Non ci Sono Sparatori Passivi

Di Spooky. Originale: There’s No Such Thing as a Passive Shooter, dell’otto maggio 2023. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Qui negli Stati Uniti abbiamo un problema con le armi. Un problema che non può essere semplificato con frasi come “ce ne sono troppe” o “è troppo facile averne una legalmente”, ma che è indubbiamente un problema, e un problema di questo paese, e sta peggiorando. Qualcuno direbbe che il problema è che c’è poca informazione riguardo le armi, e su questo vorrei tornarci, anche se non so quanti commentatori potrebbero affrontare la questione in quest’ottica. Essere informati serve, ma non tanto da limitare la violenza attuale, e poi non credo che si possa dire che le stragi dell’ultimo ventennio sono il frutto di una scarsa conoscenza del modo di usare le armi. Questi sono fottuti assassini, procedure e norme di sicurezza non sono in cima ai loro pensieri quando fanno stragi di giovani inermi. La questione non si risolve con “patentini”, a meno che non si intenda migliorare la capacità di autodifendersi delle persone più a rischio, come le persone di colore, i transessuali, i malati di mente”, i senzatetto e altri, ma questo non è esattamente ciò che vogliono i progressisti.

Il problema, spero sia chiaro, non è l’arma in sé o il modo di maneggiarla. L’atto violento non è l’obiettivo principale, ma uno strumento efficace che porta a un fine ultimo: la morte del maggior numero possibile di persone spesso per ragioni pseudo filosofiche (vedi Unabomber, un certo presunto terrorismo informatico e altro). Tralasciando l’atto in sé, lo scoppio che spazza via la vita in un istante, come spiegare le dimensioni e la frequenza di questi atti? A rischio di sembrare presuntuosi, la ragione dobbiamo cercarla nella società, nei contesti culturali, sociali ed economici che applicano e impongono a noi, in quanto soggetti di un sistema complesso, certi comportamenti. Parliamo in particolare del fascismo patriarcale bianco e dei suoi adepti della destra paleoconservatrice.

Per chi non lo sapesse, gli Stati Uniti hanno una relazione particolare con il movimento globale fascista e bianco, con quel mito della “causa persa” dei neoconfederali che è diventato oggetto di esportazione culturale delle milizie suprematiste bianche come il gruppo Wagner. Nel corso del ventesimo secolo, la American Eugenics Society (società americana di eugenetica) e il movimento eugenetico statunitense in generale hanno dato vita a una relazione reciproca con il regime nazista. Più recentemente, il movimento americanocentrico QAnon ha cominciato ad allargare i propri confini al di là della politica statunitense, influenzando ambienti cospiratori di estrema destra in molti paesi, compresa la Germania e il Giappone. Sarebbe antistorico dire che gli Stati Uniti sono gli inventori del fascismo, ma non ci sono argomenti coerenti che confutino il fatto che la destra statunitense è parte importantissima del fascismo mondiale, soprattutto quando la campagna conservatrice contro i diritti degli omosessuali continua a fare da parafulmine che permette ai nazisti di organizzarsi pubblicamente.

Alla luce di tutto ciò, non è difficile capire perché così tanti giovani, bianchi e di sesso maschile, espongono il loro manifesto delle loro ansie esistenziali salvo poi irrompere nella più vicina moschea, in un locale per omosessuali o, com’è arcinoto, in una scuola piena di giovani indifesi.

Gli sparatori di Columbine, a cui si ispirano molti stragisti, idolatravano Hitler e il regime nazista. Eric Harris in un suo saggio elogia Hitler definendolo “il più grande leader che la Germania abbia mai avuto”. Qualcosa di simile ha scritto Dylan Klebold riguardo “la psiche e le ragioni di Charles Manson”. Si tratta in tutti i casi di un’approssimazione quasi perfetta del nazismo originale. Manca il braccio alzato, I diari di Turner in mano e la bandiera della Wermacht alle spalle, ma raramente questi simboli e immagini compaiono a giustificare i massacri. Si parla invece della passione comune per i videogiochi violenti (First person shooter, nientemeno!), e chissà quante vittime si chiederanno un domani chi erano i loro assassini al di là di una certa “insana” ossessione per un gorefest virtuale. La grande incapacità dei media di spiegare a fondo le ragioni reali della violenza di massa, per parlare invece di fragili sensazionalismi, è costata la vita a migliaia di giovani. La ricerca di cause semplici ha permesso a conservatori influenti, alla retorica dell’alterdestra e a una storiografia americana drogata di estremizzare i giovani, trasformando i più violenti in titoli di giornale sui quali esercitare le nostre speculazioni riduttive.

