Per un Reddito di Base Universale Serve lo Stato?

Di Lexi Linnell. Originale pubblicato il 2 ottobre 2017 con il titolo Does Universal Basic Income Require a State? Traduzione di Enrico Sanna.

Vishal Wilde si è recentemente espresso a favore di un reddito di base universale (RBU) sostenendo che promuoverebbe la libertà economica e la giustizia sociale. Certo la questione ha attirato libertari di vario genere. Ma l’idea è tarata dal fatto che, finora, le varie proposte confidano sul meccanismo di tassazione e ridistribuzione dello stato. Da un punto di vista libertario, sarebbe di gran lunga meglio un RBU su base volontaria. Come dice Wilde:

Se notiamo che tutti i servizi finanziati pubblicamente si basano sulla costrizione, l’ideale appare ovviamente un reddito finanziato volontariamente. Far sì che un reddito di base utilizzi meccanismi adatti che diano e migliorino la fiducia è compito poco attraente ma molto importante. Anche in caso di adozione di un RBU, resterebbe il compito difficile di convincere le persone ad adottare questi meccanismi.

In altre parole, se persone di varia estrazione sono interessate ad una rete di protezione sociale, soprattutto in un’economia di mercato liberato dove la mobilità sociale potrebbe accentuarsi, nessuno è particolarmente disposto a pagare. È per questo che si pensa allo stato come fonte di un RBU: perché può costringere le persone a pagare, che lo vogliano o no. Attualmente, esiste un solo sistema che risolve il problema fornendo un RBU su base puramente volontaria: si tratta di Resilience, e usa la piattaforma Ehereum. La soluzione implica un uso intelligente degli incentivi umani..

Ethereum e la Criptomoneta

Resilience si serve dei protocolli di una criptomoneta nota come Ethereum, di cui vale la pena spiegare il funzionamento. La storia di ogni criptomoneta è registrata in un file chiamato blockchain. In breve, la blockchain è come un libro mastro, un elenco di tutte le transazioni avvenute. Ognuna di queste transazioni contiene informazioni su chi ha inviato e chi ha ricevuto oltre all’entità della somma trasferita. Non importa qui sapere come funziona esattamente; l’importante è capire che la blockchain è un registro universale delle transazioni, che queste transazioni può essere “programmata” in modo da incorporare funzionalità complesse, e che il registro viene aggiornato con tecnologie peer-to-peer, o p2p.

Resilience

Per creare un protocollo come Resilience occorrono tre presupposti. Il primo è un elenco di tutte le transazioni fatte. Compito facile se si usa una blockchain. Il secondo è un metodo per assegnare un’identità ai partecipanti. Ogni partecipante al sistema deve avere un’identità, e nessuno deve avere la possibilità di barare creando false identità. Il terzo presupposto, infine, è che tutte le transazioni siano programmate in modo da eseguire le funzionalità descritte più giù. Lo stesso vale anche per gran parte delle altre criptomonete.

Se i presupposti sono rispettati, è possibile “scremare” una certa percentuale da ogni transazione. I particolari del protocollo sono molto complessi, ma il concetto base è che voi scegliete un numero, che rappresenta l’“aliquota fiscale” che viene scremata da tutte le somme inviate ad altre entità nella rete. La somma così ottenuta viene poi suddivisa in una maniera particolare tra tutti quelli che vi hanno inviato denaro, e questa in poche parole rappresenta la loro quota di reddito di base (RB). Una conseguenza interessante è che se volete avere un reddito di base dovete prima mandare denaro ad altri partecipanti alla rete. Questo significa che dovete pagare le “tasse” che voi avete dichiarato di voler pagare al sistema. Il sistema è molto flessibile: potete programmarlo in modo che estragga una percentuale diversa secondo certe variabili o fare in modo che distribuisca i vostri soldi a certe compagnie. Pur essendo chiamate tasse, si tratta, a differenza di ciò che avviene con lo stato, di pagamenti volontari.

