Etica della Spesa

Quando dire “non c’è consumo etico nel capitalismo” spegne la mente

Di Frank Miroslav. Originale pubblicato il 21 maggio 2019 con il titolo “No Ethical Consumption Under Capitalism” is a Thought-Stopping Cliche. Traduzione di Enrico Sanna.

A prima vista, dire che sotto il capitalismo “non esiste consumo etico” sembra assolutamente corretto. Chiunque faccia un’analisi sistemica del capitalismo sa che i grandi problemi strutturali sono il risultato di gruppi di interesse che mantengono la loro posizione con la violenza. Problemi come i cambiamenti climatici, l’obsolescenza programmata, le cattive condizioni di lavoro e gli allevamenti industriali non scompaiono semplicemente perché individualmente si fanno acquisti intelligenti.

Ma se il consumo etico nella stragrande maggioranza dei casi ha scarso effetto, non è detto che sia sempre così. Essere più consapevoli di quello che compriamo non risolverà i grossi problemi, ma questo non significa che prestare attenzione a come si spendono i soldi sotto il capitalismo non faccia nessuna differenza. Chi crede così cade nell’errore chiamato motte and bailey per cui la posizione indifendibile di chi vorrebbe riformare il capitalismo tramite il commercio intelligente invalida qualunque discussione su come cambiare la società passando dal mercato. Ciò non significa comprare solo cose “prodotte eticamente” che rassicurano la coscienza, ma sfidare il sistema così com’è, cercarne i punti deboli e provare a far leva. Anche ammettendo l’assurdità del “consumo etico” propagandato dai liberal, questo non significa che non si debba fare un’analisi strategica. Se, ogni volta che un liberal fa qualcosa di ipocrita o controproducente, smettiamo di fare un’analisi critica di tutto ciò che dice, tanto vale gettare via il pensiero simbolico perché essere ipocriti e controproducenti è la definizione dei liberal moderni.

Chi crede che la scelta dei consumatori non abbia  importanza dovrebbe anche ammettere che non c’è differenza tra frequentare un bar di fascisti e uno di sinistra (lasciando invariato il resto). O che anche solo incentivare l’hardware open-source è una follia. Che non c’è differenza tra l’istituire cose che generano cambiamento, come servizi igienici neutri dal punto di vista del genere, e cose che non generano cambiamento. Che tutto quel fiorire di sistemi per finanziare individui o gruppi come Patreon o Kickstarter, che in epoca pre-digitale sarebbero rimasti nell’oscurità, dovrebbero essere cancellati. Che tra la nascente industria della carne artificiale e gli orridi allevamenti intensivi non c’è differenza. O che, infine, boicottaggi come quello organizzato da BDS, che sta avendo un certo successo, sono in fin dei conti sterili.

Ma, cosa ancora più importante, chi dice così dovrebbe escludere la possibilità di una pianificazione economica di lungo termine. Anche il marxista più volgare, che crede in una rottura rivoluzionaria totale tra il nostro sistema e quello che verrà, ammette che l’edificazione di un mondo migliore è un progetto che richiede decenni, come minimo. Certo, come spendiamo i nostri soldi oggi può fare poca differenza, ma cosa bisogna cambiare per far sì che sia altrimenti? Il nostro non è un mondo di semplici processi lineari che operano uno sull’altro, ma di una moltitudine di sistemi ipercomplessi con tutta una serie di intrecci e retroazioni reciproche. Anche solo per ragioni strumentali, varrebbe la pena studiare l’economia semplicemente per capire come funziona la macchina e pensare come fare per sfruttarla.

Ma anche un tale studio sarebbe in contrasto con la tipica reazione di sinistra. Frasi come “l’economia non è altro che l’astrologia dei bianchi” sono indicative di un posizionamento all’interno di una più ampia guerra culturale per cui la maggioranza dei partiti si è inchiodata a certi concetti per via delle persone che li circondano. Quel poco di valore fuggente che si può ricavare da una facile battuta sull’economia è compensato dal fatto che inconsciamente le si attribuisce una spazio compromesso dal capitalismo fino al midollo. Ignorare volutamente un campo di studi ampio e diversificato come la scienza economica produce una pericolosa chiusura epistemica.

La scienza economica non è un piano capitalista per fare il lavaggio del cervello (molti economisti americani sono a favore della ridistribuzione, delle norme di sicurezza e delle scuole pubbliche). Similmente, così come in passato potevano avere qualche valore le accuse di essere una disciplina teorica senza alcuna base reale, oggi l’economia in quanto disciplina diventa sempre più l’arte dellapredizione dei comportamenti futuri. L’economia è compromessa, ma cosa non è compromesso nel nostro disgraziato mondo?

Fatto più importante ancora, rinunciando alla scienza economica, la sinistra ha lasciato che i liberal, i libertari e i conservatori diventassero pigri. Tutto il concetto della scienza economica neoclassica non è che il loro tentativo di volgere armi intellettuali a proprio vantaggio. Quelle debolezze ideologiche, spazzate via per innalzare le barricate del loro attuale privilegio, permangono ancora, i difetti strutturali rimangono nei loro ragionamenti e aspettano solo di essere riscoperti. Quella che loro percepiscono come fortezza in cui rifugiarsi quando tutto il resto è perduto è in realtà una trappola mortale irta di innumerevoli difetti che non solo non ci impedisce di muoverci fluidamente al suo interno, ma si duplica in un arsenale ben fornito di teorie che servono arafforzare i nostri ragionamenti su fronti diversi. E questo senza neanche prendere in esame le complessità computazionali nell’era dell’onnipresente informatica, senza toccare la questione del calcolo economico.

In contrasto con tutto ciò troviamo un pensiero di sinistra basato sulla convinzione reazionaria di essere intatto, intonso, avulso alla scienza economica, un pensiero che può entrare in contatto con gli altri solo proponendo ingiunzioni morali o richiami emotivi, e che è costretto a convivere goffamente con dissonanze cognitive riguardo le tecnologie più importanti di oggi. Un pensiero, infine, che rinuncia a qualsiasi speranza di analizzare strategicamente il funzionamento di quei sistemi che stiamo cercando di distruggere perché fare così lo metterebbe a disagio.

Per parte mia, so a quale partito voglio appartenere.

The Anatomy of Escape
Fighting Fascism
Markets Not Capitalism
Free Markets & Capitalism?
Organization Theory
Conscience of an Anarchist