“Libero Scambio”, “Libero Mercato” e Libertari di Destra

La versione esoterica e quella essoterica

Di Kevin Carson. Originale pubblicato il 28 gennaio 2019 con il titolo Right-Libertarian “Free Trade” and “Free Markets”: The Exoteric, and Esoteric Vision. Traduzione di Enrico Sanna.

Quinn Slobodian. “Perfect Capitalism, Imperfect Humans: Race, Migration and the Limits of Ludwig von Mises’s Globalism”1 Contemporary European History (2018), 0: 0, 1-13.

Questo articolo svolge un ruolo eccellente nello spacchettare lo statalismo implicito nel cosiddetto “laissez-faire” dei libertari di destra in materia di libertà di commercio e di mercato.

A mo’ di introduzione, diciamo che gran parte di ciò che viene chiamato “libertarismo” negli Stati Uniti e “liberalismo” altrove considera la Gilded Age un buon equivalente del “libero mercato”. Vedi come, ad esempio, Jacob Hornberger caratterizza l’epoca come molto prossimo al laissez-faire perché… bè, leggetelo voi:

E allora, Richard, ecco qui una società senza tassa sul reddito e senza uno stato sociale degno di nota. Si davano territori in concessione alle ferrovie, certo, ma non c’era un sistema pensionistico, niente assistenza medica per gli anziani o per i poveri e niente aiuti per lo studio. Io credo che l’unico programma sociale fosse il sistema pensionistico per i veterani della guerra civile. Quindi una società in cui lo stato non si prendeva cura di nessuno.

No, lo stato non si prendeva cura di nessuno… tranne i baroni ladroni che ebbero in concessione terreni per un totale che in estensione superava qualunque paese europeo. E la plutocrazia, che ereditò la suddivisione della proprietà, il sistema salariale e altre forme strutturali frutto di secoli di appropriazioni terriere, conquiste imperiali e schiavitù. La stessa America sedeva su un continente rubato alle sue popolazioni native, con enormi territori presi e assegnati a proprietari assenteisti di favore, i quali a loro volta andavano a riscuotere tributi da chi effettivamente utilizzava quelle terre. Andate a leggere quello che scrive Albert Nock in Our Enemy, the State, dove illustra le dimensioni delle concessioni e delle speculazioni terriere così diffuse tra i nostri “Padri Fondatori”. Fu formalmente abolita la schiavitù, certo, ma con le elezioni del 1876 gli industriali capitalisti cedettero oltre un terzo del paese agli ex schiavisti, e lasciarono che questi istituissero forme locali di apartheid così da ridurre la popolazione negra, teoricamente libera, allo stato di servaggio in cambio della libertà di razziare il resto del paese. Ovviamente, quegli ex schiavisti restarono proprietari di quelle enormi terre che di diritto avrebbero dovuto appartenere agli schiavi che le avevano lavorate per il profitto dei padroni. Insomma, tutta la ricchezza concentrata di quest’epoca di cosiddetto “laissez-faire” è il risultato di razzie e uccisioni su scala inimmaginabile, e l’accenno al “libero mercato” significa solo… “Basta con le razzie a cominciare da… ORA!” Parrington non definisce quest’epoca Il Grande Barbecue perché lo stato si asteneva dal prendersi cura della popolazione.

Ma l’intervento dello stato non è relegato al passato. Lo stato interveniva attivamente anche quando i lavoratori cercavano di riprendersi parte del maltolto. Il periodo che va dal Grande Tradimento del 1877 all’isteria di guerra e il terrore rosso dell’amministrazione Wilson fu una lunga guerra civile che compagnie ferroviarie, grandi banche, grandi grossisti e capitale in generale, alleati con lo stato, combatterono inesorabilmente per distruggere le cooperative e i movimenti di lavoratori e agricoltori. I baroni delle ferrovie si servirono di prezzi differenziati per spezzare la volontà degli agricoltori tradizionali e mandare in fallimento le cooperative. Dopo i fatti di Haymarket la guerra assunse dimensioni nazionali con la repressione dei movimenti socialisti e dei lavoratori, con Cleveland che usò le truppe federali per porre fine allo sciopero contro la Pullman, e con le infinite battaglie campali delle milizie di stato contro gli scioperanti dalle Copper Wars a Homestead nel west. L’ideologia totalitaria basata sulla purezza razziale, la lealtà, la vecchia gloria e la legione americana fu creata per socializzare i lavoratori americani facendo credere loro (chapeau, George Frederick Baer) che “I diritti e gli interessi dei lavoratori saranno assicurati e preservati… da quei cristiani a cui Dio nella sua infinita saggezza ha affidato gli interessi del bene del Paese.”