Sembrerebbe una presa in giro visto che si danno soldi per ricevere soldi. Le transazioni non si annullano a vicenda? In realtà, mentre l’ammontare delle tasse è proporzionale alle somme che escono dal vostro conto, quello che si riceve come RB non lo è. In altre parole, mediamente si riceve in RB più di quanto non si paghi in tasse. Le uniche entità che potrebbero incorrere in una perdita netta in questo sistema sono le aziende, che possono trattare grosse somme per volta.

La cosa più difficile è convincere le persone a adottare questi meccanismi. Certo, un individuo è incoraggiato a partecipare al sistema Resilience perché in cambio ottiene un RBU. Ma che dire delle aziende, che partecipando al sistema vanno in perdita? Per risolvere questo problema esiste una regola: Chiunque mandi denaro ad un conto che non si trova nella rete di Resilience viene temporaneamente sconnesso dalla rete. Così facendo si congela il RB e si scoraggia chiunque dal mandare denaro a quella persona. In altre parole, i partecipanti alla rete hanno forti disincentivi a fare transazioni con l’esterno. Il risultato è che le aziende, se vogliono acquisire clientela tra i partecipanti alla rete, devono prima iscriversi alla rete stessa.

Dunque le attività economiche sono incentivate ad iscriversi alla rete perché così facendo accedono a nuovi consumatori. Ora, visto che ogni partecipante può impostare da sé la propria aliquota fiscale, cosa impedisce alle aziende di impostarla a zero e non pagare nulla? Potrebbero fare così, ma il RB di un cliente cresce al crescere dell’aliquota. Più è alta l’aliquota pagata dall’azienda e più alto è il RB dei suoi clienti, e questo spinge la clientela verso aziende con aliquote alte. Probabilmente si arriverà ad un punto di equilibrio per cui le aziende pagheranno tasse alte, ma non così alte da eliminare il profitto. In un certo senso, è il mercato ad impostare le aliquote.

Verifica dell’identità

Sono partito dal presupposto di un metodo per assegnare un’identità unica a tutti i partecipanti al sistema. La ragione è che senza tale identità nessuno potrebbe partecipare, e chi riuscisse a creare più identità potrebbe ricevere più reddito di base. Come realizzare un sistema del genere?

Purtroppo, questo problema è il collo di bottiglia di tutta l’idea, e non può esserci una buona soluzione. Attualmente, la soluzione più diffusa è la verifica dell’identità (VI), che estende il concetto di incontro di pseudonimi. Con questo sistema la persona deve presentarsi periodicamente (una volta al mese o all’anno) ad un evento, dopo essere stata assegnata a caso ad un gruppo. Ogni associato certifica crittograficamente che l’altro partecipante è comparso all’incontro, e tutte queste certificazioni formano una sorta di “attestato” che dichiara che la persona in questione è una persona reale. Questo attestato scade dopo un anno o un mese e la persona deve allora presentarsi ad un altro incontro. Poiché è fisicamente impossibile che una persona si presenti in diversi luoghi contemporaneamente, questo sistema impedisce la creazione di identità multiple.

La VI può estendere gli incontri a tutto internet con la possibilità di incontri virtuali, ad esempio con servizi VoIP come Skype o Google Hangout. Questo metodo è un po’ più complicato della sua controparte offline perché dovete convincere gli altri partecipanti al gruppo che non utilizzate una registrazione o apparite in più luoghi simultaneamente. A parte ciò, il protocollo è essenzialmente lo stesso.

Poiché gli altri sono selezionati a caso fra tutti, è impossibile corrompere qualcuno affinché garantisca falsamente la verifica dell’identità. Per ogni sock account (una persona con più account che appare come se avesse altrettante identità, ndt) che si vuole creare, occorre corromperne altri quattro. E anche se si riuscisse con la spam a creare gruppi unicamente formati da sock account, statisticamente il meccanismo sarebbe improduttivo. Gli attacchi con la spam possono essere ulteriormente bloccati obbligando i partecipanti a versare una cauzione per poter partecipare agli incontri di pseudonimi, cauzione che verrebbe confiscata automaticamente se l’account dovesse essere riconosciuto come spam.

