La Giornata delle Vittime del Capitalismo

Di Kevin Carson. Originale: Victims of Capitalism Day, pubblicato il 10 maggio 2020. Traduzione di Enrico Sanna.

Su Reason Ilya Somin, secondo una sua pratica annuale iniziata nel 2007, ha scelto il primo maggio, festa dei lavoratori, per commemorare la “Giornata delle Vittime del Comunismo”. Somin parla di 80-100 milioni di vittime nel ventesimo secolo citando come fonte l’“autorevole” Libro nero del comunismo. Tanto per mettere in prospettiva tale “autorevole” fonte, sarebbe utile dare uno sguardo a questo elenco delle incongruenze, che parla delle incongruenze degli autori su questioni metodologiche e spiega come uno di loro avrebbe gonfiato la cifra per arrivare alla cifra tonda di cento milioni.

Io proporrei una Giornata delle Vittime del Capitalismo per commemorare le persone uccise dal capitalismo (e giudicherei il capitalismo con gli stessi standard usati da Solmin per il comunismo).

Aggiungo, come clausola, che da anarchico non ho alcuna intenzione di insabbiare le vicende storiche dei regimi marxisti-leninisti (qui non dibatto se è giusto o meno che l’etichetta “comunista” spetti esclusivamente al leninismo e al marxismo-leninismo, come piace tanto agli stessi marxisti-leninisti quanto ai difensori del capitalismo, o non piuttosto al marxismo non leninista e altre tradizioni comuniste libertarie). Nei “paradisi dei lavoratori”, chi si riconosceva nella tradizione marxiana non leninista, e a maggior ragione gli anarchici e i socialisti non marxiani, non se la passava tanto bene. E a quanto pare era così anche per i lavoratori, come dimostra la soppressione dei comitati di fabbrica voluta da Lenin. E a prescindere dai numeri del Libro nero, che siano più o meno taroccati, il programma marxista-leninista era sicuramente disposto a rompere molte uova per fare la frittata; una frittata che ha assunto una forma sviluppista o autoritaria alto modernista simile, purtroppo, a quella del primo capitalismo industriale.

Pertanto, non voglio affatto contrattaccare il capitalismo difendendo il “comunismo”; tutt’altro. So che il marxismo-leninismo era un sistema di potere di classe dispotico e sfruttatore. Voglio invece attaccare il capitalismo in aggiunta al marxismo-leninismo, perché non è che un altro sistema di potere di classe dispotico e sfruttatore, legato a doppio filo allo stato, e che ha causato un numero di morti paragonabile a quello del “comunismo”.

Cominciamo con un dato evidente: le morti causate dallo stato e dai capitalisti nel corso di secoli avevano come fine la massimizzazione del profitto capitalista.

La violenza di stato rientra nella storia del capitalismo fin dai suoi primordi. Il prerequisito centrale del capitalismo è la separazione tra mezzi di produzione e forza lavoro, così da costringere gran parte delle classi produttive ad entrare nel sistema salariale e utilizzare i mezzi di produzione di cui i capitalisti sono i proprietari. Rientra in tutto ciò la recinzione dei campi aperti nell’Europa del tardo Medio Evo, inizi della modernità, nonché la chiusura dei pascoli comuni e delle terre incolte in Inghilterra tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. A ciò si aggiunge l’abolizione dei tradizionali diritti di possesso dei contadini in tutte le colonie sotto il dominio europeo a partire da Warren Hastings; ovvero, la spoliazione e il genocidio degli indigeni nordamericani e australiani, il sistema delle haciendas in America Latina, l’esproprio del 20% delle terre più fertili nell’Africa Orientale britannica (e atti simili compiuti da altre potenze europee in tutta l’Africa e in altri possedimenti coloniali in tutto il mondo) e gli attuali furti e appropriazioni di terre nei regimi indipendenti neocoloniali dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un esempio dei costi umani imposti dall’agricoltura capitalista in Africa è la guerra nel Congo Belga voluta da Re Leopoldo del Belgio.

Aggiungiamo poi i milioni di morti nella tratta transatlantica degli schiavi, le vite rubate e stroncate dalla schiavitù per il profitto dell’agricoltura capitalista.

Aggiungiamoci la soppressione violenta delle attività che facevano concorrenza all’industria europea (vedi le Calico Acts in Bengala, ad esempio).

