Center for a Stateless Society
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Deprogrammiamo il Culto dell’Unità Nazionale

[Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 17 settembre 2016 con il titolo Time to Deprogram From the Cult of National Unity. Traduzione di Enrico Sanna.]

La gente non ama che si bestemmino le sue divinità, e la reazione furiosa al rifiuto di Colin Kaepernick di stare in piedi durante l’inno nazionale ha rivelato la natura completamente religiosa del patriottismo americano.

Tomi Lahren, le cui opinioni in materia razziale sono più o meno quelle che ti aspetti da un “opinionista conservatore” su TheBlaze di Glenn Beck, è offeso da quando l’atteggiamento di Kaepernick è finito in prima pagina. Mentre si diffonde la protesta di chi si siede, s’inginocchia o alza il pugno durante l’inno nazionale, sui social Kate Upton si è unita alla campagna di Lahren per fare del football un luogo sicuro per patrioti ipersensibili. Com’era intuibile, la protesta ha raggiunto il massimo l’undici settembre. Alla decisione di alcuni giocatori dei Dolphins di inginocchiarsi durante l’inno, la Upton ha replicato sgridandoli: “Dovreste essere orgogliosi di essere americani. Soprattutto l’undici settembre, quando dovremmo sostenerci a vicenda.” Ma il commento più pacchiano, che va dritto al cuore del culto dell’unità nazionale, è quello di Lahren: “Noi non siamo bianchi & neri, noi siamo rossi, bianchi & blu.” “Siamo americani e dipendiamo l’uno dall’altro.”

Howard Zinn ha abilmente smontato questa idea secondo cui la nostra identità comune di americani è in qualche modo più importante delle differenze razziali o di classe:

“[I nostri attuali leader] ci bombardano con espressioni come ‘interesse nazionale’, ‘sicurezza nazionale’, e ‘difesa nazionale’, come se tutti questi concetti si potessero applicare ugualmente a tutti noi, bianchi o neri, ricchi o poveri, come se gli interessi della General Motors e della Halliburton coincidessero con i nostri, come se George Bush avesse gli stessi interessi del giovane o della giovane che manda in guerra.

“Certo, tra tutte le bugie dette alla popolazione, questa è la più grande. Tra tutti i segreti celati alla popolazione americana, il segreto più grande è che in questo paese ci sono classi con interessi diversi. Ignorare ciò, non sapere che la storia del nostro paese è una storia di schiavisti contro schiavi, possidenti contro fittavoli, aziende contro lavoratori, ricchi contro poveri, significa essere disarmati di fronte alle più piccole bugie che ci dicono quelli al potere.”

Il culto dell’unità nazionale è vecchio, e se esiste ancora c’è una ragione. Si accorda con molti altri miti patriottici americani rafforzandoli. Tra questi il mito dell’“Eccezionalismo Americano”: dire che l’America è la “nazione indispensabile”, unica, che promuove “pace e libertà” in tutto il mondo, e pertanto ha il diritto di avere un apparato militare più grande del resto del mondo messo assieme, e in virtù del suo ruolo benefico può definire unilateralmente “minaccia” o “aggressore” chiunque osi sfidare i diktat americani.

Un altro mito associato al culto dell’unità nazionale è l’American Dream. Si nota da come la maggioranza degli americani pensano di essere “classe media”. Spinge gli americani a credere che la ricchezza sia semplicemente una questione di lavoro duro e ingegno, a identificarsi con il “53%” di “contribuenti” e di “chi produce opposto a chi consuma” contro chi fa lotta di classe come Occupy. Sperando di azzeccare il colpo un giorno o l’altro.

Ma solitamente compare anche connesso al culto dei militari come guardiani delle “nostre libertà”, come illustrato dai commenti Instagram della Upton a proposito dell’undici settembre. L’inno, dice, “significa onore ai tanti uomini e donne coraggiosi che sacrificano e hanno sacrificato le loro vite ogni singolo giorno per proteggere le nostre libertà.”

Anche se la pura verità è che la stragrande maggioranza delle guerre americane sono state combattute per assicurare l’accesso dei capitalisti a nuovi territori, alle risorse naturali e ai mercati mondiali, così che i ricchi possano accumulare gran parte delle loro ricchezze estraendo rendita da tutti noi con l’aiuto dello stato.

L’America è “eccezionale” tra i paesi occidentali sviluppati perché la schiavitù ha avuto un ruolo nella sua economia, e perché è il più grande paese colonizzatore, creato da colonizzatori europei che scacciarono e sterminarono le popolazioni indigene a livello continentale. Forse anche per queste ragioni, sono eccezionali le dimensioni del suo sistema carcerario e la cultura che glorifica polizia e soldati. È “eccezionale” solo finché il mito della “Città Scintillante Sopra un Monte” e di una “Società Senza Classi” viene inculcato nella popolazione. Questi miti oscurano la realtà criminale del ruolo americano nel mondo; la realtà americana è nascosta dietro la facciata idealistica ufficiale.

Grazie a questo insieme di ideologie semiufficiali, l’America ha guadagnato lo status unico di poliziotto globale del potere di classe. Unica è anche nel celare l’esistenza stessa del conflitto di classe agli occhi di una parte significativa della sua popolazione.

Fortunatamente, come evidenziato dall’ascesa di Occupy e Black Lives Matter, e dal movimento di protesta ispirato da Kaepernick, l’incantesimo del culto patriottico sta sfumando. In fin dei conti, il potere dipende dal consenso. E il consenso dipende dall’inganno e dall’ignoranza. Quando la gente riuscirà a vedere l’inganno dietro queste ideologie legittimanti, allora il sistema sarà condannato.

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