Agorà o Supermercato?

Come ridare vita alla fiera del libro anarchica

Di William Gillis. Originale pubblicato il 21 marzo 2019 con il titolo The Mall or the Agora? Revitalizing the Anarchist Bookfair. Traduzione di Enrico Sanna.

La fiera del libro rappresenta uno dei momenti migliori per un anarchico.

Una fiera del libro ha una struttura gerarchica evidente. C’è chi vende i libri e chi li compra. A separarli non è solo la fisicità di un tavolo, ma anche l’investimento rappresentato dal tavolo. I distributori devono comprare uno spazio. Ma prima devono investire in ciò che cercano di vendere.

E questi investimenti spesso vanno oltre le possibilità degli anarchici a cui vorrebbero vendere. Un tavolo va da 50 a 200 dollari al giorno. Un tempo gli spazi esterni potevano essere occupati liberamente con un tavolino o una stuoina, ma questa usanza è purtroppo morta. Alla fiera del libro di San Francisco, ad esempio, c’erano sempre decine di persone che vendevano sulle stuoine, quando si faceva nel parco della penisola. Oggi se ne vedono due, quattro al massimo, infilati da qualche parte sul marciapiede a lato di qualche edificio. Comprare un tavolo un tempo era un lusso, un atto di generosità verso gli organizzatori. Oggi è un requisito.

Sono pochi gli squatter o i punk che hanno quel tanto di soldi da dare via, ed è per questo che i tavoli si somigliano tutti. Certo, età, ricchezza e capitale sociale sono fisicamente mischiati, ma la sensazione di distacco e inaccessibilità si fa sentire.

Un tempo c’erano ragazzini che portavano i loro giornaletti, qualche collezione, tanto per fare qualche soldo, ma oggi tutto è bloccato dal costo di uno spazio autorizzato. E allora gli unici anarchici che possono permettersi un tavolo sono gli editori, le associazioni ufficiali e pochi artisti ben piazzati.

E le case editrici anarchiche siedono su decine di migliaia, se non milioni, di dollari in investimenti accumulati. Ci trovi punk annoiati di mezza età che ripetono sempre lo stesso formulario, città dopo città, sempre le stesse persone. Presunti nemici politici si incontrano ad ogni città, con quella cordialità ben coltivata che scivola lentamente verso un cameratismo tra vecchi amici che serve a mantenere e racchiudere il milieu anarchico. Oggi il nichilista dà una mano all’anarco-sindacalista, domani il piattaformista avvisa l’insurrecto di qualche “pazza femminista” nei dintorni. Mentre i ragazzi fanno bisboccia o cazzeggiano, i vecchi libraroli si ritrovano in qualche ristorante elegante, e magari si tirano dietro qualche nuovo apprendista con la promessa di dargli la tessera gold. Spendono soldi liberamente tra il terrore muto e alienato degli amici poveri che si portano appresso, e fanno spudoratamente politica rarefatta.

Brontolii e sarcasmi su quello che viene chiamato “supermercato anarchico” sono comuni tra la base, ma questo non cambia la struttura della cosa.

Ahimè,” è l’immediato ritornello alla saccarina, “non c’è nessun consumo etico nel capitalismo.”

In qualunque momento, in ogni centimetro quadro di una fiera anarchica, c’è una tensione palpabile scaricabile con una risata. “Puoi fare qualcosa di etico sotto il capitalismo? Comprare o vendere è etico? Certo che no.” La fiera del libro diventa così una sorta di allungamento delle tensioni e delle ipocrisie attraverso cui forziamo la nostra esistenza quotidiana, uno spazio in cui noi generiamo e replichiamo direttamente queste tensioni perché “cosa vuoi, dobbiamo vivere.”

Qui il problema (una delle ragioni di base per cui la struttura di un capitale sociale può essere eretta nell’entroterra del milieu anarchico) è che ci si serve di un ideale confuso e inattuabile per accecare e far fallire qualunque ricerca di un modo migliore di interagire.