Aggiungiamoci tutte le guerre sanguinose, le invasioni, i colpi di stato, e infine il sostegno al terrorismo da parte di potenze coloniali e neocoloniali al fine di preservare la proprietà capitalista di terre e risorse e impedire le riforme agrarie. In realtà, alcune delle pagine più sanguinose del Libro nero del comunismo (le centinaia di migliaia di morti ad opera di Suharto in Indonesia con la Cia di Giacarta che forniva l’elenco delle vittime, il rovesciamento di Arbenz in Guatemala e le squadre della morte in America Centrale negli anni seguenti, l’ondata di golpe fascisti in Sud America con l’Operazione Condor) si riferiscono ad operazioni condotte in nome della “lotta al comunismo”. La guerra del Vietnam serviva soprattutto a mantenere la produzione di stagno e gomma integrata con l’economia industriale statunitense. E se gli Stati Uniti cercarono un pretesto per entrare in guerra contro il Giappone fu soprattutto perché quest’ultimo minacciava di togliere risorse e mercati all’Indocina francese, alle Indie Orientali olandesi e così via, ovvero alla Grande Areache sopravviveva grazie al controllo statunitense, e che il Giappone intendeva incorporare nel progetto della Sfera di co-prosperità della Grande Asia Orientale. I documenti del dipartimento di stato degli anni 1940 e 1941 sono pieni di avvertimenti sull’impossibilità del capitalismo di sopravvivere in forma riconoscibile senza l’accesso garantito allo stagno e alla gomma, al petrolio dell’India orientale e tutto il resto, a cui si aggiunge l’intento dichiarato di fare la guerra contro il Giappone a qualunque costo se tale accesso fosse minacciato.

La politica estera novecentesca degli Stati Uniti era guidata soprattutto dai bisogni espansionistici del capitale. Le élite industriali statunitensi (e le élite capitaliste delle potenze coloniali europee) vedevano nella depressione degli anni trenta e nelle agitazioni dei lavoratori degli anni 1890 il risultato di una crisi delle eccedenze di capitale, della capacità industriale inutilizzata e dello scarso consumo, cose che si potevano risolvere solo con la conquista di nuovi mercati e l’esportazione di capitali da investire. Ecco quindi che il tema centrale della politica estera statunitense diventò quello che William Appleman Williams chiamava “imperialismo delle porte aperte”, che tra le caratteristiche principali aveva il controllo armato della succitata Grande Area e il soffocamento di ogni tentativo di ribellione.

Il generale in pension Smedley Butler spiegò esplicitamente gli interessi di classe serviti da tutte le guerre che aveva combattuto.

Ho passato trentatré anni e quattro mesi in servizio militare attivo presso le forze più agili di questo paese: i marine. Ho fatto tutta la carriera da sottotenente a generale di divisione. Per tutto questo tempo, ho fatto da guardia del corpo d’alto bordo per la grande industria, per Wall Street e per le banche. Ero sostanzialmente un criminale, un gangster per conto del capitalismo.

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Il problema dell’America è che quando il dollaro da queste parti rende solo il sei percento, diventa nervoso e va all’estero a cercare il cento percento. Allora la bandiera segue il dollaro e i soldati seguono la bandiera.

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Nel 1914, ho contribuito a rendere il Messico, soprattutto Tampico, un posto sicuro per gli interessi petroliferi americani. Ho contribuito a rendere Haiti e Cuba un posto sicuro per quelli della National City Bank che da lì ricavavano i loro guadagni. Ho favoreggiato lo stupro di mezza dozzina di repubbliche dell’America Centrale per accontentare Wall Street. Ho contribuito a risanare il Nicaragua per conto della banca dei Fratelli Brown nel periodo 1902-1912. Nel 1916 ho portato la Repubblica Dominicana in linea con gli interessi dell’industria saccarifera americana. Nel 1903 ho contribuito a fare dell’Honduras il posto adatto all’industria fruttifera americana. E nel 1927 in Cina ho aiutato la Standard Oil a proseguire per la sua strada indisturbata.

L’esproprio, necessario all’avvio capitalismo, non è un atto una tantum. Quella che David Harvey chiama “accumulazione tramite esproprio” è una funzione del capitalismo tuttora in corso. Il Libro nero del capitalismo parla anche delle privatizzazioni e delle appropriazioni di risorse comuni del neoliberalismo, spesso mascherate da programmi di adeguamento strutturale del Fmi.

In breve, in questi ultimi secoli la stragrande maggioranza delle terre coltivabili e delle risorse hanno visto l’abolizione dei tradizionali diritti di possesso comune e la loro conversione in diritti di proprietà di proprietari assenteisti capitalisti; nell’interesse del capitale. Gran parte della popolazione mondiale è stata privata con la forza dei diritti di possesso dei mezzi di produzione, e costretta a lavorare come bestie per un salario; sempre nell’interesse del capitale. Il mondo capitalista porta devastazione e ondate di morte in tutto il mondo (nell’interesse del capitale), ovunque siano minacciati questo sistema di proprietà imposto con la forza e il lavoro salariato.

Finora abbiamo visto solo la violenza diretta, visibile, drammatica. Ma tutte queste vittime non sono nulla davanti a “ciò che non si vede”, come direbbe Bastiat. Ovvero, tutte quelle vittime indirette dell’azione statale per conto dei capitalisti. Quelle di prima erano vittime di eventi “straordinari” avvenuti agli esordi del sistema capitalistico, durante il suo consolidamento o nell’attuale processo di imposizione del dominio capitalista a tutto il pianeta. Tutte quelle cose, insomma, che il sistema educativo e i media americani spazzano sotto il tappeto, e che molti americani neanche conoscono. Vediamo ora la “normalità”, tutto quello che gli americani accettano come se fosse parte inevitabile della loro vita, il “così è”; con tutto il carico di morte che ne risulta.

L’esproprio di terre e risorse e la privatizzazione di ciò che occorre per vivere hanno prodotto secoli di disuguaglianze, povertà e fame, cose apparentemente meno drammatiche ma, nel lungo termine, più letali.

Il Libro nero del comunismo, da notare, non mette nel conto del comunismo soltanto le vittime degli stati marxisti-leninisti. Comprende anche le carestie prodotte da una cattiva gestione da parte dello stato, e i sottoprodotti non voluti di politiche attuate per altri fini (come la carestia in Cina durante il Grande Balzo Avanti).

Questo significa che tra le vittime del capitalismo dobbiamo includere anche le vittime della disuguaglianza e della povertà strutturale sotto il capitalismo, o dei massicci espropri di terre e risorse, della concentrazione della ricchezza, o delle attuali rendite economiche.

Riflettiamo un po’. Secondo la versione standard della storia, la fame nel mondo era il risultato di “primitive” pratiche agricole precapitaliste persistenti ed è stata sconfitta da Norman Borlaug con la Rivoluzione Verde. In realtà, nel mondo si produce abbastanza da dare da mangiare a dieci miliardi di persone, e la fame è il risultato di una cattiva distribuzione. Per essere più precisi, soffre la fame chi è stato privato della terra che gli dava da mangiare, nonché i suoi discendenti; una terra convertita in coltura da reddito. A ciò si aggiunge il fatto che una grossa porzione dei cereali che potrebbero sfamare gli uomini viene usata invece come mangime per gli allevamenti che riforniscono i mercati esteri e urbani. Detto papale papale, i discendenti dei derubati ed espropriati non hanno i soldi per competere in quella “democrazia del dollaro” che i libertari di destra amano tanto. Chi soffre la fame a Calcutta, vuoi perché i loro antenati sono stati espropriati da Warren Hastings o perché essi stessi sono stati espropriati dal fondo monetario, è vittima del capitalismo.

Chi a Flint è vittima dell’esproprio e privatizzazione del bene comune acqua, chi in America muore perché non può permettersi le spese sanitarie, chi ha problemi di salute o soffre di malnutrizione perché vive in un deserto alimentare, o perché l’inquinamento colpisce sproporzionatamente più le comunità povere o nere, è vittima del capitalismo.

Giudicato con gli stessi parametri usati nel Libro nero del comunismo e considerando tutte le vittime di questi eventi “normali”, il capitalismo esce con le ossa rotte. Quando attribuiscono al comunismo le morti per carestie, malattie e altro, e non solo quelle causate deliberatamente per ragioni politiche, gli autori del Libro nero espongono allo stesso metro di giudizio il capitalismo, che diventa responsabile dell’alta mortalità dovuta alla fame o alle malattie associate agli espropri avvenuti agli inizi della modernità europea e nelle colonie. Lo stesso dicasi per tutte le vittime della disuguaglianza economica sotto il dominio post-coloniale o i regimi neoliberali, in periferia o al centro.