Insomma, l’anima della Gilded Age è enormemente statalista; vive, opera ed esiste grazie ad una continua, pervasiva, sistemica violenza al cui centro troviamo lo stato. È strettamente connessa alle vecchie istituzioni che nei secoli precedenti hanno reso l’uomo schiavo del capitale. Ma per Hornberger si tratta di una corretta approssimazione al “laissez-faire” perché lo stato non faceva nulla per aiutare i poveri, e allo stesso tempo proteggeva le classi possidenti aiutandole ad accumulare ricchezze rubate. E Richard Ebeling ha la faccia tosta di scrivere in replica un commento alludendo al Bastiat di “Ciò che si vede e ciò che non si vede”, il che significa che l’ironia è ufficialmente morta. E io ho commentato:

L’anarchico individualista Benjamin Tucker disse una volta di Herbert Spencer che “tra gli innumerevoli esempi… del male delle leggi cita sempre qualche legge approvata, a dire del potere, per proteggere i lavoratori, alleviare le sofferenze o promuovere l’assistenza sociale…” Neanche una parola sulle priorità attribuite alla ridistribuzione dal basso, dai poveri ai ricchi, ottenuta tramite interventi strutturali che limitavano il potere contrattuale dei lavoratori e gonfiavano il rientro economico monopolistico sulla proprietà accumulata, una ridistribuzione che quasi sommerge quelle forme di ridistribuzione compensatorie dall’alto verso il basso attuate con lo stato sociale. Assenti sono anche i riferimenti alla miriade di modi in cui si manifestava l’alleanza tra stato e capitale (non il solito “capitalismo clientelare” o “corporativismo”) fin dalla loro nascita cinque o sei secoli fa.

Torniamo a Slobodian. I precedenti a cui si appellano i libertari di destra sostenitori del “libero scambio” sono ugualmente significativi in materia di eredità di passate ruberie e violenze, e di tutte quelle forme che rappresentavano una costrizione implicita e che sono necessarie per tenere in piedi il loro sistema “non costrittivo”. Lo vediamo soprattutto in Ludwig von Mises quando elogia le politiche commerciali dell’impero britannico dopo il trionfo del Partito Liberale e l’abrogazione delle Corn Laws.

A differenza di molti loro seguaci odierni, Mises e Hayek non erano anarco-capitalisti, anzi riconoscevano almeno indirettamente il ruolo dello stato nel preservare il sistema a loro caro. Slobodian dice che il termine “neoliberale” oggi indica in vario modo il modello economico globale creato dalle istituzioni di Bretton Woods, dall’ordine postbellico creato da Roosevelt e Truman, e dall’attuale Washington Consensus a partire da Reagan e la Thatcher. Il termine fu coniato nel 1938 da colloquio Walter Lippmann, una sorta di prova generale in vista della Mont Pélerin Society fondata nove anni dopo. Pur essendo “neoliberalismo” un termine controverso, tanto che forse fu fonte di discussioni tra i protagonisti del colloquio, è certo che il colloquio Lippmann e la Pélerin Society furono le fonti principali da cui scaturirono le correnti politiche postbelliche oggi definite neoliberali (in Italia anche neoliberiste, ndt). Che concordassero sul termine “neoliberale” o meno, consideravano il loro programma un “rinnovamento del liberalismo” in risposta al fallimento percepito dell’originario ordine liberale ottocentesco, fallimento che ebbe come tappe l’azione disintegratrice della prima guerra mondiale, i dazi e il corporativismo nazionale adottato in reazione alla Grande Depressione e al modello autarchico sovietico, il fascismo europeo e la Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale. Da qui la necessità di un nuovo ordine internazionale capace di evitare il fallimento anche del rinato liberalismo.

Come spiega Slobodian, quest’ordine liberale non fu spontaneo. Mises e tutti gli altri credevano nella necessità di “uno stato forte con un ruolo attivo a difesa delle condizioni di base della competizione, in modo da contrastare le richieste distruttive di elettori, sindacati e interessi particolari.” Mises e Hayek più di ogni altro romanticizzarono l’impero austroungarico, in cui vedevano un modello in miniatura di quel genere di politica internazionale necessaria a rafforzare l’ordine liberale. Mises, che considerava il nazionalismo un nemico del liberalismo economico, “immaginava una forma gestionale multinazionale capace di preservare il mondo di quello che chiamava ‘capitalismo perfetto’ garantendo allo stesso tempo la completa mobilità globale di lavoratori, capitali e materie prime.”

Ma la posizione di Mises riguardo quelle che sono comunemente chiamate “frontiere aperte” era ambigua. Pur considerando l’impero asburgico un ordine “transnazionale” in miniatura che garantiva la libertà di movimento di capitali, beni e persone a prescindere dai confini, col tempo limitò il suo concetto di mobilità perfetta dei lavoratori a regioni, come l’Europa, che fossero razzialmente omogenee (secondo lui) e in grado di mantenere un tale ordine. Riguardo la “natura umana imperfetta” prevalente fuori dall’Europa era pessimista. A questo proposito, Slobodian cita una frase presa dal libro di Mises Omnipotent Government, del 1944: “Come possiamo pensare che gli indù, gli adoratori delle mucche, siano in grado di afferrare le teorie di Ricardo e Bentham?”

Ad ogni modo, Mises credeva nel diritto intrinseco dello stato di imporre il capitalismo sulla società con la forza. Ironicamente, in Socialismo scrive, in termini che potrebbero essere marxiani, che l’accumulazione è una “legge sociale fondamentale” del capitalismo “che ha il fine di dirigere quante più persone possibile verso la divisione personale del lavoro, e l’intero globo verso una divisione del lavoro geografica.” E per non generare equivoci con l’espressione “legge sociale fondamentale” che secondo le idee trionfali di Mises comportava l’espansione dei mercati tramite il libero scambio, in Nation, State, and Economy, del 1918, dice a chiare lettere che le guerre coloniali e i genocidi commessi dalle forze europee erano giustificati dai benefici ottenuti con il sistema “liberale” prodotto. E se da un lato ammette che “fa rabbrividire e fa rabbia pensare alle terrificanti uccisioni di massa alle origini di tanti insediamenti coloniali oggi floridi”, dall’altro li giustifica dicendo che “si può solo immaginare cosa sarebbe accaduto se India e Cina e il loro hinterland fossero rimasti fuori dal commercio mondiale. Non solo ogni cinese e indù, ma anche ogni europeo e americano starebbero molto peggio.”

Mises considerava quello britannico di gran lunga il migliore impero coloniale europeo, quello che meglio di ogni altro aprì il mondo al “libero scambio” e lo mantenne così con la forza. L’impero soffocò la volontà dei dominati di determinarsi e governarsi da sé, imponendo un ordine transnazionale cosmopolitico molto simile a quello austroungarico.

Come spiega Oliver MacDonough in “The Anti-Imperialism of Free Trade”, il “libero scambio” dell’impero britannico non era del tipo auspicato da Cobden e Bright, ma molto più simile a quello di Palmerston e della successiva “politica della porta aperta” (detta così da William Appleman Williams) degli Stati Uniti. Confidava sulla diplomazia delle cannoniere per l’apertura dei mercati esteri e per la riscossione dei debiti. E a Mises tutto ciò andava benissimo. E chi pensa che un vero libero scambio corrisponda alle politiche praticate dall’impero britannico o dall’America neoliberale, o a quelle auspicate da Mises, è o ingenuo o falso.

Nella prima metà dell’ottocento gli industriali britannici adottarono il “libero scambio” perché potevano permetterselo. Avevano già sottomesso, con la forza delle armi, aree di mercato di milioni di chilometri quadrati in cui vivevano decine di milioni di esseri umani. E questa politica imperiale non si limitava, come dice eufemisticamente Mises, alla “apertura dei mercati”. Comprendeva anche il soffocamento violento dell’industria tessile indiana, a quei tempi la più grande al mondo. Comprendeva l’insediamento permanente di Warren Hastings in Bengala, che sostanzialmente ripeteva la politica di appropriazione dei campi aperti in Inghilterra e derubava i contadini dei loro legittimi diritti di proprietà comune della terra. Il regime di “libero scambio” imperiale celebrato da Mises pensava che fosse coerente ripetere ogni volta le stesse ruberie; come quando, ad esempio, derubò i contadini delle migliori terre coltivabili dell’Africa Orientale dopo la spartizione del continente avvenuta con la Conferenza di Berlino e dopo avervi insediato le piantagioni inglesi. Era un programma di “libero scambio” che prevedeva non solo l’abolizione massiccia dei diritti di proprietà e l’imposizione con la forza di altri diritti, ma anche una distruzione dell’industria esistente che avrebbe fatto invidia a Ned Ludd.

Gli industriali capitalisti britannici abrogarono le Corn Laws e adottarono il “libero scambio” per la stessa ragione per cui il capitale globale nell’attuale epoca neoliberale spinge per l’eliminazione delle barriere daziarie: perché non servono più i fini del capitale in un’epoca in cui le aziende sono transnazionali e gran parte dei beni consumati dall’occidente sono prodotti altrove in regime di appalto da industrie indipendenti. Il cosiddetto “libero scambio” sul modello del Washington Consensus è tanto statalista e protezionista quanto lo era la Smoot-Hawley. Oggi al centro degli “accordi di libero scambio” c’è l’imposizione della proprietà intellettuale in senso ampio, che per le aziende transnazionali ha lo stesso effetto che avevano i dazi per le aziende nazionali. E però ogni settimana Reason e cenci simili dei libertari di destra pubblicano pezzi boriosi che celebrano le glorie del “libero scambio” e denunciano l’arretratezza economica di quei politici che si oppongono a questo o quel protezionistico “accordo di libero scambio”.

Dopo la seconda guerra mondiale, secondo Slobodian, Mises vedeva nel nazionalismo e nella democrazia di massa la coppia di mariuoli che distruggeva l’ordine transnazionale, e auspicava la separazione della politica o dello stato dalla nazione come unico modo per evitare la distruzione del nuovo ordine liberale. L’idea prevedeva uno stato cosmopolita che trascendesse le nazionalità delle popolazioni componenti per imporre un ordine economico liberale; i corpi legislativi visibili avrebbero avuto un potere perlopiù simbolico e limitato, mentre le istituzioni per il governo dell’economia sarebbero state perlopiù nascoste. Il concetto di nazionalità si sarebbe ridotto all’istruzione, all’assistenza e alle istituzioni culturali, oltre a manifestazioni simboliche come i francobolli e le bandiere. I popoli linguisticamente omogenei avrebbero dovuto essere sganciati dal territorio tramite la mobilità, frantumati come era avvenuto alle popolazioni tedesche, magiare e slave dell’impero asburgico.

A volte in tutto ciò vedeva un modello da seguire, l’alternativa alla Lega delle Nazioni con la sua organizzazione incentrata sugli stati nazionali componenti, valida tanto per un’Europa unita quanto per un ordine liberale globale, a seconda del grado di ottimismo del momento. Altre volte era pessimistico, pensava che il mondo, al contrario dell’Europa e dell’occidente, non avrebbe mai posseduto i prerequisiti culturali atti a sostenere un ordine liberale transnazionale. Pensava in particolare che Europa, Nord America e Australia avrebbero dovuto chiudere le frontiere ai non bianchi. La questione non la risolse mai pienamente.

Il suo ideale di ordine politico sovrannazionale ricorda per molti versi l’imposizione di programmi di austerità attuati in questi anni da istituzioni multilaterali come l’Unione Europea, la Banca Mondiale e il FMI.

Nonostante l’atteggiamento dei suoi attuali sedicenti seguaci libertari, Mises non era contrario agli interventi in sé di entità soprannazionali. Quando, nel 1932, l’Austria fu costretta ad accettare un prestito della Lega delle Nazioni a condizioni punitive, lui sottolineò il potenziale pedagogico del fatto: ‘le severe condizioni imposte dal prestito possono spingere la popolazione a capire che è stata la politica economica degli ultimi anni ad averci portato ad una situazione per cui non resta altro da fare che accettare quel genere di costrizioni imposte dal creditore.’ In questo caso la Lega rappresentava il meccanismo di un’inflessibile razionalità economica calpestata dalle politiche della rossa Vienna socialista. Sotto il peso delle condizioni imposte dalla Lega, quelle ‘misure restrittive di cui l’economia ha bisogno da tempo, e che sono sempre state rinviate o sabotate, [devono] essere messe in pratica al più presto possibile.’ Per Mises, un buon sostituto della Lega avrebbe dovuto fare da guanto di ferro per la mano invisibile del mercato.

Senz’altro avrebbe approvato pienamente Kissinger quando diceva di voler “spremere l’economia cilena fino a farla piangere”, o Nixon quando esortava a “non lasciar scappare neanche un fottuto negro.”

Se Mises era solitamente relativamente diffidente verso la violenza insita nel sistema, Sorin Cucerai, teorico del Ludwig von Mises Institute rumeno, è molto più sincero e entusiasta riguardo i prerequisiti costrittivi, iniziali e successivi, di quello che i libertari di destra considerano un ordine sociale spontaneo. A differenza di tanti noti libertari della scuola austriaca, che cercano di conciliare maldestramente i prerequisiti storici del capitalismo con la loro fede nell’etica deontologica e il “principio di non aggressione”, Cucerai (“The Fear of Capitalism and One of Its Sources,” Idei in Dialog, maggio 2009, tradotto in inglese da John Medaille) neanche finge di credere nella spontaneità della genesi capitalista. Al contrario, esalta il fatto che gli stati dell’occidente capitalista, fin dagli inizi della modernità, abbiano dichiarato guerra alla natura umana, privando la gente comune del diritto di possedere un pezzo di terra e costringendola con la forza a fare ciò che non avrebbero fatto altrimenti, il tutto per edificare una società in cui i lavoratori sono separati dalla proprietà dei mezzi di produzione, con tutta l’esistenza umana tenuta a forza dentro il nesso di cassa.

Un uomo per vivere ha bisogno di cibo e riparo. Chi possiede una fonte di cibo e un luogo in cui vivere è autonomo, è autosufficiente, non dipende dagli altri per sopravvivere. E se non dipende dagli altri, non è neanche obbligato a intrattenere relazioni commerciali con loro…

In breve, la condizione fondamentale alla base dell’esistenza dell’ordine capitalista è l’assenza dell’autonomia individuale, ovvero l’individuo deve dipendere da qualcun altro per il cibo…

Nello stato moderno, il cittadino è costretto a pagare le tasse in denaro…, non con ciò che produce con il lavoro. Anche se possiede una fonte di cibo, non può mantenere la sua proprietà a meno che non abbia relazioni commerciali in un mercato monetarizzato al fine di ottenere il denaro necessario a pagare tariffe e tasse…

È di fondamentale importanza capire che l’ordine capitalista non è un ordine spontaneo. Le persone non vanno di loro spontanea volontà a cercare il modo di procurarsi denaro. Ma la loro natura li spinge a procurarsi una fonte di cibo e un riparo. In altre parole, lasciato a se stesso l’individuo cerca di rendersi autonomo, e “autonomo” nel senso più vero del termine…

Il capitalismo è possibile solo quando questo processo spontaneo viene interrotto da un sistema che fa sì che nessuno possa accedere al cibo e ad un riparo se non utilizzando un reddito monetario che faccia da intermediario.

Parlando dei prerequisiti storici e delle istituzioni atte al mantenimento del capitalismo, Cucerai dichiara, apertamente e con orgoglio, quelle verità risapute e solitamente riconosciute apertamente solo dagli storici estremisti, mentre i “libertari” tossiscono e torcono le dita imbarazzati al solo sentirne parlare. Solo il Marx dei Grundrisse o del capitolo sull’accumulazione primitiva del primo volume del Capitale, o J. L. e Barbara Hammond spiegano chiaramente come il capitalismo e il sistema salariale richiedano la separazione forzata delle classi produttive dai mezzi di sussistenza. Il principio secondo cui le società dominate dal nesso di cassa sono nate, non spontaneamente per via di uno smithiano “casuale bisogno reciproco”, ma tramite l’imposizione statale, è qualcosa che si trova tanto in Cucerai quanto in Debt di David Graeber. Solo che a differenza dei libertari di destra, che vedono in ciò un fatto imbarazzante da negare o minimizzare, Cucerai lo acclama con lo stesso fervore con cui certi teologi accolgono il peccato di Adamo come culpa felix. I popoli, prima in Europa e poi altrove, sono stati costretti alla felicità! Nei confronti della tradizionale storiografia libertaria, Cucerai offre lo stesso “servizio” offerto da Rudy Giuliani a Donald Trump quando disse: “Certo che il capitalismo ha fatto tutte queste terribili, terribili cose; ed è meraviglioso!”

Nell’intervista citata prima, Richard Ebeling rimprovera la sinistra per essersi scordata “Ciò che non si vede”, ma se c’è qualcuno che merita il rimprovero sono proprio gli “anarco-capitalisti” e i “volontaristi” che, facendo distinzione tra interazioni “costrittive” e “spontanee”, si comportano come il cane che guarda il dito invece dell’oggetto puntato. I criteri con cui riconoscono un’azione come “costrittiva” o “forzata” non vanno oltre il momento immediato in cui si verifica l’interazione, ignorano completamente le condizioni di fondo e il passato. Sulle reti sociali, una qualunque critica di Elon Musk o Jeff Bezos viene immediatamente travolta da un’ondata di repliche di libertari di destra che, indignati, rispondono che i loro “guadagni” a dodici cifre vengono dalla vendita di cose che la gente sceglie liberamente di comprare, e che i loro dipendenti non sono sfruttati perché hanno scelto “spontaneamente” di lavorare per loro, e che se non gli va “che si cerchino un altro lavoro”. Non li sfiora neanche l’idea che esistano condizioni di fondo che limitano le possibilità di lavoratori e consumatori a tutto beneficio del capitale, condizioni che lo stato più di ogni altro crea e impone, soprattutto a beneficio degli interessi economici capitalistici che dominano le sue istituzioni.

A costo di apparire (Leo) straussiani, diciamo che tra i libertari di destra esistono due dottrine: essoterica e esoterica. La prima, contenuta in polemiche destinate alla massa, considera l’ordine “liberale” o di “libero scambio” come qualcosa che emerge naturalmente dall’interazione spontanea, e riconosce nello stato unicamente la possibilità di scegliere se “permettere” l’egemonia del nesso di cassa e l’ineguaglianza naturale o se “intervenire” per impedirle. È questo il livello di conoscenza dei libertari di destra marmittoni, quelli che ti dicono “vai e studiati l’economia” mentre sono loro stessi che in storia e economia non vanno oltre gli editoriali di Walter Williams, i discorsi di Charlie Kirk e i commenti di Mises.org. Guardano un sistema che da secoli calpesta gli esseri umani, la cui logica di fondo è la violenza, e vedono solo “interazioni spontanee”. Mises conosceva la verità, e qualche volta l’ammetteva. Dobbiamo ringraziare Quinn Slobodian per aver riportato alla luce questo insegnamento esoterico, questa roba forte non adatta agli animi sensibili.


Addenda:

1 Una piccolezza: parlare in termini di “globalismi” forse non è la cosa più adatta. Ricorda i Rothschild, le creature di Jekyll Island e oscure ipotesi su Agenda21 dell’Onu.

The Anatomy of Escape
Free Markets & Capitalism?
Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist