La Macchina del Negazionismo Climatico e i Dati Truccati

Di Kevin Carson. Originale: The Climate Denial Machine’s Fake Statistics Just Keep On Coming, del 18 ottobre 2023. Traduzione di Enrico Sanna.

In un precedente articolo dicevo di Ron Bailey (e gli “esperti” climatici da lui vantati) che su Reason si baloccava coi numeri del pil nel tentativo di minimizzare i danni causati dai cambiamenti climatici. Ora pare che Ron e i suoi abbiano dei concorrenti nella categoria “bugie, maledette bugie e dati statistici”: Bjorn Lomborg (altro prediletto di Reason).

Come Bailey, anche Lomborg (accreditato da Reason come esperto di statistica) rientra tra gli “ambientalisti scettici” la cui litania teorica si riduce a dire che, sì, il riscaldamento globale antropogenico è reale, ma non abbastanza problematico da spingere a fare qualcosa. Secondo Lomborg, bisognerebbe mettere nel cassetto la riduzione dei gas serra per concentrarsi invece sulla “resilienza climatica”; che, e forse non vi sorprenderà, comporta un’enorme crescita economica e un bel po’ di profitti.

Questa la sua posizione così come risulta sia dalla conferenza dell’accordo di Copenhagen che dalle ricerche del suo gruppo di ricerca, il Copenhagen Consensus Center. Così in una intervista al suo agiografo Ron Bailey:

Credo che il punto più importante [del mio libro L’ambientalista scettico], e non vedo una ragione per cambiarlo, sia che io sfido l’idea secondo cui tutto sta andando in malora. Stiamo andando grossomodo nella giusta direzione, è importante dire che l’uomo sta risolvendo tanti problemi. È vero che quando risolviamo un problema ne creiamo altri, ma solitamente si tratta di problemi di entità minore, ed è per questo che facciamo progressi materiali praticamente in tutti i campi.

Così disse a Reason nel 2008:

In breve, è vero che il riscaldamento globale esiste. Spesso lo si ingrandisce enormemente, e per questo servono soluzioni più intelligenti… Dobbiamo agire con intelligenza, non stupidamente. E ricordiamo che nel mondo ci sono tanti altri problemi che noi possiamo risolvere molto più facilmente e con effetti molto più positivi… Se la questione è fare qualcosa di buono nel mondo, facciamo qualcosa di veramente buono e non semplicemente qualcosa che ci fa sentire buoni.

Se vi affascina questo panglossismo, questo tecno-ottimismo idiota di Herman Kahn e anche il cosiddetto “altruismo efficace”, il Copenhagen Consensus fa per voi.

Per ridurre il riscaldamento globale in sé, e non solo la pericolosità dei suoi effetti, l’approccio “più economicamente conveniente” è la geoingegneria. Non sono per principio contro la geoingegneria (approvo in particolare gli schermi solari, se non comportano un forte inquinamento chimico della biosfera), soprattutto come risorsa estrema per impedire una catastrofe esistenziale. (Anche Lomborg nel video citato più su cita, come alternativa principale, lo “sbiancamento delle nuvole” ottenuto nebulizzando acqua marina nell’atmosfera, ma altrove suggerisce di schermare la luce solare con l’anidride solforosa).

Un conto però è accettare una soluzione come risorsa estrema, e un altro è promuoverla disinvoltamente perché, nonostante le tante incognite sul lato dei costi, è “la più conveniente economicamente”. La cosa mi suona piuttosto arrogante (a dir poco), detta da qualcuno che tra i suoi fan più accesi ha proprio quei libertari spesso così attenti alle “conseguenze impreviste”. Così il sito Rational Wiki alla voce Lomborg:

La geoingegneria è considerata perlopiù una soluzione estrema, dato che immettere quantità enormi di zolfo nell’atmosfera, come suggerisce Lomborg, potrebbe dar luogo a innumerevoli conseguenze impreviste e non risolverebbe i vari problemi creati dall’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica, come l’acidificazione dei mari (la relazione del progetto tende ad omettere queste considerazioni).

Bisogna però riconoscere che Lomborg vede con favore l’investimento in grande scala in energie che producono poca anidride carbonica. Ma contrappone questo approccio a quello che Ron Bailey definisce drasticamente “un taglio draconiano delle emissioni che crea povertà”.

Questa uscita di Bailey, un libertario di libero mercato, mi sorprende. Noi viviamo in un mondo in cui le emissioni sono fortemente incentivate. Le industrie estrattive hanno accesso privilegiato alle terre federali (rubate alle popolazioni indigene o acquisite con prelazione dai governi francese e messicano e infine statunitense). La terra è vincolata al passaggio di gasdotti o oleodotti tramite l’esproprio. Siti estrattivi e oleodotti godono di indennità in caso di sversamenti o altre forme d’inquinamento, terremoti e altro, con una soglia molto bassa. Gli Stati Uniti fanno le guerre per garantire l’approvvigionamento di combustibili fossili per le industrie locali. La marina militare, di gran lunga la voce di bilancio principale della “difesa”, ha come missione principale in tempo di pace la sicurezza delle rotte delle petroliere pagata con i soldi dei contribuenti.

Anche Nick Gillespie, certo non il massimo in fatto di pensiero critico, riconosce il problema ammettendo che l’esistenza degli oleodotti dipende dagli espropri delle terre. Sugli oleodotti, Bailey ha un’opinione più che entusiastica.

In materia di sovvenzioni, l’opinione prevalente tra i libertari è che “causano povertà” perché distorcono i segnali rappresentati dai prezzi e spostano gli investimenti verso usi meno produttivi. Lo stesso Lomborg, nel 2017, diceva che solare e eolico stentano ad attecchire perché restano meno convenienti rispetto alle energie fossili. Un confronto che potrebbe essere ribaltato. Se il sostenibile è ancora meno conveniente del fossile non è solo perché le nuove tecnologie non hanno ancora abbassato sufficientemente i costi, ma anche perché il fossile viene reso artificialmente più conveniente. Secondo la logica del libero mercato l’approccio più efficiente, e che crea meno povertà, vorrebbe che il fossile incorporasse tutti i costi delle sovvenzioni citate più su. In questo modo ci sarebbe meno bisogno di sovvenzionare la ricerca sulle energie alternative. Dicendo che una politica di diminuzione dei gas serra “causa povertà”, Bailey ricorda i fabbricanti di candele citati da Bastiat che vorrebbero spegnere il sole.

Tutto ciò a titolo informativo, perché a spingermi a scrivere questo articolo è una fuorviante infografica, pubblicata da Lomborg su Facebook, che riassumeva i dati contenuti nel suo articolo “Welfare in the 21st century: Increasing development, reducing inequality, the impact of climate change, and the cost of climate policies” (Technological Forecasting and Social Change, July 2020). In sostanza, nell’articolo pubblicato su Facebook Lomborg dice che “nel 2020 i decessi per eventi estremi dovuti al clima, come inondazioni, uragani e incendi, sono stati il 98% in meno rispetto ad un secolo prima… Ovvero, in un secolo i decessi per cause climatiche sono calati di oltre il 98%.”

Credo che nelle discussioni online dei libertari di destra questo grafico abbia battuto il record di diffusione dell’altrettanto stupido grafico sulla povertà estrema dal 1820 al 2015, che sono anni che vaga. Tra le fonti principali citate, “Human Progress” (una filiale del Cato Institute), il Wall Street Journal e la Foundation for Economic Education. L’articolo è stato citato da Vivek Ramaswamy, vera e propria incarnazione dell’odiosa techbrohood, ad un recente dibattito sulle candidature repubblicane del 2024 (punto di riferimento di Stoopid).

Cominciamo dai numeri. Cosa significa secondo Lomborg “decessi causati dal clima”? A quanto pare, non quelli causati dalle ondate di caldo. Solo durante l’estate 2022 in Europa ci sono stati 60.000 decessi per il caldo, superati solo dai 70.000 dell’estate appena finita, mentre secondo il grafico di Lomborg in tutto il mondo non si arriva a 10.000. I numeri bassi relativi all’Asia meridionale, dove le condizioni sono molto più drastiche, fanno pensare a una sottostima: una stima basata sulla mortalità in eccesso, che richiede mesi di analisi, avrebbe dato come risultato molte migliaia. Basti pensare che l’ondata di calore del 2015 solo nella provincia del Sindh in Pakistan ha ucciso 2000 persone. Negli Stati Uniti, solo nella contea di Maricopa, in Arizona, fino al sei settembre ci sono stati 180 morti. Dato probabilmente sottostimato, visto che alla fine dell’estate il totale annuale è stato aggiornato a 450. I decessi per il caldo vengono spesso sottostimati. “Se ci sono patologie concomitanti (malattie cardiache, obesità, malattie psichiche), il deceduto potrebbe anche non rientrare nel conteggio.”

E la sottostima è probabilmente ancora più accentuata, a causa della mancanza di risorse, negli stati più poveri, che oltretutto sono i luoghi in cui è maggiore la probabilità di avere una mortalità elevata in quanto la popolazione è più vulnerabile per mancanza di aria condizionata e altri sistemi per far fronte al caldo estremo. Zoya Tierstein nota:

capire che la causa dei decessi è legata al clima richiede tempo, formazione e risorse, tutte cose che molti dei circa 3.500 dipartimenti della salute statali non hanno. La contea di Maricopa, che vaglia attentamente ogni decesso per verificare la relazione con le ondate di calore della lunga estate dell’Arizona, è un’eccezione.

Lo stesso vale per i decessi causati da fenomeni ricollegabili al caldo, come gli uragani.

È difficile capire esattamente quanti morti ha causato una determinata calamità. Occorrono settimane, mesi o addirittura anni per avere il conteggio esatto. E c’è sempre qualcuno che sfugge al calcolo, e non compare nelle statistiche locali o federali sulla mortalità. Ad esempio, i decessi causati dagli uragani e dai cicloni tropicali negli Stati Uniti tra il 1988 e il 2019, secondo uno studio retrospettivo sono tredici volte quelli stimati dalle istituzioni federali.

Ma anche accettando i dati statistici offerti da Lomborg, in generale le conclusioni che ne trae non sembrano molto rigorose, a dir poco. Il ragionamento in sostanza è: “Nonostante l’aumento della temperatura di un grado dall’inizio della rivoluzione industriale, i decessi legati al clima sono calati del 98% nell’ultimo secolo. Dunque non c’è una ragione per prevedere un miliardo di decessi se la temperatura aumenta di un altro grado nel corso dei prossimi cento anni.”

In sostanza, sta estrapolando i dati dell’ultimo secolo per proiettarli nel secolo a venire, dando tacitamente per scontata l’inesistenza di fenomeni non lineari, punti critici e cicli di retroazione positiva. Un’affermazione più che ingiustificata data la particolarità dei fenomeni e visti i dati sul clima dell’ultimo decennio circa.

Il New York Times, ad esempio, a gennaio riportava la notizia secondo cui gli ultimi otto anni sono stati i più caldi mai registrati. E il 2023 è stato il più caldo in assoluto. Con un riscaldamento cumulativo di 1,5 gradi, c’è la probabilità che si arrivi a cinque diversi punti critici climatici. Due dei quali, lo scioglimento dei ghiacci antartici e groenlandesi e l’alterazione della Corrente del Golfo, produrrebbero nell’immediato effetti catastrofici non lineari. Centinaia di milioni di persone vivono in zone che verrebbero sommerse se si sciogliessero i ghiacci. Altri punti critici, come le emissioni di metano scatenate dallo scioglimento del permafrost, produrrebbero un ciclo di retroazione positiva che per definizione è non lineare. Secondo studi recenti, “ già oggi vediamo punti critici e effetti a cascata, non occorre aspettare un aumento delle temperature di 1,5 o 2 gradi”, il che fa capire che “i modelli climatici non tengono conto pienamente di molti effetti retroattivi.”

Teoricamente, l’uomo può vivere un massimo di sei ore a 35 gradi e il 100 percento di umidità. Con il prevalere di queste condizioni in zone sempre più grandi e per periodi sempre più lunghi, e con temperature locali che superano il limite della sopravvivenza, prima o poi ci sarà un aumento drammatico della mortalità.

Gli stessi ragionamenti applicati ai tassi di mortalità climatica Lomborg li usa a proposito dell’aumento del livello marino: “Lomborg proietta nel futuro i dati del passato.”

I dati forniti, se anche fossero validi, cosa non vera, diventano inutili se non c’è la capacità critica di interpretarli.

Dati falsati e ragionamenti incoerenti però non impediranno certo ai soliti noti di far circolare questi grafici insensati. Jason Hickel ha più volte sfatato il grafico della povertà estrema, ma questo non ha impedito a molte persone che per la “scienza” nutrono una sorta di culto del cargo di metterlo in circolazione. Il grafico pubblicato da Lomborg è altrettanto privo di valore, ma la cosa ha poca importanza. Se Lomborg gode di tanta popolarità presso la Foundation for Economic Education, Ramaswamy, Ron Bailey e la cricca di Reason una ragione c’è; ma non c’entra niente con la verità.

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