Center for a Stateless Society
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Prima Cosa, Ammettere le Torture
The following article is translated into Italian from the English original, written by Thomas L. Knapp.

È stato pubblicato un sommario minimo, parziale, fortemente censurato del rapporto che il senato americano ha redatto sul programma di torture della Cia dopo l’undici settembre. Il modo in cui i media di regime hanno accolto il rapporto illustra il problema in questione non meno del rapporto in sé.

Come direbbe un tossicodipendente che cerca di uscire dal circolo, come prima cosa bisogna ammettere l’esistenza del problema. Governo e media americani, magari con la popolazione al seguito, ancora si rifiutano risolutamente di farlo.

Articolo dopo articolo, leggiamo di “interrogatori estremi” e “tattiche inquisitorie brutali”. Le parole ingannano. Non ammettono il problema. Cercano di girarci attorno.

Il soggetto non è “tecniche inquisitorie estreme”. Non stiamo parlando di “tattiche inquisitorie brutali”. Il soggetto in questione è: tortura.

Le leggi americane definiscono chiaramente il concetto di tortura (18 US Code §2340): “Azione commessa da una persona sotto pretesto legale e intesa ad infliggere forte sofferenza fisica o mentale (altro dal dolore o dalle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate) ad altra persona affidata alla sua custodia o controllo.”

Le leggi internazionali (la convenzione Onu contro la tortura) definiscono la tortura altrettanto chiaramente: “[Q]ualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito.”

Queste descrizioni sono istruttive, ma non ne abbiamo bisogno per arrivare alla conclusione che gli atti descritti nel rapporto (waterboarding, privazione del sonno e l’introduzione a forza di sostanze nel retto delle vittime, tanto per citarne tre) rappresentano tortura, solo tortura e nient’altro che tortura. Non esiste una definizione razionale del termine tortura che non si adatti alle azioni descritte.

Da qui giungiamo inevitabilmente ad una seconda conclusione: Le persone coinvolte nei casi di tortura, dagli esecutori materiali, su su lungo la catena di comando, fino al presidente degli Stati Uniti, sono criminali violenti e pericolosi. Sarebbero riconosciuti come tali in una società sana, che esistano o meno leggi che dicono che le loro azioni sono crimini.

La domanda, ovviamente, è: cosa fare? La risposta degli opinionisti tradizionali varia da “nulla” a “audizioni in senato nella speranza che tutto si dissolva” fino a “nominate un giudice speciale e lasciate che sia lui a far fuori i criminali meno protetti così noi possiamo continuare come sempre”.

Anche le proposte più radicali non vanno oltre il deferimento degli Stati Uniti e la consegna di tutta la banda, dal primo all’ultimo, alla Corte Internazionale dell’Aia.

Nei programmi di disintossicazione in dodici punti, il secondo punto consiste nel riconoscere un “potere superiore”. Il secondo punto di un programma di disintossicazione dalla tortura, il riconoscimento dello stato come “potere superiore” in terra, è in realtà il vero problema.

Lo stato accorda ai suoi rappresentanti un potere estremo, soprattutto sui carcerati e i prigionieri di guerra. Questo potere corrompe, permette ai rappresentanti dello stato di commettere abusi e torturare, come notato dagli psicosociologi nell’esperimento condotto nella prigione di Stanford.

Lo stato, inoltre, protegge i suoi uomini dalle accuse di responsabilità, nasconde la violenza di stato con eufemismi, devia il discorso dalla tortura come crimine alla tortura come politica. E poiché lo stato ha il monopolio della legge, tutto il processo penale è nelle sue mani. I torturatori sanno che difficilmente saranno processati.

Se tolleriamo lo stato, tolleriamo la tortura. È più che mai ora di smetterla di tollerare entrambi.

Traduzione di Enrico Sanna.

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Organization Theory
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