“E Nashville?” si chiederà qualcuno. Sì, perché il caso non sembra collocabile nella pista fascista. I lettori più transfobici potrebbero pensare che io non abbia niente da dire sul caso, dato che il mio patto con il Grande Anarchismo mi obbliga a non parlare male dei transessuali. Deluderò abilisti e transfobici, ma voglio parlare proprio del massacro di Nashville. La destra si è precipitata come un avvoltoio quando si è scoperto che lo sparatore era un transessuale e che la scuola era privata e confessionale cristiana; ha cominciato a dire che Hale era un pazzo anticristo che sputava sul bambino Gesù, e ha chiesto con forza l’approvazione di leggi speciali per impedire “che il movimento transessuale prenda di mira i cristiani”. Tucker Carlson, assieme a commentatori e tristi figuri della Fox News, mentre il pubblico televisivo, bianco e eterosessuale, attaccava, non hanno mai citato il fatto che l’organizzazione dei genitori, la Covenant Presbyterian Church, in passato aveva insabbiato casi di pedofilia. Tra i responsabili di questi atti c’è John Perry, ex parrocchiano coautore con Roy Moore di So Help Me God (Che Dio mi sia testimone, ndt), proprio ai tempi della sparatoria nella scuola. Cito il fatto non tanto per evidenziare le negligenze di Fox News e neanche per insinuare che Hale da piccolo è stato vittima di Perry, quanto per sottolineare importanti elementi contestuali spesso ignorati da molti giornalisti. Le scuole, in particolare le scuole private cristiane, sono luoghi in cui i giovani vengono tenuti sotto sorveglianza, abusati, stuprati, ridotti a studenti obbedienti con il controllo, le punizioni e la violenza di stato tramite l’obbligo del reporter system. L’apparato scolastico in fondo è uno strumento che disarma i giovani per convertirli in “operai specializzati” al servizio del sistema che li governerà per il resto della vita. Alle scuole e agli insegnanti che non producono studenti di “alta qualità” vengono imposte sanzioni finanziarie non per migliorare l’esperienza scolastica degli studenti, ma per mettere in competizione tra loro gli insegnanti. È qui che agli adolescenti viene insegnato a diventare adulti funzionali con una visione ottimistica del mondo, ma anche competitori feroci, avidi scalatori del profitto accademico, per diventare “i primi della classe”, detentori di uno status symbol che impressioni le istituzioni scolastiche superiori, ma soprattutto i futuri superiori sul lavoro. A costo di passare per insensibile, dico che questo non è esattamente il sistema che ti invoglia a vivere, anche nelle migliori circostanze. E a proposito di circostanze, non possiamo ignorare che queste istituzioni non rappresentano affatto il meglio.

La Covenant Presbyterian Church è una chiesa protestante che insegna il creazionismo ed è dichiaratamente contro i “bisessuali, gli omosessuali, lesbiche e ogni forma di procreazione artificiale in cui il donatore è esterno al vincolo del matrimonio”. Immaginando che l’istituzione di Nashville non si discosti molto dalle linee guida dell’ordine, possiamo dire che questa teologia evangelica conservatrice è ciò che viene inculcato agli studenti. Letteralmente. Le scuole presbiteriane rappresentano il terreno di coltura di un cristianesimo conservatore esplicitamente informato da un’ideologia formale che insegna a venerare l’unità familiare, nega l’autonomia corporale delle donne e diffonde il concetto di omosessualità come peccato. Comunque li si guardi, i conservatori cristiani rappresentano una forza pervasiva nella produzione sistematica di violenza di massa dopo Columbine, perché mantengono quelle condizioni che spingono le vittime della loro ideologia di odio all’isolamento, alla vendetta, a diventare “patrioti” adottando la retorica con cui si giustificano le loro crociate. Questo non significa, ovviamente, che si tratta di un problema esclusivo di questa chiesa o delle istituzioni imparentate, né voglio dire che i cristiani conservatori sono i primi a spingere ad uccidere. Questo primato appartiene al colonialismo britannico.

