro gli studenti che protestavano in quella che è conosciuta come la strage della piazza Tienanmen, dimostrando così come anche un anticomunista può avere un’anima stalinista.

Al netto di tutto, Henry Kissinger ha incarnato i peggiori aspetti della politica estera statunitense durante la Guerra Fredda. Il suo nome è associato in particolare ai cambi violenti di regime, alla pratica della segretezza, all’uccisione indiscriminata di civili, alle stragi che lui stesso ordinava o fingeva di ignorare, e infine al rovesciamento di governi eletti democraticamente e all’appoggio di regimi autoritari. Tutte cose che gli Stati Uniti facevano già prima e hanno continuato a fare anche dopo, ma che con Kissinger hanno raggiunto il livello massimo di atrocità.

Il kissingerismo fu anche l’approccio standard dei suoi successori. Come Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale con Jimmy Carter, che adottò una linea interventista finanziando i Mujaheddin in Afganistan in quella che era una guerra per procura contro l’Unione Sovietica. In seguito, i Mujaheddin inevitabilmente si evolsero nei talebani. “Ne è valsa la pena”, disse a proposito degli attentati dell’undici settembre e, per estensione, della propria politica attuata in Afganistan, a cui attribuiva la caduta dell’Unione Sovietica.

Fu poi Ronald Reagan a portare ai massimi livelli la Guerra Fredda e l’interventismo inaugurato da Kissinger negli anni Settanta. Tra le altre cose, Reagan appoggiò il dittatore guatemalteco Rios Montt durante le fasi più cruente di un genocidio in cui Montt fu responsabile di 75 mila morti. In Ciad finanziò Hissène Habré, responsabile di almeno 40 mila morti. Infine il caso Iran-Contras, un traffico illegale di armi vendute all’Iran per finanziare i Contras in Nicaragua, responsabili di oltre 13 mila attacchi terroristici, di numerose violazioni dei diritti umani, e di traffico di droga verso gli Stati Uniti.

Il kissingerismo è anche alla base della politica di Madeleine Albright, segretario di stato con Bill Clinton, e Neera Tanden, che ha ricoperto diverse cariche come consigliere dell’attuale presidente Biden. Famosa la dichiarazione della Albright: “Se dobbiamo usare la forza è perché noi siamo gli Stati Uniti, la nazione indispensabile. Noi siamo più in alto, e vediamo il futuro meglio di ogni altra nazione…” “Ne valeva la pena” disse a proposito della morte di mezzo milione di bambini a causa delle sanzioni contro l’Iraq negli anni Novanta. A suo credito, bisogna però dire che in seguito si scusò per l’espressione; inoltre, il mezzo milione di morti è fortemente dubbio. Ma si tratta comunque di espressioni spontanee che rivelano la volontà di chi sta al potere di servirsi della morte di civili come strumento di potere geopolitico.

In un’email fatta trapelare nel 2011, Neera Tanden suggeriva di usare le risorse di paesi ricchi di petrolio come la Libia per “ripagare in parte” gli interventi armati degli Stati Uniti in quegli stessi paesi. Il bombardamento del paese e il rovesciamento di Gheddafi destabilizzarono la regione e precipitarono la Libia nella guerra civile. Un pensiero simile lo espresse Donald Trump quando, durante la sua campagna elettorale del 2016, suggerì che si sarebbe potuto prendere il petrolio iracheno e con quello pagare i costi della guerra, e aggiunse: “Un tempo l’usanza era che il vincitore si prendeva il bottino.”

Ma anche l’invasione dell’Iraq, nonché le più ampie tendenze neoconservatrici all’interno del partito repubblicano rientravano pienamente nello spirito dell’interventismo kissingeriano. Kissinger incontrava spesso i membri del governo Bush per dare consigli in fatto di guerra. “L’unico piano d’uscita significativo è la vittoria,” disse una volta al Washington Post.

Gli interventi criminali degli Stati Uniti all’estero non sono cominciati né sono finiti con Kissinger, ma è stato lui a portarli ad un alto livello lasciando la sua eredità a tutti quelli che sono venuti dopo. La sua ideologia (senza sottovalutare la differenza tra i partiti in altre questioni importanti) era bipartisan. Gli aiuti e i favori di Biden verso Israele, ad esempio, non sono altro che una continuazione delle politiche dei suoi predecessori, e non credo che i suoi rivali repubblicani farebbero di meglio o peggio.

Kissinger ebbe rapporti con tutti i presidenti arrivati al potere durante la sua carriera, ma anche con molti altri capi di stato. Che sia riuscito a rimanere fino all’ultimo in buona salute, celebrato e rispettato da gran parte dei media americani e della classe politica, è una vera tragedia. Come ho detto, era un vincitore, ha avuto una lunga vita e ha subito ben poche conseguenze delle sue azioni. Questo però non significa che la vittoria di Kissinger e di quelli come lui duri in eterno.

Il fatto che alla sua morte sia stato ampiamente e francamente riconosciuto il male che ha fatto fa sperare per il futuro. È positivo che si diffonda la pratica di denunciare i criminali di guerra. Ma occorrerà molto più tempo per liberarci della loro eredità e del loro seguito tra i politici al governo. La morte di Kissinger è solo una tappa di questo cammino.

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