Center for a Stateless Society
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TTIP non Significa “Libero Mercato”

[Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 24 novembre 2016 con il titolo Lamenting the “End” of What Never Began. Traduzione di Enrico Sanna.]

Nick Gillespie, redattore di Reason, ha intervistato Dan Griswold di Mercatus Center (“Donald Trump and the End of Free Trade,” 21 novembre) sulla possibilità che Trump rinunci alla sua politica commerciale, soprattutto contro il TTIP. Che si tratti di economia o altro, le opinioni di Trump sono un’idiozia; ma non perché il TTIP significa “libero mercato”. A sentire Glillespie e Griswold, si capisce perlomeno perché la destra libertaria ha un concetto idiota di “libero commercio”.

È lo stesso Gillespie a citare l’opinione di molti libertari, che considerano accordi come NAFTA, CAFTA e TTIP non “libero mercato” ma “mercato manipolato”. Secondo Griswold, “è ingiusto” liquidare questi accordi come “mercato manipolato” perché in realtà “riducono le barriere commerciali”. L’ideale, secondo lui, sarebbe che gli Stati Uniti rinunciassero unilateralmente a tutte le sue barriere commerciali. Ma siccome il mondo è caotico, farlo è politicamente difficile. Per quanto imperfetti, questi accordi commerciali multilaterali hanno il beneficio di abbattere le nostre barriere e far sì che anche gli altri abbattano le loro, così “il mercato è più libero” per tutti.

Come nella maggior parte dei casi, la destra libertaria difende questi finti “accordi di libero mercato” e ignora il fatto che escono dai principi del vero libero mercato. Per Gillespie e Griswold, “barriere commerciali” significa dazi e “libero mercato” significa niente dazi. Semplice. Griswold contesta chi critica il NAFTA: “Come si può migliorare un accordo con zero dazi per entrambe le parti?” Il TTIP, aggiunge poi, è l’occasione persa di “abbattere le barriere commerciali”; avrebbe “eliminato 18.000 dazi.”.

Ma accordi come GATT e TTIP, lungi dal ridurre le barriere commerciali al netto, le aumentano. Non servono a ridurre i dazi, ma ad imporre una barriera di altro genere: la cosiddetta “proprietà intellettuale”. A questo servono le clausole sul copyright, i dazi e i marchi commerciali di questi accordi, che sono scritti e imposti dalle industrie. E la “proprietà intellettuale” è una barriera commerciale.

Togli “dazi” e metti “brevetti e marchi” e le parole di Griswold diventano un’accusa contro accordi protezionistici come GATT e TTIP.

Il libero commercio, dice Griswold, “comincia con la libertà dell’individuo… di spendere i soldi sudati come vuole, e comprare ciò che più lo attira…” in termini di prezzo, tra le altre cose. E i dazi, dice, sono “tasse imposte ai consumatori che scelgono prodotti provenienti dall’estero; riducono la concorrenza e generano oligopoli nazionali…”

Ma è la “proprietà intellettuale” a violare la “libertà dell’individuo”. Riduce la concorrenza e la libertà di scelta dei consumatori, e promuove gli oligopoli proprio come i dazi.

Gillespie tira fuori l’argomento populista secondo cui i dazi e altre restrizioni alle importazioni permisero all’industria automobilistica di aumentare i salari, così che tutti beneficiarono del fatto che gli acquirenti pagavano di più per le automobili. Griswold risponde citando la bassa qualità delle auto fabbricate in America quando la concorrenza estera era limitata.

L’ironia è che il ragionamento sui dazi, che Gillespie e Griswold tirano fuori per poi scartarlo immediatamente, è esattamente lo stesso ragionamento usato da chi difende la cosiddetta “proprietà intellettuale”: Costringendo tutti ad acquistare musica, libri e film a prezzo comprensivo di copyright, o costringendoli ad acquistare prodotti ad un prezzo enormemente gonfiato dai brevetti e dai marchi commerciali, le industrie produttrici guadagnano di più, e garantiscono posti di lavoro e salari più alti per chi ci lavora.

Questo significa che stiamo comprando merce elettronica il cui prezzo è costituito soprattutto dalle rendite provenienti dalla “proprietà intellettuale” più che dalla manodopera e dai materiali, come le sneaker che costano diverse volte il costo di produzione per via del marchio. E ci sono prodotti la cui obsolescenza è programmata, costringono il consumatore ad acquistare accessori cari o di bassa qualità perché la “proprietà intellettuale” impedisce alla concorrenza di offrire le stesse cose a prezzi e qualità migliori.

In realtà, i dazi non sono neanche tra le maggiori preoccupazioni delle industrie che scrivono questi accordi di “libero [sic] mercato”. Il loro obiettivo principale è l’innalzamento di barriere protezionistiche sotto forma di brevetti, marchi e copyright. Accordi come GATT e TTIP non sono altro che l’equivalente della Smoot-Hawley in termini di “proprietà intellettuale”.

Gli interessi economici dominanti hanno abbandonato i dazi a favore di accordi di “libero mercato” che impongono la barriera della “proprietà intellettuale”, perché la “proprietà intellettuale” ha preso il posto dei dazi come principale strumento protezionistico da cui dipendono i loro profitti. Le vecchie industrie nazionali sono diventate globali e perlopiù non producono più beni fisici, perciò traggono profitto controllando la catena distributiva e imponendo il monopolio legale alla vendita di prodotti la cui produzione è delegata ad altri. Per le aziende globalizzate, brevetti, copyright e marchi hanno la stessa funzione protezionistica che avevano i dazi per le aziende nazionali un secolo fa: forniscono loro il monopolio della vendita di particolari beni in determinati mercati. La differenza è che operano entro i confini delle aziende globalizzate e non degli stati nazionali.

I “libertari” che usano le parole di Ricardo e Cobden per difendere il potere delle grandi aziende, che sono poco più che componenti del potere dello stato, non fanno altro che giustificare lo stato corporativo.

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