Durante il periodo coloniale indonesiano, soggetti dentro e fuori le potenze coloniali osservarono un fenomeno conosciuto come “amok” (in giavanese “ngamuk”, termine imparentato che significa pazzia). Funzionari, rappresentanti dello stato o indigeni, in seguito ad un degrado della propria condizione sociale, entravano in uno stato di malessere e isolamento per poi esplodere con furia assassina (Browne 2001, Lemelson & Tucker 2018). L’apparato disciplinare delle colonie, per quanto molto diverso e molto, molto più imponente rispetto alle moderne scuole secondarie, vedeva il fatto in termini patologici: la persona “amok” soffriva di turbe psichiche. La violenza non era ricollegata al regime coloniale con gli annessi componenti disciplinari; diventava un problema della persona violenta, senza cause sociali, generato da una particolare pulsione psichica. Con questo non voglio dire che l’atto omicida di Hale e una ideale reazione anticoloniale sono la stessa cosa; voglio dire invece che quando si controlla costantemente e pervasivamente e si svilisce un individuo si stanno creando le condizioni ideali perché avvengano questi caotici attacchi terroristici. Vittime del colonialismo, studenti e persone il cui status di persona è “normativamente” negato hanno in comune una lotta costante per la visibilità. Tanto per citare un esempio calzante, gli immigrati vivono oltre l’orizzonte visivo dello stato, dei media e di quello che comunemente è noto come “la pubblica vista”. Parliamo di una condizione di invisibilità che si manifesta in vari modi: dai commenti distratti alla violenza silenziosa che accompagna la difesa delle frontiere nazionali. Oppressi da un insieme di cose che vanno dalla cittadinanza ai nazionalismi al nativismo diffuso, gli immigrati sono privati degli strumenti della visibilità, la loro condizione diventa uno strumento per sorvegliare la persona e scoraggiare quegli sguardi che impediscono ad uno stato carcerario di opprimere. Diversamente dagli immigrati, la classe bianca privilegiata deve inventarsi un’invisibilità che giustifichi la ricerca di una visibilità, che li faccia balzare agli onori della cronaca condivisa sui social facendoli diventare martiri di una guerra culturale che faccia parlare tanto a destra quanto a sinistra. O, quando sopravvivano ai loro atti premeditati, che facciano di se stessi il proprio monumento. Stando a quello che sappiamo, a spingere Hale non sono stati certi complottismi, fantasie di guerre culturali tipiche dei bianchi, come accade spesso in queste stragi, ma una concettualizzazione della strage al fine di dare visibilità al proprio caso particolare, per quanto in questo caso ciò non abbia sortito alcun effetto pratico.

Al fondo di tutto, analizzando in termini psicoculturali il fenomeno delle stragi di massa in particolare, e della violenza di massa in generale, spero che il mio ragionamento sia convincente: non si diventa stragisti semplicemente perché si dispone di un’arma. Una violenza di massa che si manifesta con la frequenza attuale ha ragioni che vanno oltre lo stato patologico individuale, e più ignoriamo il fatto e più persone vengono uccise. Finché i progressisti continueranno a dire che il problema del fascismo americano dev’essere combattuto con la forza dello stato, le persone di colore, le donne trans di colore e gli adolescenti continueranno a morire. Per risolvere il “problema delle armi” che affligge gli Stati Uniti occorre partire dal riconoscimento di un problema più profondo: gli Stati Uniti sono un paese fascista, in cui lo stato serve ad imporre il patriarcato bianco tramite la violenza della polizia; in cui le chiese hanno un dominio incontrastato psichico e fisico sui giovani, e le scuole sono costrette ad offrire una versione drogata della storia nazionale per soddisfare le esigenze di tanti gruppi revisionisti. Detto ciò, lascio a voi stabilire se ad uno stato simile può essere accordato il potere di decidere chi può accedere ad un’arma.

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• Browne, Kevin. “(Ng)Amuk Revisited: Emotional Expression and Mental Illness in Central Java, Indonesia.” Transcultural Psychiatry, vol. 38, no. 2, 2001, pp. 147–165., https://doi.org/10.1177/136346150103800201.

• Lemelson, Robert, and Annie Tucker. “Deviance, Social Control, and Intersubjective Experience.” Afflictions: Steps Toward a Visual Psychological Anthropology, Springer International Publishing, New York City, New York, 2018, pp. 116–122.

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