Dalla Parte del Piccolo

Sul dibattito tra prezzi gonfiati e saccheggio

Di Alex McHugh. Originale: In Defense of Small Business: On the Price Gouging/Looting Debate, 27 marzo 2020. Traduzione di Enrico Sanna.

Mentre il mondo reagisce alla pandemia di Covid-19 (o coronavirus), nascono molte opportunità di evidenziare la prospettiva anarchista. Il mutuo soccorso, nel tentativo disperato di minimizzare l’impatto sul nord del mondo, è il protagonista del momento.

Dalle comunità che raccolgono fondi per chi è senza lavoro a chi offre alimentari e altri beni indispensabili a chi non sta tanto bene, le piccole reti mosse dalla compassione fanno quello che i governi di tutto il mondo non fanno. Molti anarchici colgono il momento per ottenere concessioni dallo stato. Dal congelamento di affitti e sfratti ad una minore presenza di poliziotti, alla possibilità di avere un reddito universale, molte grandi vittorie sono oggi più vicine che mai. E c’è anche chi suggerisce di convertire il blocco sanitario in uno sciopero generale. Dopotutto, abbiamo reti per la raccolta di fondi, non facciamo la fame per mancanza di lavoro, e ci stiamo esercitando a praticare quella disciplina che uno sciopero richiede. Molti anarchici, poi, denunciano le tante responsabilità dello stato come causa della pandemia, nonché le risposte pasticciate di istituzioni come gli Stati Uniti.

Ma mettiamo da parte le riflessioni generali e affrontiamo quella che è una questione particolare tra gli anarchici. Secondo una logica che forse esiste solo entro l’anarchismo di mercato, alcuni di noi difendono la pratica dell’aumento dei prezzi in tempi di crisi, quando i beni scarseggiano. Altri invece ritengono queste cose inefficaci e ingiuste, e pensano che la risposta più idonea, durante una crisi e sotto il capitalismo, passi dal saccheggio. Approfondiamo il dibattito e cerchiamo di capire qual’è la risposta ideale alla crisi, con particolare riferimento all’aumento dei prezzi, da un punto di vista anarchico.

I libertari (e gli anarchici liberali) presentano due buone ragioni a favore dell’aumento dei prezzi (detti, asetticamente, “prezzi di emergenza”):

  • I prezzi alti evitano gli accaparramenti perché comunicano che le risorse sono scarse. Così avanza qualcosa per chi ha più bisogno. L’esempio classico è il ghiaccio durante un uragano quando manca la corrente. L’aumento del prezzo del ghiaccio significa che chi ne ha più bisogno, ad esempio per tenere in fresco l’insulina, ha più probabilità di trovarlo tra chi lo usa semplicemente per rinfrescare le birre.
  • Secondo, l’aumento dei prezzi stimola i rifornimenti evitando scarsità. I prezzi più alti fanno da incentivo economico alla produzione e alla distribuzione. I prezzi, inoltre, segnalano quali risorse sono più richieste, assicurandone la precedenza.

Questo approccio è fortemente consequenzialista, ma ci sono anche ragioni etiche per preferire l’aumento dei prezzi ad altre pratiche. In particolare, l’approccio tramite i prezzi rispetta il diritto di chi compra e chi vende di impostare liberamente i termini della transazione. Per tanti anarchici, almeno, questo diritto di commerciare liberamente è un diritto da garantire.

Ma ci sono tanti altri anarchici per i quali esiste un’altra soluzione, non basata sul prezzo, per prevenire gli accaparramenti da parte dei più ricchi. Tra l’altro, aggiungono, contro gli accaparramenti i prezzi alti possono poco; quando i ricchi sono molto più ricchi degli altri, possono permettersi di prendere tutto anche a prezzi maggiorati. L’altra soluzione è il saccheggio. Che è necessario, spiegano, perché permette ai più poveri di accedere ai beni indispensabili per vivere. Bisogna ricordare che, se è vero che ci sono istituzioni extramercato che offrono un supporto ai “poveri”, è anche vero che lasciano i più bisognosi fuori dalla porta, soprattutto se parliamo della carità pelosa dello stato sociale americano o di quella affidata alle chiese. Il saccheggio garantisce a chi è escluso, vuoi perché usa sostanze vietate, o perché è una lavoratrice del sesso, o perché lavora troppo, di avere l’indispensabile in tempi di crisi.

Io credo che nell’attuale contesto sociale entrambe le parti abbiano ragione: aumento dei prezzi e saccheggi devono coesistere per ottenere il miglior risultato possibile. I libertari dicono giustamente che stimolare le forniture locali aiuta a prevenire la scarsità  ricompensando (o rendendo economicamente possibile) la fornitura di merci in aree colpite. A volte bisogna andare contro il prezzo imposto. Ma anche contro la legge che punisce il furto.

Perché? Perché i prezzi, soprattutto quando vengono impostati a livello nazionale da grosse aziende commerciali, non sono sufficientemente flessibili da tener conto del bisogno legittimo, e perché non danno la possibilità a chi vende di comportarsi umanamente e decidere quanto far pagare e a chi. Perché Walmart non può darsi una politica dei prezzi che tenga conto di quanto un cliente può pagare, e invece volta le spalle a chi ha bisogno? Perché dovrebbero fidarsi del personale alle casse. Ma come fa se lo tratta come un possibile ladro sul lavoro? Il saccheggio permette di soddisfare i bisogni primari. Non dovremmo incoraggiarlo, ma neanche fare i delatori. E dobbiamo opporci all’azione della polizia. Insomma, non possiamo scegliere quali leggi violare, dobbiamo violarle tutte.

Se il saccheggio e l’aumento dei prezzi sono risposte alla crisi di una società capitalista, io credo che in una società veramente anarchica la situazione sarebbe diversa. La differenza verrebbe dall’assenza delle multinazionali commerciali, sostituite da piccole imprese possedute e gestite da lavoratori. Da notare che parlo specificamente di distribuzione. Dubito che in una società postcapitalista esisterebbero enormi attività produttive con catene di distribuzione globali. Il recente articolo di Kevin Carson illustra una ragione per combattere la produzione su larga scala. Certo, però, ci sono idee della scuola austriaca che mi sembrano valide: specializzazione e divisione del lavoro significano efficienza (fino ad un certo punto), e le catene logistiche globali diffondere la mentalità cosmopolita.

Lasciando perdere questa questione, possiamo vedere la distribuzione locale come momento separato (fino ad un certo punto) dalla produzione. Dopotutto, le piccole attività attualmente si riforniscono (o acquistano beni di produzione) presso molteplici grossi produttori. Ma la realtà è che durante una crisi i piccoli dettaglianti possono decidere sul momento se fare sconti o non far pagare nulla a chi ha bisogno. A livello di quartiere è ancora più facile sapere chi ha veramente bisogno. E poi, come diceva Adam Smith, la vicinanza fisica e la conoscenza personale generano quel rapporto fatto di reciproca fiducia tipico di una comunità, che rende più inclini i commercianti a fare concessioni. Lo stesso accade in un’attività di proprietà di chi ci lavora: il commesso può decidere cosa fare senza dover interpellare tutta la piramide burocratica aziendale.

Da quando è cominciata la crisi ho riflettuto a lungo sul ruolo che le piccole imprese potrebbero avere nel mondo degli anarchici di mercato. Dico “piccole” ma so che sull’aggettivo ci sono opinioni diverse. Sono organizzazioni sociali positive a prescindere? Sarebbero indispensabili in una realtà postcapitalista? Molti anarchici preferiscono istituzioni più comunistiche. E però mi pare evidente che più abbassiamo il potere decisionale a dimensione d’uomo e più è facile prendere decisioni compassionevoli ed essere umani con gli altri.

Vale la pena citare un caso mio personale.

Chiudono i ristoranti e i lavoratori si preparano all’impatto economico del virus, ma so che molti sono costretti a scegliere tra lavorare col rischio e non mangiare. Questo vale soprattutto per chi lavora per grosse aziende e multinazionali come Walmart e Amazon. Io invece lavoro in un piccolo bar. Pur non essendo il massimo, e tralasciando alcune critiche sulla gestione, penso di essere fortunato perché lavoro per un datore che ha deciso di chiudere relativamente per tempo e sta facendo di tutto per darci la paga nonostante la chiusura forzata. Qualcosa si fa, solo roba da asporto, e presto ci sarà una riapertura parziale. Non è il paradiso, ma certo è molto meglio che lavorare con Walmart.

E questo è il cuore dell’alleanza tra anarchici di mercato di sinistra, mutualisti, anarco-individualisti e libertari di sinistra: assieme comprendiamo tutto ciò che è e che non è un’istituzione di mercato giusta e desiderabile. Ma su una cosa siamo d’accordo: il futuro ideale è un insieme di azioni radicali e di mercato. La proporzione esatta non la conosciamo, ma mi eccita sperimentare nuove forme sociali, edificare insieme un mondo migliore; un po’ saccheggiando, un po’ mettendo su piccole attività, e un po’ utilizzando gli strumenti e le tecnologie di cui disponiamo.

The Anatomy of Escape
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Free Markets & Capitalism?
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Conscience of an Anarchist