Noam Chomsky, ad esempio, spiega che se Cina e India hanno lo stesso tasso di mortalità in tempi di carestia, in tempi “normali” la mortalità indiana supera di gran lunga quella cinese.

[Amartya Sen] nota che cinquant’anni fa, quando la pianificazione economica era agli inizi, India e Cina erano “sorprendentemente simili”. “Ma non c’è dubbio che quanto a  morbilità, mortalità e longevità (nonché istruzione e altro), la Cina sta molto meglio dell’India”. Secondo una sua stima, la mortalità indiana supera quella cinese di quasi quattro milioni l’anno: “Pare che ogni otto anni l’India riesca a riempire di scheletri l’armadio più di quanto non abbia fatto la Cina durante gli anni della vergogna” 1958-61.

In entrambi i casi, i risultati hanno a che fare con le “predisposizioni ideologiche” dei sistemi politici: per la Cina, una diffusione relativamente equa delle risorse mediche, compresi i servizi sanitari delle campagne, e poi la distribuzione degli alimenti, cose assenti in India…

Supponiamo ora, vincendo l’amnesia, di applicare le metodologie del Libro nero e dei suoi recensori a tutta la storia, non solo la metà dottrinalmente accettabile. Dobbiamo concludere che in India l’esperimento capitalista democratico ha causato, dal 1947 in poi, più morti di tutto “l’esperimento colossale, completamente fallito” del comunismo in tutto il mondo a partire dal 1917: oltre cento milioni fino al 1979, più altre decine di milioni in seguito, solo in India. L’“accusa di criminalità” dell’“esperimento capitalista democratico” è ancora più dura se osserviamo gli effetti dopo la caduta del comunismo: milioni di morti solo in Russia, quando il paese seguì fiduciosamente le ricette della Banca Mondiale, che diceva che “i paesi che liberalizzano subito e massicciamente si rimettono in piedi più in fretta [di chi non lo fa]”, ricette che hanno riportato il paese alle condizioni precedenti la Prima Guerra Mondiale, secondo uno schema ben noto nel “terzo mondo”. “Non si può fare la frittata senza rompere le uova”, avrebbe detto Stalin. L’accusa diventa molto più aspra se consideriamo le vaste zone che restavano sotto la tutela occidentale, e che hanno prodotto un record “colossale” di cadaveri e “una sofferenza del tutto futile, inutile e inesplicabile”. L’accusa si rafforza se a ciò aggiungiamo i paesi devastati dagli attacchi diretti delle potenze occidentali, nonché dai loro vassalli, nello stesso periodo.

Chiunque soffra la fame perché non può permettersi di che vivere, perché i suoi antenati, che producevano ciò che gli occorreva per vivere, furono spossessati e costretti al mercato del lavoro salariato (se non alla strada), è vittima del capitalismo.

Quei pochi libertari di destra che sono arrivati fin qui si staranno sgolando a dire che “questo non è capitalismo!” Quando si contano le vittime del capitalismo reale, questo è il classico ritornello dei libertari di destra.

Ma no. Voi e i vostri amici libertari di destra esaltate l’attuale sistema capitalista per tutte quelle meraviglie come l’iPhone che avrebbe creato, e per un presunto “calo globale della povertà assoluta.” Ma il capitalismo corporativo transnazionale che tanto amate nasce dalle atrocità citate, e in molti casi continua a trarre profitto da quel passato. Prendiamo la Apple, ad esempio. Se l’iPhone è il frutto, le radici dell’albero marcio sono il furto e l’estrazione della rendita. Fanno parte del loro modello aziendale. Se elogi la salsiccia devi anche ammettere di averci ficcato dentro un sacco di porcherie. Le due cose vanno assieme.

I difensori del capitalismo, dunque, ammettano la lunga e sanguinosa storia di morte scritta nel loro Libro nero, così come i marxisti devono ammettere le vittime della carestia ucraina, le purghe staliniane, la fame durante il Grande Balzo in Avanti e gli eccidi in Cambogia. I morti ricordati durante la Giornata delle Vittime del Capitalismo sono i vostri morti. Questo Libro nero vi appartiene. È il lascito del capitalismo a cui avete venduto la vostra anima. Ammettetelo, oppure tappatevi la bocca e lasciate perdere il “comunismo”.

The Anatomy of Escape
Fighting Fascism
Markets Not Capitalism
Free Markets & Capitalism?
Organization Theory
Conscience of an Anarchist