Vedere la Differenza: Gli Errori del Miniarchismo

Di Roderick Long. Originale pubblicato il 13 settembre 2018 con il titolo Looking for Daylight: Minarchist Strategy’s Missteps. Traduzione di Enrico Sanna.

Nick Gillespie e Katherine Mangu-Ward, redattori della rivista Reason, hanno recentemente discusso di minarchismo (governo minimo) opposto ad anarchismo di libero mercato.

Comincio con Gillespie, che si mostra intollerante verso “noiose, stancanti e fondamentalmente irrilevanti discussioni su questioni ipotetiche, principi fondamentali e apriorismi estremi che sono anni luce distanti dal mondo in cui viviamo.” Gillespie, con tono da presa in giro, invita noi secchioni anarchici a lasciar perdere i filosofismi e aprire gli occhi alla realtà pragmatica:

È inutile discutere di programmi scolastici. Non sapete che LE TASSE SONO UN FURTO, e le istituzioni compulsive dello stato sono non solo malaccorte, ma violazioni assolute del [Principio di Non Aggressione]? Se così è, qualunque discorso sulla politica, figuriamoci poi gli accostamenti libertari alla letteratura, all’arte, le comunità, la religione e tutto quello che l’uomo fa ogni giorno, è come piantare un fiore in un campo di concentramento. …

Certe cose saranno sempre soggette al consenso politico, e allora è meglio limitarle allo stretto necessario. Il confine non è preciso ma fluttuante, da negoziare continuamente. Ma un chiaro beneficio del governo limitato rispetto all’anarchia è che al posto di assemblee plenarie su principi base pone discussioni che stiamo già facendo, dove si decide dove e quando tracciare i confini del potere dello stato su di noi.

Il confronto di Gillespie è confuso. Come si fa a rispondere a questioni come “dove e quando tracciare i confini del potere dello stato” se non rifacendosi ai principi?

Gillespie risponde dicendo che dovremmo cercare di “incrementare gli spazi in cui scegliamo (o creiamo) un modo di vivere”, senza necessariamente decidere un fine ultimo. “So in che direzione vado,” scrive Gillespie, “anche se non conosco la destinazione finale.”

Lo stesso può valere per un anarchico. Non vedo nell’abolizione dello stato un punto d’arrivo; ci vedo piuttosto un passo, per quanto cruciale, nella lotta contro la costrizione e il dominio, una lotta che forse non finirà mai del tutto.

Come la lotta per l’eguaglianza razziale non è terminata con il 13º emendamento che aboliva la schiavitù, così la lotta anarchica non termina con l’abolizione dello stato (anche se una settimana di festeggiamenti non sarebbe male, a mio parere).

Ciononostante, avere obiettivi radicali può essere di utilità vitale quando si vuole spostare quel “confine fluttuante” di cui parla Gillespie. Cito William Lloyd Garrison, forse il più importante abolizionista americano:

Esigere un’abolizione immediata significa alla fine, purtroppo, ottenere un’abolizione graduale. Non abbiamo mai detto che la schiavitù si può eliminare in un solo colpo, ma diremo sempre che così dev’essere. (The Liberator, 13 agosto 1831)

L’esperienza di questi ultimi due secoli non dimostra forse come il gradualismo nella teoria sia la perpetuità nella pratica? (The Liberator, 28 dicembre 1838)

O, come dice il collega di C4SS Charles Johnson:

[S]e cominci chiedendo quello che vuoi davvero, invece di chiedere ciò che puoi ottenere, spesso finisci per ottenere meno di ciò che volevi. Molto meglio cominciare chiedendo tutto e poi contrattare qualcosa di meno.

Per Gillespie, invece, la prospettiva di un successo finale è un ostacolo al progresso. Scrive:

Il politologo della Duke Michael Munger fa distinzione tra quello che chiama libertarismo direzionale e di destinazione. Quest’ultimo è tendenzialmente anarchistico, si concentra su un risultato assoluto e molto specifico: L’unico governo buono è nessun governo; ogni approssimazione è un errore. Il libertarismo direzionale ragiona invece in termini relativi e chiede: data la situazione in questo esatto momento, quali teorie e quali pratiche aumentano le possibilità nella vita?

Ancora una volta, sembra una falsa dicotomia. Perché non porre come fine l’abolizione dello stato, e intanto accettare quei passi che allargano la libertà?

La risposta, secondo Gillespie, è apparentemente che per fare questi passi occorre necessariamente operare all’interno del sistema politico stabilito, una cosa che gli anarchici tendono ad evitare perché comporta compromessi inaccettabili. Gillespie propone addirittura di fare causa comune con Bernie Sanders e Rick Santorum per fare alcune riforme legislative. Ma è l’attività politica convenzionale il luogo più promettente in cui far strada. È meglio cercare di riformare il sistema da dentro o cercare di sovvertirlo dal basso?

Secondo i principi dell’agorismo, un approccio sviluppato dal teorico libertario Samuel E. Konkin III negli anni settanta (e vicino alla tradizione anarchica storica più in generale), una promettente strategia di cambiamento, meglio delle riforme legislative a macchia di leopardo, è l’approccio “contro-economico” che consiste nell’edificare istituzioni alternative che aggirino lo stato fino ad esautorarlo e renderlo irrilevante. L’agorismo in effetti dà una spinta in direzione del libero mercato a concetti anarchici tradizionali come “duplice potere”, “politica prefigurativa” e “edificazione di un nuovo mondo nel guscio del vecchio”. In questo senso, l’agorismo segue la tradizione di Proudhon, quando dice:

Sotto il macchinario governativo, all’ombra delle istituzioni politiche, lontano dagli occhi di statisti e preti, la società produce i suoi organismi, lentamente e silenziosamente, edifica un nuovo ordine espressione della propria vitalità e autonomia.

Ricordiamo anche la famosa definizione di Gustav Landauer: “Lo stato è una condizione, una particolare relazione tra gli uomini, un atteggiamento; lo si distrugge contrattando altre relazioni, mutando l’atteggiamento reciproco.” Un altro anarchico, Paul Goodman: “Edificare una società libera non può significare mettere un ‘nuovo ordine’ al posto del vecchio, ma estendere le sfere della libera azione fino a comprendere gran parte della vita sociale.”

E Charles Johnson:

Uno dei vantaggi principali della contro-economia in quanto strategia rispetto alla tradizionale politica partitica è il fatto che con quest’ultima ci sono scarse possibilità di progresso perché… bè, perché cosa occorre per far passare una proposta? Il 50% dei voti più uno. … Un qualunque politico, se vuole conseguire qualcosa deve avere tutto questo sostegno. … Con il 30% dei voti… non va da nessuna parte. … Quindi, con la politica elettorale per poter vincere qualcosa bisogna prima vincere tutto. … Con la contro-economia, invece, non ti serve un sostegno maggioritario, e neanche i partiti. … Ti serve solo la forza di aggirare quella particolare forza governativa che ti opprime in questo momento. …

Basta guardare come la gente vive la propria vita e capisci che possono agire in qualunque momento. Lo stato dice che le droghe sono vietate, ma la gente ne fa compravendita. Lo stato dice che non si può stare negli Stati Uniti senza un permesso scritto, ma sai che ciononostante milioni entrano ogni anno. E allora, se vuoi capire “cosa possiamo fare per arrivare ad una società libera”, guarda quello che fanno loro, perché quello che fanno, in termini di associazione libera al fine di ottenere quello che vogliono, è quello che tu puoi cominciare a fare con la tua vita fin da ora; e pian piano, con piccoli aggiustamenti marginali, puoi avvicinarti sempre più ad una vita libera. Non ti serve il sostegno del 50% più uno. Procedi a piccoli passi. … E continua così, con piccoli miglioramenti, fino al punto d’arrivo.

Data la possibilità, che con la politica tradizionale non esiste, di fare progressi a piccoli passi, ecco il vantaggio strategico: non devi elaborare piani grandiosi di liberazione della società nel suo insieme. Incominci migliorando la tua vita, collaborando con altri, raggiungendo i tuoi fini senza lo stato. È così che arrivi dove vuoi arrivare, un passo per volta.

Gran parte dei sostenitori della politica tradizionale rifiutano l’approccio contro-economico ritenendolo irrealistico e inefficace. Per tutta risposta, Johnson ci invita a fare un raffronto tra “i risultati pratici ottenuti (praticamente nessuno) negli ultimi trent’anni circa dal movimento per la riforma dell’immigrazione nel liberalizzare le relative leggi” e “i risultati ottenuti da immigrati illegali, parenti che vivono qui, contrabbandieri, rancher che fanno i buoni samaritani, datori di lavoro in nero e altri, nel far entrare le persone a dispetto di tutte le leggi sull’immigrazione, evitando o riducendo al minimo le interferenze dello stato.” Detto ciò, come dice Johnson, “se voglio risolvere un problema, penso che colpire alla radice sia molto più efficace che potare i rami.”

Gli anarchici di orientamento agoristico non sono contrari (a dir poco) ad esplorare ciò che Gillespie chiama “politiche e stati d’animo [che] migliorano le possibilità di vita.” Ma non per questo dicono cosa lo stato dovrebbe fare. È agoristicamente poco probabile che noi, in quanto oppositori dello stato, suggeriamo al nemico cosa deve fare; è a ciò che dobbiamo fare noi che dobbiamo pensare.

Certo, Gillespie tra le strategie riformiste proposte fa rientrare anche attività private: “sostenere e dar vita ad atteggiamenti di tolleranza, pluralismo, ottimismo, scetticismo verso la concentrazione di potere pubblico o privato, eccetera.” Ma sembra considerare tutto ciò come un complemento al “discorso della politica pubblica”, cioè un tentativo di influenzare la politica dello stato. Non dico che non serva mai. Dico solo che puntare su ciò come strategia primaria mi sembra un errore suicida.

Al contrario, Mangu-Ward vede con simpatia la strategia agorista di una “contro-attività economica in nero che mini lo stato senza rovesciarlo con la forza.” Bene. Ma non è chiaro fin dove arrivi la sua simpatia.

Prima cosa, ho qualche dubbio terminologico quando Mangu-Ward definisce l’agorismo una strategia “gradualistica”, “anarco-capitalismo incrementale” e una variante della “filosofia politica anarcocapitalista”, o quando contrappone l’agorismo all’“anarchismo rivoluzionario”.

Lo stesso Konkin ha sempre considerato le strategie contro-economiche come una forma di attività rivoluzionaria, non come alternativa a questa; un capitolo del suo Nuovo Manifesto Libertario si intitola “Rivoluzione: la Nostra Strategia”. Ovviamente, per lui rivoluzione non significava solo presa del potere.

E poi Konkin, che rifiutava interamente il “concetto di ‘boss-lavoratore’” ritenendolo un “retaggio feudale”, certo non considerava l’agorismo una forma di capitalismo; al contrario, per lui il capitalismo era “il dominio statale organizzato da e per conto di chi possiede i grandi capitali.” Come nota Broze nel suo esplicito “Agorism Is Not Anarcho-Capitalism”, fin dall’inizio Konkin “si sforzò di tenere distinta la sua versione di ‘anarchismo di mercato rivoluzionario’ dall’allora emergente movimento anarco-capitalista.”

Quanto all’ipotesi per cui, abbracciando l’incrementalismo, l’agorismo possa essere considerato una forma di “gradualismo”, Johnson fa una distinzione:

[C]’è una certa differenza tra gradualismo negli ideali e incrementalismo nelle strategie. … Difendendo l’immediata e completa abolizione per principio, l’abolizione di tutti i programmi coercitivi che si riesce ad abolire, non implica un particolare ordine di priorità in termini di scopo, o un ordine in cui si possano concentrare le limitate risorse così da creare la possibilità di un’abolizione che prima non esisteva.

Difficile anche conciliare le simpatie di Mangu-Ward per l’agorismo con le parole rassicuranti con cui chiude le sue iniziali aperture all’anarchismo:

Agli occhi di un profano non c’è differenza tra le proposte politiche degli anarchici gradualisti e quelle dei minarchisti. Dovremmo stare tutti nella stessa coalizione libertaria a favore della liberazione dei mercati e del pensiero. Posso assicurare che tra le ultime cose dello stato che vorrei distruggere ci sono proprio quelle funzioni minime, da guardiano notturno, che molti libertari minarchisti vogliono mantenere.

È proprio vero che nel breve termine non dovrebbero esserci differenze tra l’attivismo anarchico e quello minarchista, e che, per citare un detto libertario, anarchici e minarchisti viaggiano sullo stesso treno e l’unica differenza è che i secondi scendono una fermata dopo i primi? Qui Mangu-Ward sembra d’accordo con Gillespie nel sostenere che per ora dobbiamo concentrarci sulla direzione e lasciare a dopo le questioni riguardanti la destinazione finale.

Agli occhi di un agorista questi assunti sono completamente sbagliati. Perché sono proprio “quelle funzioni minime, da guardiano notturno, che molti libertari minarchisti vorrebbero preservare”, “tra le ultime cose dello stato che [Mangu-Ward vorrebbe] distruggere”, sono proprio questi gli elementi che rendono possibili tutti gli altri aspetti, presumibilmente più discutibili. Dunque, dal punto di vista agoristico la prima cosa da prendere di mira è proprio lo stato minimo.

In cosa dobbiamo credere per capire anche noi che “agli occhi di un profano non c’è differenza” tra un programma agorista e uno minarchista? Cito ancora Johnson:

Io dovrei credere che è più facile ridurre significativamente lo scopo e il potere dello stato se si dedicano i prossimi decenni ad operare entro il sistema per tagliare via questa o quella politica invasiva (droga, aborto… guerra in Iraq, tasse troppo alte, leggi sul copyright particolarmente stupide, provvedimenti migratori particolarmente odiosi e altro), per poi attaccare le strutture portanti del potere (polizia, carceri, tribunali, esercito, “controllo delle frontiere”, tasse anche in misura minima eccetera) una volta che tutti i problemi politici sono stati eliminati. Sembrerebbe ovvio, ma è una richiesta forte che richiede una giustificazione, e io ancora aspetto che qualcuno mi dia una ragione per crederci.

La strategia agorista, per contro, vede in quelle “strutture portanti del potere” le origini dell’oppressione statalista in tutte le sue forme, così da concentrare le forze sulla distruzione di quelle strutture revocando il sostegno umano su cui si reggono. Scriveva Étienne de la Boétie nel XVI secolo:

Decidete di non essere più servi, e sarete subito liberi. Non dico che dovete mettere le mani sul tiranno per abbatterlo; basta non appoggiarlo più; allora lo vedrete cadere in mille pezzi trascinato dal proprio peso, come un enorme Colosso privato del piedistallo.

Per tornare alla metafora del treno, gli agoristi non vogliono stare sul treno più di quanto non lo vogliano i minarchisti (sempre che questi lascino gli agoristi sul treno, cosa improbabile). Gli agoristi vogliono scendere immediatamente e arrivare all’obiettivo in autostop, lasciando i minarchisti al loro tortuoso viaggo. Gli agoristi non criticano (non solo) i minarchisti perché il viaggio in treno termina una fermata prima della meta, ma principalmente perché il viaggio è inutilmente troppo lungo e tortuoso e il percorso incerto.

Come dice Johnson:

[S]e riesci a trovare gli strumenti con cui gli individui, o meglio ancora grossi gruppi di individui, possono eludere o aggirare gli obblighi statali e le tasse, questo potrebbe essere un modo molto più efficace di eliminare politiche particolarmente nocive che non, al contrario, eliminare queste politiche per arrivare ad eliminare gli obblighi statali e le tasse. …

[Ma] se vuoi avere e mantenere quel genere di risorse necessarie ad eludere od opporsi alle leggi dello stato, allora stai già cercando di far arrivare il treno ad una stazione dove i passeggeri minarchisti non vogliono arrivare: ovvero, stai creando controistituzioni che cercano di minare e vanno contro quelle stesse funzioni dello stato (rispetto della legge, tribunali, difesa militare e paramilitare dello stato contro nemici dichiarati) che i minarchisti vogliono mantenere.

Nessuna differenza tra il progetto anarchico e quello dei minarchisti? È meglio che ci sia, invece. Come dice Thoreau: “In mille tagliano i rami del male e nessuno colpisce le radici.”

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