Coordinamento Economico Decentrato: Sboccino Cento Fiori

Di Kevin Carson. Originale pubblicato il 15 giugno 2020 con il titolo Decentralized Economic Coordination: Let a Hundred Flowers Bloom. Traduzione di Enrico Sanna.

La questione del calcolo economico, così come impostata da Ludwig von Mises e Friedrich Hayek, viene usata spesso dai libertari per contrastare forme di coordinamento economico che non si basano sul mercato e la moneta.

La variante misesiana, esposta ne Il calcolo economico in una società socialista e in Socialismo, ruota attorno al ruolo che hanno i prezzi dei fattori di input nel decidere la distribuzione degli input stessi tra i vari usi alternativi. Scegliamo tra diversi fattori di produzione, è la tesi, e decidiamo su cosa economizzare, confrontando i prezzi. Decidiamo cosa produrre con tali fattori confrontando il valore economico prodotto con i costi di produzione.

La versione hayekiana si basa sulla teoria della complessità, ovvero del volume delle informazioni da elaborare. I prezzi di mercato distribuiscono migliaia di risorse diverse tra migliaia di produzioni diverse come nessuna burocrazia pianificatrice centrale potrebbe affrontare.

Dico subito che sono agnostico riguardo la possibilità o meno che forme coordinative non di mercato possano essere più efficienti del sistema dei prezzi di mercato. Sono agnostico anche riguardo l’esistenza di una coordinazione economica o di un processo decisionale razionale, anche se propendo per il sì. Dunque, se cercate una dichiarazione definitiva su quale delle due forme, di mercato o non di mercato, sia più efficiente, se cercate un sostegno a questo o quel particolare meccanismo, avete sbagliato indirizzo.

Voglio però esaminare alcuni aspetti delle tesi di Mises e Hayek che mi paiono particolarmente interessanti o rilevanti ai fini della coordinazione economica.

Partendo da Mises, è già troppo dire che la sua tesi sui prezzi di input ha una qualche validità.

Tanto per cominciare, nessuna normativa sui diritti di proprietà è evidente di per sé. Esiste una vasta gamma di possibili normative. La scelta tra l’una e l’altra precede logicamente il funzionamento e la determinazione del prezzo di mercato.

Seguendo Coase, si potrebbe arguire che le norme sulla proprietà non sono importanti quando sono negoziabili; qualunque sia la loro impostazione, il mercato le costringerebbe a gravitare attorno al punto di massima efficienza. Ma cambiare le normative significa anche cambiare la distribuzione dei flussi di reddito tra i vari attori; ovvero, gli incentivi possono variare enormemente secondo come si stabiliscono i diritti di proprietà. La distribuzione del reddito e dell’incentivo a produrre varia moltissimo secondo che (ad esempio) una terra appartenga a chi la coltiva o ad un proprietario che non la coltiva. Ma dire che le normative sulla proprietà non contano finché sono negoziabili è ridicolo, è come dire che non importa se io ho il diritto di non essere ucciso o se qualcun altro ha diritto ad una compensazione per non avermi ucciso.

E non ha senso dire che i prezzi di mercato riflettono il valore perché, a seconda di come le normative assegnano la proprietà, il prezzo di una data cosa può riflettere tutta una gamma di valori. Gli economisti di orientamento neoclassico o marginalista, a prescindere dalle ipotetiche normative sulla proprietà, sostengono invariabilmente che prezzi e redditi sono il riflesso del valore creato. Si chiedono solo se tali normative sono architettate, relativamente parlando, in modo da riflettere i costi reali con maggiore o minore accuratezza.

Qualunque sia il regime dei diritti di proprietà, è tautologico dire che “la ricchezza riflette la creazione di valore”, quando il valore è definito come ciò che si riesce a far pagare per qualcosa. Secondo i marginalisti, la produttività marginale di una qualunque cosa è ciò che va ad aggiungersi al prezzo finale di beni e servizi. Se, ad esempio, si chiude un mezzo di produzione e si fa pagare un prezzo per accedervi, qualunque pedaggio vada a sommarsi al prezzo costituisce la “produttività marginale” del “servizio” che “contribuisce” alla produzione.

Se invece definiamo la creazione di valore in termini di produzione diretta di valore d’uso – l’attività umana occorrente a dare una nuova forma a del materiale fisico, o anche a trovare metodi migliori per farlo – allora è chiaro che (come vedremo più in là) l’attuale regime dei diritti di proprietà non premia affatto il lavoro, fisico e mentale, occorrente alla creazione di valore d’uso. Dopotutto, a incassare miliardi con la Tesla è Elon Musk, non qualcuno dei suoi operai o tecnici. La situazione è analoga a quella del Medio Evo, quando ad arricchire i feudatari era il controllo dell’accesso alla terra, non la produzione vera e propria di rape.

È quindi più esatto dire che la distribuzione dei fattori tra usi alternativi in concorrenza tra loro richiede un regime dei diritti di proprietà pensato appositamente. E dato questo criterio, il regime dei diritti di proprietà vigente sotto il capitalismo è tra i meno efficienti che si possano concepire.

Il sistema prevalente che da qualche secolo regola la proprietà non solo dimostra che i diritti di proprietà capitalisti non sono emersi spontaneamente, senza l’intervento dello stato, ma evidenzia anche gli effetti perversi della loro biasimevole teorizzazione.

Secondo lo schema capitalista prevalente, terre e risorse naturali – naturalmente scarse e costose – vengono rese artificialmente abbondanti e economiche grazie al fatto che le classi proprietarie possono accedervi in esclusiva. Nel corso degli ultimi secoli, il capitalismo ha seguito perlopiù un modello di crescita estensivo basato più sull’incremento dei fattori di produzione materiali, che sulla crescita dell’efficienza dei fattori di produzione esistenti. Questo spiega la maggiore efficienza dell’agricoltura industriale, in termini di rientro per ettaro, rispetto alle coltivazioni intensive di piccola scala: perché considera la terra un bene gratuito. Le haciendas dell’America Latina tengono incolto quasi il 90% delle loro terre, ottenute disonestamente, mentre i contadini poveri di terre sono costretti a lavorare come dipendenti salariati. Il governo statunitense paga i produttori per tenere le terre incolte, così che quelle terre coltivabili ma inutilizzate diventano un investimento fondiario con un rientro garantito.

In quest’ultimo secolo circa, la socializzazione degli input aziendali è diventata il capitolo di spesa principale dello stato. Lo stato ha incentivato ferrovie e autostrade interstatali, ha fatto nascere l’aviazione civile con soldi dei contribuenti, offre accesso prioritario alle terre pubbliche ad aziende petrolifere e estrattive di vario tipo, fa le guerre per il petrolio e utilizza la marina militare per garantire rotte sicure a petroliere e portacontainer (Vedi Carson, Organization Theory, pp. 65-70).

L’industria capitalista segue uno schema basato sull’incentivo allo spreco e l’obsolescenza programmata al fine di tenere in piedi la produzione. Gli stessi modelli contabili usati dai manager e dagli econometristi considerano il consumo di risorse una creazione di valore.

Dall’altro canto, i diritti di proprietà capitalisti rendono artificialmente costose idee, tecniche e innovazioni, impongono barriere e pedaggi al loro utilizzo e rendono artificialmente difficile la cooperazione.

La proprietà intellettuale causa grosse distorsioni del prezzo, tanto che chi la possiede può vivere di rendita monopolistica sulla duplicazione di dati (canzoni, libri, articoli, film, software e così via) che hanno un costo marginale di riproduzione pari a zero. E quando si copia un design o una tecnica produttiva, ecco che il grosso del prezzo va alla rendita monopolistica rappresentata dai brevetti e non ai fattori materiali e al lavoro.

I copyright sulla ricerca scientifica e i brevetti sulle nuove invenzioni impediscono l’effetto “spalle dei giganti”, per cui il progresso tecnologico è il risultato di idee aggregate o combinate in modi innovativi. Spiega Johann Soderberg (Hacking Capitalism), ad esempio, che il perfezionamento della macchina a vapore rimase bloccato fino alla scadenza del brevetto di James Watt.

I brevetti permettono alle aziende transnazionali di stabilire chi può produrre e chi no. È così che si è riusciti a delegare la produzione a appaltatori terzi in paesi a basso reddito, mantenendo il monopolio legalizzato sul diritto di vendita, e applicando un ricarico enorme ai costi reali di produzione.

Altro fattore reso artificialmente costoso dal regime di proprietà capitalista è il credito. Nel suo pamphlet del 1825, Labour Defended Against the Claims of Capital, Thomas Hodgskin smontò la teoria del “finanziamento del lavoro” (secondo la quale il datore anticipa le spese per vivere dei suoi lavoratori attingendo ad un suo fondo di risparmi e quindi ha diritto ad un compenso per tale sacrificio) spiegando che, in realtà, sono i vari gruppi di lavoratori produttori ad anticiparsi l’un l’altro non solo ciò che occorre per vivere, ma anche i fattori materiali che occorrono alla produzione, attingendo alla loro produzione personale. La ricchezza del capitalista non è la fonte di tutto, ma solo della rivendicazione del diritto di fornire input prodotti da altri.

Tra chi produce gli alimenti e chi produce vestiti, tra chi produce strumenti di lavoro e chi li usa, si intromette il capitalista, che non fabbrica e non utilizza queste cose, ma si appropria del prodotto di tutte le varie parti. Con una mano il più possibile avara dà ad uno parte di ciò che ha prodotto l’altro, tenendo per sé il grosso. Gradualmente, un passo dopo l’altro, si è insinuato tra loro, è cresciuto grazie all’accresciuta produttività del lavoro, ha separato le parti al punto che nessuno capisce più da dove vengono quei beni che riceve tramite il capitalista. E mentre li deruba, li tiene separati, così che essi pensano di dovere la propria esistenza al capitalista. Che è semplicemente l’intruso che fa da intermediario tra tutti i lavoratori…

In un sistema razionale, il credito potrebbe essere organizzato cooperativamente dai lavoratori stessi come sistema di flussi orizzontali, così che ognuno finanzia la produzione dell’altro senza bisogno di avere una riserva di ricchezza. Ma la legge del capitalismo limita l’accesso al credito a chi ha già una riserva di ricchezza accumulata, solo a loro è data la possibilità di estrarre rendita dal credito. (Stranamente, gran parte dei libertari di destra sostenitori della “moneta forte” non criticano il fatto che il credito sia limitato a chi già è ricco, ma solo la “insufficienza” di tale credito in certi casi sotto forma di riserva frazionaria).

Un esempio particolare dell’irrazionalità di questo sistema creditizio è emerso in occasione della pandemia di coronavirus. Davanti all’impossibilità di decine di milioni di nuovi assunti di pagare l’affitto, è emersa (non a caso) l’indole parassitaria dei proprietari. Questi, assieme ai loro apologhi, si lamentano dicendo che le loro proprietà sono un investimento, e che dipendono dalla riscossione degli affitti per il pagamento dei mutui. Una qualunque interruzione nel flusso costante delle pigioni causa il default del debito dei proprietari. Ma fermiamoci a riflettere sul significato di ciò. L’affitto va a pagare direttamente il mutuo, mentre il proprietario fa da semplice intermediario che riceve i soldi dagli affittuari e li passa alle banche; ovviamente, facendo la cresta per il “servizio”. Questo la dice lunga sull’organizzazione irrazionale del sistema creditizio.

Simili irrazionalità risultano dal fatto che governance e diritti di proprietà sono pensati in funzione delle aziende. L’autorità gestionale è affidata ad una piramide manageriale che (teoricamente, almeno) rappresenterebbe una classe di azionisti assenteisti, piuttosto che a chi con le proprie forze e con la conoscenza diffusa fa da perno della produzione, ed è per questo che le aziende affondano tra problemi legati agli incentivi e alle informazioni e tra i conflitti d’interesse.

Ad esempio, molti miglioramenti in fatto di efficienza e produttività sono il risultato delle conoscenze diffuse dei lavoratori e del capitale da essi accumulato sotto forma di relazioni sul lavoro, ma questi lavoratori sono razionalmente incentivati a nascondere queste conoscenze perché sanno che qualunque loro contributo alla produttività verrebbe espropriato dalla dirigenza sotto forma di bonus, e per giunta gli si ritorcerebbe contro con ristrutturazioni e velocizzazione del lavoro. E anche se alla base di una maggiore efficienza c’è la conoscenza del processo produttivo da parte dei lavoratori, le dirigenze non affidano mai quelle conoscenze alla discrezione dei lavoratori stessi perché sanno che i loro interessi sono fondamentalmente in contrasto con quelli delle dirigenze. A causa delle piramidi di potere che distorcono fortemente il flusso informativo, le dirigenze operano in una bolla, e questo le costringe a limitare l’affidamento alle conoscenze dei lavoratori, a semplificare il processo lavorativo con un’operazione dall’alto e a renderlo più “leggibile” (vedi James Scott,Seeing Like a State) utilizzando regole di lavoro tayloristiche semplificate. Le dirigenze sono così costrette a spendere per il controllo interno e la disciplina molto più di quanto non avvenga nelle imprese autogestite.

Mises liquidò il modello sociale di mercato di Oskar Lange definendolo un “giocare al capitalismo”, perché le dirigenze aziendali rischiavano capitali che non appartenevano a loro. Erano premiate in caso di successo, mentre in caso contrario erano dispensate dalle responsabilità.

Chi amministra il capitalismo americano gioca al capitalismo né più né meno come i dirigenti immaginati da Lange. Solo teoricamente gli azionisti sono gli attori dell’azienda, e anche quando lo sono si tratta di personaggi fittizi distinti dagli azionisti individuali o collettivi. La verità è che gli amministratori hanno con il capitale aziendale (che sostengono di amministrare in nome degli azionisti) lo stesso rapporto che aveva la burocrazia sovietica con i mezzi di produzione, che sosteneva di amministrare in nome del popolo. Sono un’oligarchia che si autoalimenta e che controlla in maniera assolutamente discrezionale capitali enormi, di cui non è affatto responsabile in caso di perdite. L’atteggiamento tipico consiste nel dilapidare la capacità produttiva di lungo termine, far fuori il capitale umano al fine di ottenere buoni numeri nel breve termine e autoassegnarsi bonus sostanziosi, lasciando ai successori il compito di spalare le macerie.

Murray Rothbard diceva che l’economia pianificata sovietica sopravviveva solo prendendo come punto di riferimento dei prezzi le economie di mercato occidentali. Così, anche se i prezzi di trasferimento stabiliti dal Gosplan e dagli amministratori aziendali non soddisfacevano, perché non riflettevano le condizioni particolari immediate dell’Unione Sovietica, riuscivano comunque a funzionare perché erano legati indirettamente ai prezzi di mercato altrove.

Ma nel capitalismo aziendale la stragrande maggioranza dei beni intermedi del processo produttivo sono beni specifici che servono alla produzione di un’azienda particolare, non hanno un mercato. L’azienda tal dei tali compra l’acciaio sul mercato, ma poi con quell’acciaio fabbrica i suoi prodotti partendo da semilavorati fatti su design apposito. La burocrazia aziendale applica un certo prezzo di trasferimento a quei semilavorati, così che questi possono essere “venduti” da un reparto all’altro esattamente come facevano i pianificatori sovietici: facendo riferimento indiretto ai prezzi di mercato praticati all’esterno (il prezzo dell’acciaio, del lavoro, dell’energia e di tutto ciò che contribuisce alla produzione).

In breve, se esiste una realtà che conduce al “caos del calcolo economico” è proprio il mondo creato dall’economia capitalista e difeso da Mises e Hayek. In ogni caso, con una normativa della proprietà più “socialista” – gestione comune di terre e risorse, informazione libera, aziende possedute e gestite dai lavoratori – si avrebbero risultati più razionali.

In tutti i casi, i diritti di proprietà sono attribuiti a persone che non solo non ricavano alcun vantaggio dall’aumento dell’efficienza, ma i cui interessi sono l’esatto opposto di quelli dei produttori reali, di cui sono parassiti. Come scrive Kropotkin in Parole di un ribelle,

L’economia politica, pseudo-scienza della borghesia, non smette mai di tessere le lodi della proprietà individuale… [e però] gli economisti non concludono dicendo “La terra a chi la coltiva”. Al contrario, rifacendosi alla realtà attuale, si affrettano a dire “La terra a chi manda i salariati a coltivarla!” [Iain McKay, ed., Direct Struggle Against Capital: A Peter Kropotkin Anthology]

Pertanto, se è vero che non è possibile distribuire le risorse efficientemente senza normative sulla proprietà pensate razionalmente, allora tutto il ragionamento di Mises sul calcolo economico non è che un attacco a quel sistema capitalistico che egli stesso voleva difendere.

