Center for a Stateless Society
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Violenza ed Eufemismi
The following article is translated into Italian from the English original, written by Nathan Goodman.

Odio quei sostenitori della violenza che si spacciano per avvocati della nonviolenza. Ad esempio, quei liberal che condannano una protesta violenta ma poi invocano leggi che autorizzano un poliziotto armato ad arrestare una persona per possesso di un’arma da fuoco. O quel presidente che usa le bombe a grappolo contro i civili ma poi condanna la violenza di chi protesta e degli altri governi.

La semplice verità è che molti non considerano violenza quella sostenuta da loro. Anche se comporta un atto violento, raramente la nostra società parla dell’incarcerazione come di una violenza. E lo stesso vale per l’arresto, che se fatto da un privato sarebbe un rapimento. Nella maggior parte delle discussioni, la violenza viene nascosta con eufemismi che hanno il compito di ammorbidirne la dura e brutale realtà.

La questione, semplicemente, è che molte persone sostengono l’uso della violenza in determinati casi. Il problema è che non sta bene dire che sei a favore della violenza, soprattutto negli ambienti liberal, ed è per questo che si ricorre agli eufemismi. Ho scoperto che in quei rari casi in cui si fa notare il fatto, molte persone implicitamente (o in alcuni casi esplicitamente) dicono: “Non è violenza perché è giustificata”. Come se la violenza cessasse di essere violenza quando alla sua base c’è una buona ragione. Il problema, quando fai della nonviolenza una parte della tua identità, è che neghi la natura della violenza che tu ritieni giusta, invece di riconoscere che ci sono casi in cui la violenza può essere giustificata e accettare l’onere della prova richiesto per giustificare la violenza che tu ritieni giusta.

Questo è uno dei rari casi in cui conservatori e marxisti-leninisti appaiono più coerenti di molti liberal. Conservatori e marxisti-leninisti, invece di cercare argomenti liquidatori, tendono ad ammettere la loro violenza in maniera diretta e sfrontata. Molti conservatori difendono apertamente, e addirittura elogiano, la tortura, la guerra, la brutalità della polizia, e il comportamento violento e offensivo. Molti marxisti-leninisti scherzano sulla gloria dei gulag, i plotoni di esecuzione, e la guerra rivoluzionaria. Sono opinioni che mi ripugnano, ma almeno la violenza è davanti a tutti, non è nascosta. Nascondendo la violenza dietro eufemismi, invece, se ne impedisce la discussione franca, si alleggerisce implicitamente l’onere della prova celando i costi, sostenendo che qualunque costo non è mai troppo alto rispetto ai benefici.

Detto questo, ci sono pericoli fin troppo reali quando si affronta il tema della violenza glorificandola piuttosto che nascondendola dietro gli eufemismi. Ad un certo punto si smette di considerare la violenza un male, si tende a nasconderne la vera natura perché in quel momento fa comodo. È allora che si comincia a glorificare la violenza, perdendo tutta quella cautela che si dovrebbe avere nel valutarne la giustezza. È improbabile che questo avvenga in una società aperta al dibattito, perché c’è sempre qualcuno che fa notare quanto è orribile, o quantomeno opinabile, la violenza. È però più probabile che accada se ci si chiude in una bolla, o in quello che Julian Sanchez chiama un “recinto epistemico”, dove è molto più facile trovare sostenitori. Parla con persone che sostengono apertamente la violenza, disumanizza le vittime e la violenza cessa di essere un male necessario per diventare qualcosa di glorioso. La guerra allora non è più il tragico prezzo della libertà, ma l’estremo atto eroico. La tortura non è più un male inevitabile per fermare il terrorismo, ma semplicemente quello che meritano i musulmani che tu hai condannato come barbari. I gulag e i plotoni d’esecuzione non sono solo una spiacevole ma necessaria difesa dalla controrivoluzione, ma la gloriosa ed esaltante giustizia contro i porci capitalisti.

Data la sua natura distruttiva, penso che dobbiamo essere molto cauti quando cerchiamo di giustificare la violenza. Io vedo la violenza come qualcosa di eticamente limitato dalla teoria liberale classica dei diritti individuali. Sostengo soprattutto il principio di non aggressione, secondo il quale la violenza è giustificata solo come forma di difesa da un’aggressione contro la persona e le cose. Ma anche quando questo principio non preclude un atto violento, penso che dobbiamo sempre essere molto cauti nello stabilire se la violenza è desiderabile o meno. Ci sono azioni aggressive che possono essere risolte in maniera non violenta, ad esempio dialogando, facendo leva sulla reputazione, ricorrendo all’ostracismo, le sanzioni graduali, o una giustizia basata sul concetto di indennizzo.

Forse le mie teorie sono sbagliate. Chiunque sostenga la necessità dello stato dovrebbe disapprovare le mie teorie, che a loro volta disapprovano l’esistenza dello stato. Ci sono anarchici che non approvano le mie teorie, visto che prevedono l’uso della violenza per difendere il diritto di proprietà ma escludono certe forme di violenza rivoluzionaria. Ma per capire se sono sbagliate dobbiamo giudicarle onestamente. Dobbiamo riconoscere la violenza ammessa dal mio pensiero come violenza, e cercare di capire se è giustificata. Distorcere il linguaggio per nascondere la violenza non aiuta a capire. Se tu sei favorevole alle prigioni, la polizia, il controllo delle armi, o anche se sei come me e semplicemente sei favorevole all’autodifesa, allora sei favorevole alla violenza. Riconoscilo e sostieni le tue ragioni con onestà.

Traduzione di Enrico Sanna.

Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist