Laurance Labadie, “Lettera a Mother Earth”

Di Eric Fleischmann. Originale pubblicato il 17 gennaio 2022 con il titolo Laurance Labadie’s “Letter to Mother Earth”. Traduzione di Enrico Sanna.

Lettera a Mother Earth

Credo che il tempo-lavoro come misura standard dell’unità monetaria sia un errore destinato al fallimento pratico. Faccio qualche domanda e qualche osservazione. Quale lavoro dovrebbe essere preso come standard, quello del lavoratore più efficiente o quello del meno efficiente? Prendiamo una merce a caso, le scarpe. John ne produce cinque paia al giorno, James dieci. In un libero mercato, potrebbe John spuntare il doppio del prezzo praticato da James? No, sarebbe assurdo! In un mercato concorrenziale, John sarebbe costretto a chiudere se chiedesse un prezzo doppio. Ma se chiede lo stesso prezzo, come sarebbe costretto a fare se vuole restare sul mercato, cosa ne è dell’unità tempo-lavoro? Semplicemente scompare.

Qual è il termine di riferimento del valore? È una merce rispetto alla quale viene misurato il rapporto di scambio di altre merci. È vero che il lavoro, inteso come utile ottenuto dal superamento di un ostacolo obiettivo, e il cui valore è determinato in un mercato concorrenziale, entra come elemento che determina il valore di scambio di una merce e in un mercato liberamente concorrenziale tende a diventare il fattore unico. Ma le merci devono essere utili per poter essere scambiate, e l’utilità è determinata dalla desiderabilità. È il valore del lavoro ad essere determinato dai suoi risultati, non i risultati dalla quantità di lavoro espresso in unità di tempo.

In realtà, è la desiderabilità di una merce che può determinare l’utilità e il valore del lavoro occorso alla produzione, non è la quantità di lavoro che misura il valore di una merce. E come differenziare lavoro produttivo e lavoro improduttivo? In un sistema di libera concorrenza inefficienze e sprechi vengono automaticamente eliminati. Questo va a beneficio della società in generale. È per questo che un sistema di libera concorrenza rappresenta, in termini generali, la condizione più automaticamente cooperativa. Ed è per questo che, fortunatamente, è la libertà a risolvere la questione economica. L’efficienza scaccia via l’inefficienza, mette l’uomo giusto al posto giusto e remunera ognuno secondo il servizio reso alla società.

Il problema dell’attuale sistema economico è che non si basa sulla libera concorrenza, è lo stato che tiene in piedi un sistema basato sul furto. Privilegiando gli uni e azzoppando gli altri, succede che qualcuno ottiene più della sua giusta quota di ricchezza prodotta. La condizione necessaria a una società di libera concorrenza, la pari opportunità a cui aspirano gli anarchici, oggi è più lontana che mai. È questo che spinge un anarchico a lottare, per far capire alla gente i benefici economici della libertà.

Diciamo che la libertà risolve ogni problema sociale risolvibile, che si tratti dell’istruzione, il sesso, la letteratura, l’arte, il crimine, i credi religiosi o quel che si vuole, ma evidenziamo soprattutto l’ambito economico perché crediamo che questo rappresenti la chiave che apre tutte le altre porte. È un peccato che molti dei cosiddetti radicali (persone che vanno alla radice delle cose) non capiscano i processi economici, soprattutto quelli possibili in un mondo libero. La colpa, a mio parere, è, non solo dei voluti pervertimenti dei testi di economia, ma anche, credo, degli stupidi errori fatti da Karl Marx nel suo onesto sforzo di lottare per la causa dei lavoratori.

Per quanto riguarda la questione del denaro, è desiderio di un anarchico che chiunque, singolarmente o combinatamente, sia in grado di fornire denaro o assicurare credito. Agli occhi di una persona superficiale, soprattutto se orientata all’autoritarismo come i socialisti o i comunisti, tutto ciò appare come un autentico ritorno al caos. Si vedrà in futuro quanto è precaria e disonesta l’esistenza del denaro, e quale sarà la sorte del tasso d’interesse sotto la libera concorrenza bancaria. Ciò che con ogni probabilità avverrà è stato già anticipato da Proudhon, William B. Greene e altri.

Ma è molto improbabile che si arriverà a adottare il tempo-lavoro come unità di valore.

Laurance Labadie


Commento di Eric Fleischmann

Questo saggio, ultima aggiunta al Laurance Labadie Archival Project, pubblicato per la prima volta in forma epistolare in un numero del 1933 di Mother Earth, rivista diretta da John G. Scott e Jo Ann Wheeler, entrò poi a far parte della Joseph A. Labadie Collection della biblioteca dell’università del Michigan. Ultimo vero erede dell’anarchico Tucker, Labadie è anche erede naturale delle idee di Josiah Warren, che a Cincinnati, nell’Ohio, nell’ottocento aprì uno sperimentale “Time Store” (negozio del tempo, NdT). Come spiega William Bailie, in questo negozio il compenso veniva “determinato sul principio di un uguale scambio di lavoro, per cui una merce prodotta con un tot di ore di lavoro era scambiata con un’altra merce prodotta nello stesso tempo.” Ispirandosi a Warren, Edgar S. Cahn sviluppò negli anni 1990 il movimento delle banche del tempo, fino ad allora relegato all’ambito teorico del mutualismo e ad alcuni esperimenti durante la Grande Depressione. La lettera di Labadie – così come nel caso di Warren – è molto probabilmente una risposta al mutualismo.

Avendo lavorato per una banca del tempo, non concordo con le teorie di Labadie a proposito delle valute basate sul tempo. Digressione personale, ovviamente. Qui invece vorrei sottolineare come questo saggio anticipi la critica del sistema bancario del tardo novecento, soprattutto le idee dell’economista del Mit Frank Fisher. Negli anni ottanta, era opinione di Fisher che il prezzo della valuta basata sul tempo, impostato dalla banca del tempo, fosse soggetto agli stessi problemi del calcolo economico e degli incentivi propri di un’economia a pianificazione centrale.[1] Ci accostiamo così a Labadie quando dice: “Prendiamo un prodotto a caso, le scarpe. John ne produce cinque paia al giorno, James dieci. In un libero mercato, John potrebbe ottenere per le sue scarpe il doppio del prezzo praticato da James? No, sarebbe assurdo!” Ad accomunare Labadie e Fisher è la credenza che le valute basate sul tempo non possano funzionare come meccanismi di informazione distribuita tramite i prezzi.

Ma, aggiunge Labadie, anche senza questi problemi una valuta basata sul tempo non è necessaria. Ereditando la teoria del valore del lavoro di Benjamin Tucker e Pierre-Joseph Proudhon e anticipando il rifacimento fatto oggi da Kevin Carson, Labadie sostiene che “data una libera concorrenza, cioè un libero e equo accesso ai mezzi di produzione, alle materie prime e a un mercato senza restrizioni, il prezzo di ogni merce riflette sempre tendenzialmente la quantità di lavoro impiegata per la produzione. Ovvero, nel misurare il valore il lavoro diventa il fattore predominante.” In sostanza: se il prezzo delle merci si abbassa al costo del lavoro, la moneta usata per misurare il valore deve riflettere il lavoro, non il tempo-lavoro.

Nota

1. Vedi: Cahn, No More Throw-Away People: The Co-Production Imperative.

Anarchy and Democracy
Fighting Fascism
Markets Not Capitalism
The Anatomy of Escape
Organization Theory