Ancora, la sua teoria riguardo le necessità del mercato in fatto di fattori o beni produttivi era poco coerente. Secondo Mises, il sindacalismo rivoluzionario avrebbe prodotto un caos computazionale perché non ci sarebbe stato un mercato dei mezzi di produzione. Per Mises, per soddisfare il calcolo economico l’economia aveva bisogno di un mercato borsistico. Confondeva il mercato dei beni con il mercato delle aziende, mentre è perfettamente fattibile un mercato di materie prime e macchine senza mercati borsistici.

Ad ogni buon conto, appare perlomeno plausibile che un’economia di mercato con diritti di proprietà ben concepiti – gestione comune delle risorse, terre comuni, aziende gestite dai lavoratori e servizi pubblici gestiti in cooperativa dagli utenti, ad esempio – sia relativamente molto più efficiente dell’attuale sistema capitalistico.

Riguardo la necessità dei prezzi di mercato al fine di distribuire le risorse, le affermazioni categoriche di Mises non mi convincono affatto. Se non altro perché, pur facendo dipendere il calcolo economico dalla necessità di assegnare valori ai fattori di base, lascia intuire come la sua tesi scivoli in direzione delle tesi di Hayek sulla complessità e il volume delle informazioni.

Dopotutto lo stesso Mises, ne Il calcolo economico nello stato socialista, ammetteva che in un’economia domestica, era possibile distribuire razionalmente (“più o meno accuratamente”) gli input produttivi, e valutarne gli effetti, senza ricorrere ai prezzi di mercato. “…Si può analizzare l’intero processo produttivo dall’inizio alla fine, e stabilire in qualunque momento quale tra i vari procedimenti produce più beni di consumo.”

Ma questo non è più possibile data l’enorme complessità delle condizioni nella nostra economia sociale. È chiaro anche in una società socialista che mille ettolitri di vino sono meglio di ottocento, e non è difficile capire se ciò che si desidera sono mille ettolitri di vino o cinquecento di olio. Non c’è bisogno di avere alcun sistema di calcolo per stabilire il fatto: a decidere è la volontà dei soggetti economici coinvolti. Ma una volta giunti alla decisione, solo allora inizia il vero compito di una direzione economica razionale, che consiste nel porre gli strumenti al servizio dello scopo. Questo può essere fatto solo con un qualche calcolo economico. Senza l’ausilio del calcolo, la mente umana non è capace di districarsi tra le miriadi di prodotti e potenzialità produttive. Resterebbe intontita e non saprebbe più come produrre e dove…

… Per quanto intelligente, un uomo da solo non è in grado di valutare l’importanza di ognuno degli innumerevoli beni di ordine superiore. Nessuna persona singola è in grado di comprendere tutte le possibili combinazioni degli assetti produttivi, così da poter prendere decisioni senza l’ausilio di qualche sistema di calcolo.

Dunque il calcolo “in natura” non è logicamente impossibile, come parrebbe di capire dall’impostazione della questione, ma semplicemente diventa un problema pratico al crescere della mole di informazioni.

Due implicazioni. La prima è che, se si tratta di un problema pratico dato dal volume e dalla complessità delle informazioni, allora visto il progresso tecnologico informatico fatto da allora (Mises scrisse Il calcolo economico nello stato socialista oltre vent’anni prima dell’invenzione del primo computer a valvole) oggi dovrebbe essere possibile gestire tali informazioni. In tal caso mi pare altrettanto possibile, partendo da una classificazione dei fattori in base alla loro relativa scarsità e facendo un calcolo in natura sulla base della produzione degli anni precedenti, fare una pianificazione computerizzata che, con qualche approssimazione, distribuisca razionalmente le risorse tra i vari usi possibili.

La seconda è che il problema pratico del calcolo non è assoluto o qualitativo, ma dipende dalle dimensioni. Se poniamo ad un’estremità l’economia domestica in cui è possibile il calcolo economico in termini non monetari, e all’altra estremità l’economia pianificata centralmente in cui il calcolo o è impossibile o avviene molto caoticamente, più la realtà si accosta al primo caso e più diventa relativamente fattibile il calcolo non monetario.

Ma, come nota Iain McKay in Anarchist FAQ, anche gli anarco-comunisti in genere ritengono la pianificazione centrale di gran lunga inefficiente, e pensano che il grosso della produzione debba avvenire nelle comuni, in villaggi agroindustriali e altro simile.

Se quindi sgombriamo il campo dall’ipotesi di un pianificatore centrale ecco che la critica di Mises perde molto vigore: invece di “un mare di possibili combinazioni economiche” gestite da un’istituzione centrale, abbiamo un minor numero di casi possibili che rispondono ad un numero limitato di necessità. A questo si aggiunge che ogni macchinario è il prodotto di beni di complessità inferiore, ovvero ogni luogo di lavoro è il consumatore di beni prodotti in altri luoghi di lavoro. Se, dunque, come ammette anche Mises, un cliente può scegliere tra beni di consumo senza dover ricorrere al denaro, allora utilizzatori e produttori di un bene di “ordine superiore” possono scegliere tra diversi beni di consumo per soddisfare i propri bisogni.

In termini decisionali, è vero che un pianificatore centrale verrebbe sommerso dalle miriadi di opzioni. Ma in un sistema socialista decentrato collettività e singoli si troverebbero a scegliere tra molte meno opzioni. E a differenza di un sistema centralizzato, singoli e collettività sanno esattamente cosa occorre loro, dunque operano con una gamma di scelta ridotta (ci sono materiali, ad esempio, che sono tecnicamente inadatti a certi usi).

A questo punto voglio ribadire il mio agnosticismo riguardo la relativa superiore efficienza del sistema dei prezzi applicato ai fattori di produzione, nonché riguardo altri modi di elaborare e convogliare informazioni economiche. Resto scettico davanti all’affermazione secondo cui una coordinazione economica non monetaria è impossibile. Come spiego meglio più giù, dubito che esista un particolare modello economico monolitico – una qualunque forma di coordinazione, di mercato o meno – attorno al quale si possa organizzare la società.

Per quanto ne dica Mises, se ci sono dubbi sul suo inquadramento della questione del calcolo economico in termini di valore assegnato ai fattori di input, molti di più sono i dubbi che, a maggior ragione, ricadono su Hayek, che vede la questione in termini di volume e complessità delle informazioni.

Così la questione della relativa maggiore efficienza dei prezzi e di altri meccanismi di coordinamento, in quanto vettori di un gran numero di informazioni, dipende fortemente dall’aspetto tecnologico. A questo proposito, credo che abbia ragione chi sostiene la fattibilità di meccanismi coordinativi non di mercato quando dice che gli apparati informatici di ultima generazione potrebbero ben coordinare un sistema economico razionalmente e funzionalmente. Che questa coordinazione non di mercato possa elaborare un grosso volume di dati complessi con la stessa accuratezza dei prezzi è un’altra questione. Anche qui confesso il mio agnosticismo.

È chiaro che è sempre più possibile coordinare tecnicamente l’economia senza ricorrere al mercato. Programmi come Ethereum e Sensorica, basano la propria coordinazione su sistemi blockchain. Ancora ricorrono a elementi di mercato per assegnare valore al flusso produttivo, ma utilizzano anche, quale più e quale meno, sistemi aperti di rendicontazione al fine di assegnare valore sulla base anche di altri parametri. In The Ethical Economy: Rebuilding Value After the Crisis, Adam Arvidsson e Nicolai Petersen analizzano le possibilità di un modello economico valutativo che tenga conto degli aspetti etici in maniera diversa dal tradizionale sistema dei prezzi. Anche Monika Hardy mostra un grosso interesse per la blockchain e altri meccanismi digitali atti a coordinare le attività produttive fuori dal mercato tradizionale.

Io non solo non so quale metodo coordinativo è più efficiente, ma mi astengo anche, per principio, dal prescrivere questo o quel metodo sostenendone la superiorità. Mi considero un anarchico senza aggettivi e son quasi certo che una società post-statale e post-capitalista sarebbe un’anarchia senza aggettivi. Fioriscano cento fiori, insomma. Come David Graeber, anch’io sono aperto a qualunque proposta di cambiamento, purché ci sia accordo e un rapporto equo tra le persone.

Mi azzardo comunque a fare qualche previsione. Credo che si possa dare per certo che alla fine i cento fiori fioriranno. Vedremo una combinazione specifica, eclettica, di espedienti atti a regolare la proprietà e la coordinazione, e tutto nascerà dai semi della società futura che già germogliano tra noi in questo momento. Credo anche che quasi certamente ci saranno i mercati, se non altro perché eliminarli richiederebbe l’istituzione di un modello organizzativo che li proibisca o li marginalizzi per principio, e non credo che la società postcapitalista nascerà da un modello. Sarà invece una nascita spontanea.

Ma credo anche che, in questa combinazione di espedienti lo scambio e i prezzi avranno un ruolo molto, molto più limitato rispetto ad oggi. Ciò che mi appare molto probabile è che, col venir meno dell’assistenza sociale, aziendale o statale, con la produzione per l’uso divenuta necessità in seguito alla crescente disoccupazione e sottoccupazione, la popolazione tenderà ad aggregarsi in grosse unità sociali primarie, come le famiglie estese, i condomini plurifamigliari, la coabitazione, i microvillaggi e altro simile. Queste unità sociali offriranno meccanismi di condivisione del rischio e dei costi, più eventuali redditi portati dall’esterno da alcuni componenti, e gran parte dei consumi saranno soddisfatti da manifatture e attività agricole di proprietà comune. Alimenti, alloggi e assistenza sanitaria saranno garantite dall’equivalente del “minimo irriducibile” delle società di raccoglitori cacciatori di cui parla Bookchin in The Ecology of Freedom. In questo caso, gran parte della produzione avverrebbe fuori dal nesso di cassa, e quel poco di mercato che resterebbe riguarderebbe perlopiù macchinari e produzioni su larga scala che le comunità non possono offrire, le risorse naturali e lo scambio di eccedenze tra comunità.

E se anche lo scambio di mercato sarà in qualche modo una delle componenti, credo che si possa dire in tutta sicurezza che le norme sulla proprietà saranno tutt’altro che capitalistiche. Prendiamo la terra, ad esempio. Come dice Graeber, è difficile credere che la popolazione possa rispettare la proprietà di qualcuno che ha recintato una grossa fetta di territorio, che accetti di andare a lavorare quella terra in cambio di uno stipendio, che paghi l’affitto della casa, invece di appropriarsene e servirsene ignorando i diritti di proprietà. Altrettanto difficile è immaginare che una popolazione anarchica permetta a un’entità come la Nestle di pompare enormi quantità d’acqua da una falda senza distruggerne gli impianti e dir loro di non farsi rivedere mai più.

Anche la natura del denaro e del credito sarebbe parimenti molto diversa. L’idea anarco-capitalista di una società in cui il denaro è una merce con un valore di mercato – che si tratti di metalli preziosi o bitcoin – e non un semplice denominatore di valore, mi appare piuttosto fantasiosa. L’offerta di credito o di liquidità per lo scambio di ciò che si produce è solo una questione di flussi, e non esiste una ragione razionale che obblighi a possedere riserve di ricchezza per attivare questi flussi. Mi sembra altamente improbabile che gruppi di lavoratori che scambiano le loro produzioni si affidino volentieri a chi possiede ricchezze accumulate affinché conceda credito al fine di permettere tale scambio, quando potrebbero semplicemente anticiparsi vicendevolmente il credito sotto forma di flussi correnti senza bisogno di coperture.

Infine, non so se un’economia potrebbe funzionare senza prezzi monetari e senza scambio. Non so se una coordinazione non monetaria avrebbe l’efficienza dello scambio monetario. Se le persone e i gruppi di produttori fossero lasciati a se stessi, non so come finirebbero per coordinarsi, se in forma più o meno monetaria.

Ciò che sappiamo è che autorità, gerarchie, differenze di potere e diritti di proprietà artificiali creano irrazionalità. E conflitti d’interesse. E spingono all’accaparramento delle informazioni. E allora aboliamo tutte queste cose, e lasciamo che la gente si edifichi l’alternativa da sé. Tutto va bene, purché funzioni.

The Anatomy of Escape
Fighting Fascism
Markets Not Capitalism
Free Markets & Capitalism?
Organization Theory
Conscience of an Anarchist