Gli anarchici sono stati spinti ad opporsi ai mercati in sé e per sé; a vedere lo scambio, il denaro e tutto il resto come mali primordiali o come la logica di base del capitalismo.

La conseguenza è che non pensiamo, riformisticamente, che un mercato potrebbe essere una cosa diversa. Pensiamo che un mercato “egalitario” sia un’impossibilità, e per questo ci arrendiamo alle norme più perverse quando mettiamo su un mercato.

Ma non è detto che debba essere così.

Io ho tre proposte, perlopiù incentrate sulla rimozione delle barriere all’ingresso, proposte frustrate dall’attuale ostilità per il mercato.

1) Ridurre o indebolire drammaticamente i costi e la necessità di acquistare uno spazio.

In fatto di spazi e relativi costi d’accesso il compromesso è d’obbligo, ma si possono sempre improvvisare spazi in giardini e parcheggi. Pensate se in una città la fiera del libro fosse un evento più frequente e più fluido di certi giganteschi eventi annuali. Vedremmo anarchici che improvvisano bancarelle con venditori che si confondono con cose come negozi liberi o un mercato radicalmente libero. Se una fiera del libro è così irreggimentata e rigida è anche perché pochi sono disposti a farsi carico di una sua organizzazione coerente, soprattutto quando c’è la dissonanza cognitiva generata dal fatto di essere contro il mercato. D’altro canto, però, ci sono giovani anarchici che spesso trovano il modo per organizzare piccoli mercati radicalmente liberi e cose simili per quanto riguarda i costi marginali, ma sono snobbati anche perché viene snobbato l’atto di comprare e vendere. Creare spazi in cui più persone possono mettersi assieme per esporre, vendere arte o idee su un proprio tavolo (o stuoina), creerebbe più dinamismo e coinvolgimento. E se i grandi editori non possono permettersi un tavolo in un parco questo mese in qualche città in cui non vivono, con tutti i rischi e le casualità del caso, allora tanto meglio. Che l’anarchismo sia dominato da tempo da grandi editori e organizzazioni riconosciute è sempre stato un’imbarazzante disgrazia.

2) Regala la tua roba.

Qui il problema è che molti anarchici sono purtroppo preda di idee marxiste sulla remunerazione del lavoro. In casi estremi arrivano a dire: “Pubblicare il torrent di un libro significa derubare l’autore.” In genere, però, si è più sottili: “Perché pubblicare il mio manoscritto online e colpire i miei guadagni?” Vediamo qual è l’aspetto più importante riguardo l’oggetto di una transazione. Se vendi una scatola di pelati, chi compra solitamente confida nella tua onestà e non mette in dubbio il contenuto della scatola. Chi acquista non acconsente alla transazione se non ne conosce ogni dettaglio. Lo squilibrio informativo è netto e può diventare molto insidioso. Pensiamo ad uno scrittore che scrive libri autorevoli che non ti piacciono. Per criticare la sua opera, devi dargli soldi. E ciò per converso crea barriere a quegli autori sconosciuti che affrontano nuovi temi in maniera provocativa: perché comprare un libro o una rivista se non sai se ti piacerà? E se è facile immaginare persone che scambiano pelati in una società libera, è però difficile immaginare la continuazione della proprietà intellettuale perché dipende dall’intervento censorio dello stato. L’informazione, a differenza dei pelati, non è un bene scarso, ma deve essere reso scarso con la forza. Gli anarchici di ogni colore dovrebbero dichiarare guerra alla proprietà intellettuale riconosciuta nella nostra società, dovrebbero attaccarle in tutti i modi. Un libro fisico è un bene scarso con costi di produzione tangibili, e c’è una ragione se la gente lo preferisce al puro testo. Gli autori possono sempre fare soldi con metodi espliciti e consensuali basati sul dono, metodi che non confidano su un’artificiale informazione asimmetrica. Ma è soprattutto l’esistenza di una classe elitaria di autori in ambito anarchico a creare problemi. Peggio è una classe di autori (e le case editrici a struttura gerarchica) tenuta in piedi dalle norme statali sulla proprietà intellettuale. Qualunque sia la propria opinione sulla proprietà, dire che l’informazione è proprietà fa molti più danni del concetto di proprietà applicato ad una scatola di pelati, e questa particolare ingiustizia non dovrebbe essere attenuata dicendo “tutta la proprietà è un male”.

3) Due pesi e due misure per ridurre il danno (e far pagare ai ricchi).

Mi diverte vedere come noi, noi cattivi anarchici di mercato, spesso siamo gli unici che alle fiere vendiamo libri con prezzi diversi secondo la disponibilità di chi acquista. Anche perché a molti anarchici la cosa ricorda la pratica di tirare sul prezzo; e poi meno si parla di transazioni e meglio è. Il denaro passa da una mano all’altra rapidamente, con un vago senso di disgusto e scuse reciproche, con l’editore che fa la faccia storta quando deve cedere sul prezzo. Io però credo che sia assurdo chiedere al ragazzino colle toppe al culo quello che chiedi al marxista di mezza età che vive in campagna. Due pesi e due misure è spesso un modo confuso di contrattare tenendo conto dell’etica personale e del privilegio (e in alcuni rari casi c’è chi ne approfitta), ma spesso dopo il solito “tu cosa suggerisci?” si passa ad una conversazione più aperta e diretta che aiuta a determinare la posizione delle due parti. Compassione e onestà sono trattate allo stesso modo, un attimo fuggente di comunismo in cui le due parti collaborano alla ricerca di un modo per ripartire i beni tra loro risolvendo questioni che hanno a che fare col desiderio e i costi. A differenza del prezzo dichiarato delle organizzazioni senza volto, questo approccio non nasconde la natura dello scambio economico, ma cerca di influenzarne il carattere. È noto da tempo che tra i vari modi in cui il mercato liberato può intaccare la concentrazione della ricchezza c’è anche l’incapacità di nascondersi dietro un anonimato impersonale. Sul mercato locale i ricchi pagano sempre di più. Così anche certi distaccati turisti delle fiere del libro che conosco io, che non leggono o non prendono sul serio quello che comprano. Ma c’è anche un altro beneficio quando si usano due pesi e due misure, ed è che mi permette di usare il mercato per far sì che certe cose finiscano in determinate mani. Arriva un tipo con un’aria da sfida, parliamo, dopo un po’ abbassa la cresta, sfoglia a caso qualcosa, compra un libretto… e io sono ben felice di regalargliene un altro. Scrivo e riproduco l’opera altrui così da poter intaccare sul mondo, interagire. Se qualcuno valuta il mio sforzo, io sono ben felice di ricevere in cambio dei soldi, sennò sono pur sempre felice di aver ottenuto qualcosa, in termini di valore di scambio, senza dover per questo spazzare per terra o gestire un sito web.

Queste tre soluzioni non risolvono tutto. Ci sono problemi più ampi e profondi nel milieu anarchico e nel contesto imborghesito, centralizzato e precario del capitalismo che ci circonda. Ma sarebbero di grande aiuto per ridare vita ad una decadente fiera del libro. Basta semplicemente conoscere bene i propri valori etici di fondo e togliere quell’infantile, soffocante paura del mercato.

L’agorà è sempre stata terreno fertile per gli anarchici. Il mercato è il luogo in cui si costruiscono alternative e si accende la lotta. Anche vendendo burritos e tamales accanto al tizio della IWW che in piedi sulla cassetta di verdure parla dell’ultimo sciopero. Abbiamo lasciato che le semplicistiche paure piccolo borghesi riguardo il “consumismo” spazzassero via lo spirito profondo, sottoproletario della vitalità.

Finché noi anarchici continuiamo a temere il mercato, resteremo sempre prigionieri delle nostre nevrotiche ipocrisie che nascondono dinamiche problematiche e rafforzano il potere delle istituzioni.

The Anatomy of Escape
Fighting Fascism
Markets Not Capitalism
Free Markets & Capitalism?
Organization Theory
Conscience of an Anarchist