Di Gary Chartier. Originale pubblicato il 25 gennaio 2013 con il titolo Embracing Markets, Opposing “Capitalism”. Tradotto da Enrico Sanna.
Essere libertari significa opporsi all’uso della forza che impedisce uno scambio spontaneo e pacifico. Ma non significa approvare il capitalismo.
Il senso di una tale affermazione dipende da cosa si intende per “capitalismo”. Per qualcuno è semplicemente il libero scambio. In tal caso è corretto affermare che non esiste un vero e proprio contrasto tra capitalismo e libertarismo.
Ma a volte si intende qualcos’altro. L’informazione stampata e digitale, ad esempio, per “capitalismo” intende “l’attuale sistema economico”. Ma è anche relativamente diffusa l’accezione di “capitalismo” come “il potere che i capitalisti, detentori di una grossa fetta di beni capitali, hanno sul posto di lavoro e sulla società”. Secondo i principi libertari di cui parlo il capitalismo non è né l’una né l’altra cosa.
Il sistema economico attuale è, in misura molto significativa, un sistema che esclude lo scambio pacifico e spontaneo. Un intreccio di privilegi legali e normativi favoriscono chi è ricco e ben posizionato a spese di tutti gli altri (pensiamo ai brevetti e i copyright, ai dazi, alla limitazione dell’attività creditizia, alle licenze professionali, alle norme edilizie, eccetera). Il complesso militar-industriale assorbe quantità incredibili di denaro, è il caso di dire sotto minaccia, dalle tasche della gente per versarle nei conti bancari di società d’appalto e clientele. Sussidi di ogni genere alimentano un insieme di attività privilegiate e no profit. Inoltre lo stato riconosce la proprietà di terre prese con la violenza o con mezzi legali arbitrari e poi distribuite a singoli e gruppi di favore. Le economie di Stati Uniti, Canada, Europa occidentale e Giappone non sono a pianificazione centralizzata, lo stato non sancisce (gran parte de)i mezzi di produzione, ma dato il suo coinvolgimento a più livelli nel garantire e promuovere i privilegi economici è difficile dire che il nostro sistema economico è libero. Se questo è “capitalismo”, chi vuole la libertà ha buone ragioni per essere scettico.
I privilegi che caratterizzano l’attuale ordine economico, comunque lo si chiami, attirano soprattutto chi ha più potere di condizionamento politico e ricchezza. È una rete che finisce per rafforzare i privilegi dei capitalisti sul posto di lavoro. I privilegi limitano il lavoro autonomo (innalzando i requisiti di capitale o i costi d’ingresso e riducendo le risorse disponibili per avviare e mantenere un’attività). Restringendo le alternative al lavoro salariato e imponendo limiti all’attività sindacale, e riducendo così il potere contrattuale collettivo, lo stato finisce per rafforzare il potere dei datori di lavoro. In breve: non si comprende il potere attuale dei “capitalisti” se non si conoscono le mascalzonate dello stato. Ancora una volta: se questo è “capitalismo”, chi vuole la libertà ha buone ragioni per essere scettico.
Qualcuno potrebbe dire che, se la parola “capitalismo” indica spesso un fenomeno sociale detestabile, altrettanto spesso indica un sistema economico che pone al centro la libertà. Non so in che proporzione e con quale peso. So però che il “capitalismo” è visto negativamente da tempi immemori (“capitalista” è inteso in senso spregiativo da sostenitori entusiasti del libero mercato come Thomas Hodgskin nella prima metà dell’Ottocento) e oggi è ancora così. Mi capita molto spesso, quando sento parlarne positivamente, di pensare che è una sorta di parola portmanteau (come sottolinea opportunamente Roderick Long) che significa “libero scambio”, “situazione attuale”, “potere dei capitalisti” o un insieme di tutto ciò. È una parola corrotta. Quando nei paesi in via di sviluppo la gente scende in piazza e urla contro il “capitalismo”, intendendo non la vera libertà ma il dominio imperiale del governo statunitense e i suoi alleati, credo che sia importante che i libertari sappiano distinguere questo regime statale oppressivo da quello invocato da chi vuole la libertà.
Gli editorialisti del Wall Street Journal o di Faux News e i vari portavoce delle élite economiche e politiche possono continuare a chiamare “capitalismo” tutto quello che gli fa comodo. Non sono libertari, i quali non hanno nessuna ragione di emularli. Volere un mercato libero (o liberato) è perfettamente coerente con un forte anticapitalismo.
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