Center for a Stateless Society
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Indebitati o no, non c’è Speranza
The following article is translated into Italian from the English original, written by Kevin Carson.

Una caratteristica ricorrente del ciclo economico è il fatto che durante una dura recessione lo stato accumula grossi deficit annuali come conseguenza del calo dei proventi dalle tasse, dell’aumento della spesa per sussidi di disoccupazione e aiuti ai poveri, e degli stimoli vari. Questo manda il debito pubblico alle stelle. Nel caso della “Grande Recessione” americana, il problema è evidente nei 1.400 miliardi di deficit del primo anno di amministrazione Obama (oggi calati a 400 miliardi), e nelle migliaia di miliardi di debito federale aggiuntivo. Una caratteristica strettamente associata è la sensazione d’allarme diffusa secondo cui il debito accumulato sta trascinando in basso l’economia. Un buon esempio recente: Goldman Sachs ha messo in guardia sull’insostenibilità del debito del mondo sviluppato (Szu Ping Chan, “The world is drowning in debt, warn Goldman Sachs” Daily Telegraph, 26 maggio).

Come ha sostenuto Nick Gillespie su Reason (“Global Debt is ‘Sinking’ Economy As Populations Age in Rich Countries,” 26 maggio), gli interessi sul debito rappresentano un grosso peso, che riduce la flessibilità e la capacità di ripresa dell’economia e ostacola la crescita.

Oltre a ciò c’è il fatto che, in termini di giustizia economica, un forte indebitamento significa che una grossa fetta di pil finisce nelle tasche di chi vive di rendita.

Dunque è più che vero che il debito e i suoi interessi rappresentano un freno all’economia. Ma questa è solo metà della verità. L’altra metà è che, eliminando i forti deficit e i grossi debiti, l’economia collassa.

Fin dal principio, il sistema capitalistico è stato caratterizzato dall’alleanza tra le classi possidenti e lo stato. La ricchezza era concentrata nelle mani della classe economica dominante grazie alle ruberie e alla schiavitù sotto l’egida dello stato. Con l’aiuto dei diritti di proprietà artificiali e dei monopoli imposti dallo stato, le classi possidenti continuarono ad accumulare rendite su queste ricchezze rubate. Questo significava che gran parte degli introiti andavano nelle tasche di persone che preferivano reinvestirli piuttosto che spenderli in beni di consumo, mentre quelli che tendenzialmente spendevano gran parte dei guadagni in beni di prima necessità avevano un reddito limitato dalle rendite monopolistiche che erano costretti a pagare alle classi di potere. Il risultato fu la tendenza cronica ad accumulare capitale e una relativa assenza di spesa in investimenti proficui, e questo perché non c’era l’incentivo a mettere su attività che producessero profitto.

Per di più, il sistema economico emerso alla fine del diciannovesimo secolo, composto da gigantesche aziende alleate con lo stato, incoraggiava il sovrainvestimento in grosse attività industriali ad alta capitalizzazione che una volta a regime non riuscivano a liquidare tutta la produzione.

Il risultato è che, a partire dai primi del novecento e fino ad oggi, lo stato ha avuto un ruolo centrale nel tenere a galla il capitalismo clientelare tramite la spesa in deficit e lo stimolo della domanda. E gli enormi debiti pubblici accumulati garantiscono un rientro di capitali in surplus che altrimenti non troverebbero una soluzione proficua.

Il problema è che il capitalismo di stato tende ad incrementare il livello della stagnazione a causa dei deficit sempre più grossi necessari ad evitare la depressione. Anche nella fase ascendente del ciclo economico, il governo americano è costretto ad imbarcarsi in deficit che, secondo gli standard storici, sono enormi. Questo genera un effetto valanga sul debito pubblico. Se i bilanci fossero solitamente in pareggio, l’economia precipiterebbe in uno stato di depressione cronica, una condizione sfiorata durante la Grande Depressione ma che fu evitata con l’economia di guerra permanente emersa attorno al 1940. Se il debito pubblico dovesse essere ripagato, le migliaia di miliardi scaricati nel mondo economico farebbero crollare il tasso di profitto a livelli catastrofici.

Ovviamente, tutto ciò è insostenibile, a prescindere dal fatto che sia necessario o meno. Man mano che i deficit crescono, e che anche gli interessi sul debito accumulato crescono in rapporto al bilancio dello stato, ci avviciniamo sempre più al punto di non ritorno per cui il disastro fiscale diventa inevitabile.

Ecco quindi che l’imperativo statalista che spinge a mantenere in vita il capitalismo clientelare è anche ciò che sta trascinando quest’ultimo alla sua distruzione. Questa è una delle contraddizioni fondamentali degli ultimi 500 anni di capitalismo e dell’alleanza stato-aziende emersa 150 anni fa. Come tutti i sistemi basati sulla violenza, il capitalismo, al contrario del libero mercato, è un regno diviso contro se stesso. E dunque non può stare in piedi.

Traduzione di Enrico Sanna.

Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist