Nessun Vero Consumo Etico (Individuale) nel Capitalismo

Di Black Cat. Originale pubblicato il 17 luglio 2019 con il titolo There Really Is No Ethical (Individual) Consumption Under Capitalism. Traduzione di Enrico Sanna.

Questo articolo risponde in parte a questo e questo articolo.

Gli anarchici, soprattutto gli anarco-comunisti, rispondendo a chi, per ragioni etiche, sprona ad un cambiamento delle abitudini consumistiche, amano ribattere che “non esiste consumo etico nel capitalismo”. Al di là delle derisioni, credo che occorra capire cosa si nasconda dietro questo slogan.

Immaginiamo una scena. Ad una persona di sani principi, un vero consumatore etico, vengono offerti due prodotti che soddisfano le stesse esigenze: Benex e Malex. Benex costa due dollari in più, ma è prodotto più eticamente rispetto a Malex. Benex pubblicizza il fatto, e una breve ricerca conferma che è tutto vero. Tolto il prezzo e l’aspetto etico, i due prodotti sono uguali. Comprare Benex ti fa sentire giusto (certo meglio dei sociopatici che preferiscono Malex!), per questo valuti il prodotto più di quei due dollari in più che paghi.

Il fatto è che come te ci sono tante altre persone di sani principi e eticamente corrette. Questo aumenta la domanda di Benex e deprime la domanda di Malex. Perciò il prezzo del primo sale mentre quello del secondo cala. Certo esiste un limite al di sotto del quale Malex non può scendere: se il produttore non realizza un profitto, esce dal mercato. Ma è possibile che l’immoralità produttiva del produttore di Malex gli permettano di produrre a basso costo; sennò a cosa servirebbe impiegare tecniche immorali? Magari sfrutta a morte dei bambini in una miniera di uranio abbandonata (o qualcosa del genere) così da poter sopportare un certo calo dei prezzi.

E se il prezzo di Malex scende e/o quello di Benex sale abbastanza, qualcuno comincerà a comprare più Malex e meno Benex. Una persona di sani principi etici potrebbe essere disposta a spendere due dollari in più, ma non è detto che sia disposta a spenderne dieci, venti o più.

Questo è un male. Le scelte individuali in fatto di consumi, per quanto benintenzionate, non bastano a mettere fuori mercato il Malex. Non solo, ma è come se ci fosse una “tassa” (metaforica) sull’etica, a prescindere dalla differenza di costo tra i due prodotti.

Nel suo articolo, Frank Miloslav dice:

Chi crede che la scelta dei consumatori non ha importanza deve ammettere che non c’è differenza tra frequentare un bar di fascisti e uno di sinistra (se ipoteticamente il resto è invariato). O che anche solo incentivare l’hardware open-source è una follia.

È proprio quello che dico io: in fin dei conti, le aziende devono competere con cose che vanno al di là della nostra buona volontà nei loro confronti. Da un punto di vista generalmente etico, come spendiamo i nostri soldi non ha molta importanza, perché il mercato è molto grande e noi siamo una piccolissima componente. Un prodotto che soddisfa un certo bisogno vende, uno che non lo soddisfa non vende. Benex ha poche chance contro Malex.

Faccio un esempio. Nella mia città ci sono due bar, uno frequentato da antifascisti e l’altro da anarchici. Chiamiamoli CR e BW. Non sono cooperative. Sono attività di tipo capitalistico che hanno capito che quelli come noi rappresentano un mercato di nicchia che si può sfruttare. CR è gestito da un ebreo che forse proprio per questo chiama i suoi drink con nomi che offenderebbero un neonazista. BW un tempo era un bar punk. Entrambi attirano avventori anarchici, che servono non per chissà quale intento politico, ma perché il fatto di essere “il posto in cui gli anarchici vanno a bere qualcosa e magari anche ad assistere a qualche evento di tipo anarchico” porta soldi. E questi soldi li fanno non perché ci stanno a cuore i capitalisti, ma perché ci piace ritrovarci in un posto che pare sicuro e accogliente. Nel mercato, le attività economiche non progrediscono facendo ciò che è corretto, ma ciò che rende un profitto, e se profitto e correttezza coincidono è solo per un insieme più ampio di circostanze strutturali.

Ma c’è un però. Il caso di Benex e Malex è in effetti molto idealizzato. Dato ciò che sta dietro queste catene di fornitura globalizzate (che si affidano all’imperialismo americano per controllare le rotte e garantire il traffico delle navi cargo), con tutto il suo insieme intricato di relazioni di proprietà tra aziende (conseguenza del capitalismo), spesso non si ha la benché minima idea di cosa sta dietro i vari Malex e Benex del mondo. Non è l’etichetta Malex in sé, e dopotutto il nome Benex può essere benissimo una copertura. E poi sia il Malex che il Benex potrebbero appartenere (direttamente o indirettamente) alla stessa azienda. Quando sei nel supermercato e guardi gli articoli sugli scaffali, non lo sai; e se non dedichi qualche ora, o qualche giorno, a fare ricerche su ogni singolo prodotto, non puoi sapere. Sotto il capitalismo, non esiste un modo per fare vero consumo etico.

E probabilmente ogni acquisto alimenta il profitto che si ricava dal lavoro salariato, per cui non esistono acquisti davvero etici, ma solo più o meno immorali.

Insomma, i mercati non riflettono la nostra moralità individuale, e comportarsi come se lo facessero significa né più né meno credere nelle magie. I mercati riflettono le istituzioni in cui esistono: “lo stato” e la “proprietà privata”. Se si vuole colpire un’azienda o un certo prodotto, è meglio ricorrere a qualche sorta di azione collettiva: aiutare le unioni di lavoratori o le cooperative, organizzare e pubblicizzare boicottaggi di massa più che agire personalmente, sabotare la loro maledetta macchina, fare donazioni a chi lotta contro la schiavitù e così via. Il mercato è grande e per cambiarlo occorre combinare l’azione dei tanti.

The Anatomy of Escape
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Free Markets & Capitalism?
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Conscience of an Anarchist