Cosa importante, la verifica dell’identità non rappresenta un ID. Serve solo a certificare che quella persona ha un account con un servizio, ma non contiene informazioni riguardo la sua identità. Da una VI, inoltre, non si può risalire ad altre VI anteriori o posteriori usate dalla stessa persona, così che i partecipanti possono mantenere l’anonimato pur essendo certificati come individui unici.

Il problema principale della VI è la scomodità di dover apparire ad incontri virtuali annuali o addirittura mensili. Se una persona manca per malattia, impedimento, mancanza di connessione internet o semplice dimenticanza, resta bloccata senza identità. È una soluzione insoddisfacente perché sono proprio le persone malate o con impedimenti o che non possono permettersi di avere una connessione stabile ad avere più bisogno di un sistema del genere. Ciononostante, i sostenitori di questo sistema credono che permetterà ad un meccanismo di RBU come Resilience di funzionare in assenza di un elenco centrale di identità. Forse il problema sarà risolto in qualche versione futura. Per il momento la fattibilità della VI resta incerta.

La VI potrebbe applicarsi anche fuori da Resilience. Immaginate, ad esempio, un Twitter decentrato, che dia ad un account lo status di “verificato” se si riesce a dimostrare una valida VI. Il fatto che la VI sia anonima significa che non esistono conflitti tra privatezza e responsabilità. Anche se gran parte delle discussioni sulla privatezza danno per scontato che il problema sia irrisolvibile, la difficoltà di attribuire responsabilità ad una persona online non viene dall’anonimato ma dalla facilità con cui si creano sock account. La VI garantisce maggiore responsabilità senza sacrificare la privatezza. Magia della crittografia.

Conclusione

Il protocollo Resilience potrebbe alla fine far parte di una rete di sicurezza sociale decentrata e volontaria del mercato liberato. Oppure potrebbe applicarsi a vari tipi di servizi di condivisione p2p, come, supponiamo, una versione decentrata di Uber o Airbnb gestite come organizzazioni autonome sulla blockchain. Dato che la sharing economy permette di stare a galla in tempi di crisi, queste due idee potrebbero combinarsi e diventare una rete di sicurezza. Questa combinazione tra organizzazioni autonome decentrate e protocollo Resilience è anche una versione decentrata dell’economia cooperativa. Resilience è stato ispirato proprio ai moderni principi cooperativistici della Rochdale e al credito mutuo. È una forma particolare che non può essere eliminata. Il sistema può smettere di funzionare solo se la gente smette di usarlo.


Ulteriori Letture

Ho descritto il protocollo Resilience, che serve a creare un sistema di RBU senza apparati centralizzati, nei termini più semplici possibili. Questo per farlo capire a chi non ha familiarità con le criptovalute. Ho saltato molti dettagli e le soluzioni di tanti problemi. Se il lettore vuole approfondire il soggetto, i link qua sotto offrono un buon punto di partenza, grossomodo nell’ordine in cui li elenco.

Bitnation Announces a Decentralized Application for Basic Income Based on Bitcoin 2.0 Technology and Voluntary Fees:

BITNATION: Basic income application set for BitNation:

The Resilience protocol – Explanation for a newbie:

Crypto-states make taxation impossibleDarwinian Basic Income is the Future (second half contains code):

Using a genetic algorithm for self-organising emergent tax-rates in a crypto basic income system:

The Resilience whitepaper (contains code):

Swarm Redistribution – ELI5 (contains code):

Swarm Redistribution live experiment, could a “Decentralized Basic Income Swarm” grow their own taxes? (contains code):

Johan Nygren – Using “Anti Bot Token” as security tokens for the Virtual Pseudonym Parties dApp:

Free Markets & Capitalism?
Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist