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Sciopero della Polizia e Parole Vuote
The following article is translated into Italian from the English original, written by Ryan Calhoun.

Buone notizie per tutti! La polizia di New York è in sciopero. La settimana scorsa, gli arresti sono crollati del 66% rispetto alle previsioni annuali, mentre le multe per gli automobilisti sono giù del 94%. Risultato: New York non è finita nel caos. Non c’è stato lo spara spara per le strade. Non c’è stato il collasso della società.

Questo è un problema di pubbliche relazioni per le istituzioni di polizia del paese. Se un calo drastico della presenza della polizia non è sfociato in quegli incredibili disordini immaginati dai sostenitori della polizia, a cosa serve la polizia? Migliaia di multe in meno, eppure nelle strade intasate di New York non c’è stato un aumento degli incidenti.

Il messaggio che viene da questo sciopero parziale della polizia dovrebbe apparire chiaro: I cittadini non hanno bisogno della polizia, è la polizia che ha bisogno di loro. Ne ha bisogno per dominare, perquisire, estorcere, indurre all’obbedienza, intimare di non resistere. L’attività quotidiana di questi sbirri, momentaneamente crollata, va a vantaggio loro, non vostro. Con un calo degli arresti del 66%, con i poliziotti che si rifiutano di intervenire in mancanza di sufficienti rinforzi, verrebbe da pensare che il crimine dilaga. Dove? Dove sono tutti quei briganti al soldo dai quali questi briganti salariati dicono di proteggerci?

Se continua così, gli abitanti di New York presto scopriranno ciò che tra i libertari è diventato lapalissiano: È la legge che fa i criminali. Una volta che gli arresti cessano, una volta smontati il finto disordine e la finta violenza di uno stato di polizia ci accorgiamo di quanto siano pochi i criminali tra noi. Quelli che davvero rappresentano una minaccia possono essere affrontati con l’azione collettiva delle comunità minacciate.

Ismaaiyl Brinsley era un cane sciolto a tutti gli effetti, uno armato non per fare giustizia ma per colpire gli obiettivi più opportuni. Non sarà ricordato per questo, però. Può darsi che le conseguenze del suo atto siano state brutali e terribili, ma hanno fatto nascere un’opportunità. L’assassinio ha scatenato una battaglia politica che covava sotto le ceneri. Adesso è chiaro che l’amministrazione cittadina e il dipartimento di polizia sono determinati a farsi una guerra inutile. La polizia teme un altro Brinsley, un altro atto di violenza ingovernabile e imprevedibile. È arrabbiata e impaurita. Noi dobbiamo approfittare del momento per denunciare questo sistema che crea criminali per quello che è: un racket estorsivo a vantaggio del dipartimento di polizia e Bill de Blasio (sindaco di New York, es).

È stata la polizia a creare un ambiente pericoloso per noi, non il contrario. In uno stato di polizia è il cittadino, non il tutore della legge, a correre più rischi. La polizia si tira indietro al primo segno di difficoltà, quando capisce che la gente non è veramente dalla sua parte, quando la gente capisce che la protezione è solo un’illusione sociale. Anche gli sbirri sanguinano, ed è tempo di ricordarglielo. Questa settimana a New York migliaia di persone non hanno subito violenze e rapimenti a discrezione dei banditi in uniforme. La paura e la spocchia dei suoi agenti hanno fatto perdere allo stato un bottino di milioni di dollari.

State sicuri che questa situazione non durerà. Sindaco e polizia ritroveranno l’equilibrio, riconosceranno che i loro interessi di classe prevalgono sui benefici del rancore politico. Il sistema non è sul punto di consumarsi del tutto. Spetta ad ogni individuo di New York e ad ogni individuo di ogni città occupata in tutto il mondo andare oltre la versione dei fatti di questo sistema di potere. La verità viene fuori quando la polizia si ritira. Quando la polizia paga per le conseguenze del proprio potere, quando alla violenza si risponde con una forza paragonabile piuttosto che con il timore, quando la gente capisce la responsabilità della comunità ricade su di loro, è allora che lo stato di polizia batte in ritirata.

Traduzione di Enrico Sanna.

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