Kevin Carson. Originale: Review of Pirate Enlightenment, by David Graeber. Traduzione di Enrico Sanna.
Recensione di: David Graeber. L’utopia pirata di Libertalia, 2021.
“Questo libro parla di regni pirati veri e immaginari.” Così attacca Graeber quello che probabilmente è l’ultimo libro col suo nome. “Un libro che parla di tempi e luoghi in cui distinguere tra realtà e immaginazione è molto difficile.”
Del regno pirata di Libertalia si parla per la prima volta nel 1724 in A General History of the Pyrates, di “Captain Johnson” (pseudonimo di Daniel Defoe, ipotizza Graeber). Libertalia, sulla costa del Madagascar, era “una repubblica egalitaria in cui non esisteva la schiavitù e tutto era proprietà comune e amministrato democraticamente. Libertalia nacque per iniziativa di un capitano pirata francese ritiratosi a vita privata di nome Misson, e fu filosoficamente influenzata da uno spretato italiano.” Opinione condivisa è che tutto ciò sia stato inventato da questo “Johnson”.
Ma, come spiega Graeber, sulla costa malgascia esistevano insediamenti pirati, che possiamo definire veri e propri
esperimenti sociali radicali. Luoghi in cui i pirati facevano esperimenti con la proprietà e le forme di governo. E così facevano anche le donne malgasce delle comunità vicine che si univano in matrimonio con loro, molte delle quali vivevano negli insediamenti dei pirati, si imbarcavano con loro, sigillavano patti di fratellanza e passavano ore a discutere di politica.
Che fossero vere o inventate, queste utopie pirata ebbero una forte eco nella cultura popolare delle comunità atlantiche.
Le utopie pirata, che si tratti di fenomeni culturali o reali, assumono un significato particolare se contrapposte al regime autoritario che a quei tempi era la norma del mondo navale legalmente riconosciuto. “La moderna disciplina di fabbrica,” scrive Graeber, “nasce nelle navi e nelle piantagioni.” Le utopie piratesche rappresentavano un mondo simbolico che attirava non solo gli uomini di mare del diciassettesimo secolo, ma anche, in seguito, i proletari delle fabbriche di Manchester e Birmingham.
Data la difficoltà di distinguere tra realtà e leggenda nella storia piratesca, Graeber pensa che sia importante cominciare da ciò che è reale.
Sappiamo che nel Seicento moltissimi pirati, caraibici e no, si insediarono lungo la costa nordest del Madagascar, dove i loro discendenti malgasci (“i Zana-Malata”) si riconoscono ancora oggi come gruppo a parte. Sappiamo che il loro arrivo innescò una serie di sollevamenti sociali che portarono alla nascita, agli inizi del Settecento, di un’entità politica chiamata Confederazione Betsimisaraka. Sappiamo anche che i popoli che vivono nel territorio un tempo governato da questa confederazione, una striscia di terra di settecento chilometri lungo la costa, si definiscono ancora oggi Betsimisaraka e sono considerati tra i più ostinatamente egalitari del Madagascar. Sappiamo poi che il fondatore di questa confederazione si faceva chiamare Ratsimilaho, del quale si narra che fosse figlio di un pirata inglese di un insediamento chiamato Ambonavola…, descritto nei resoconti inglesi del tempo come una sorta di esperimento utopico, il tentativo di applicare i principi organizzativi democratici tipici delle navi pirata ad una comunità insediatasi sulla terraferma. Sappiamo infine che Ratsimilaho fu eletto Re di Betsimisaraka in quella stessa città.
Oltre a ciò, poche sono le notizie, vaghe o certe. Secondo Graeber, la “regalità” di Ratsimilaho era perlopiù una finzione deliberata ad uso degli osservatori stranieri, un po’ come lo scherzo fatto a Margaret Mead dalle giovani samoane. Non esistono resti archeologici di strutture o di schemi insediativi che facciano pensare ad uno stato territoriale, tantomeno un regno. Apparentemente, semmai, furono le assemblee popolari a crescere d’importanza mentre le aristocrazie di guerra finirono per scomparire.
Graeber sottolinea il contributo offerto all’esperimento dalle popolazioni indigene malgasce:
Sotto la copertura dei pirati e con la guida di un re pirata meticcio, capiclan e ambiziosi giovani condottieri svilupparono quello che a mio parere potrebbe essere considerato un esperimento politico protoilluminista, una sintesi creativa tra il governo piratesco e alcuni tra gli elementi più egalitari della cultura politica tradizionale malgascia. Quello che spesso viene liquidato come tentativo fallito di instaurare un regno può altrettanto facilmente essere spiegato come un esperimento riuscito di illuminismo pirata a guida malgascia.
Questi “esperimenti consapevoli di democrazia radicale” erano, secondo Graeber, “i primi passi di una politica illuminista, un’esplorazione delle idee e dei principi poi sviluppati da filosofi politici e messi in pratica dai regimi rivoluzionari del secolo seguente.”
Uno dei temi principali del libro è l’effetto che queste utopie pirata ebbero sul pensiero politico del tempo. Si tratta di un tema già sviluppato altrove da Graeber: il fatto che correnti di pensiero politico occidentale, come quelle libertarie e democratiche, presunto prodotto dell’atmosfera raffinata esclusiva dei vertici della civiltà del tempo, fossero in realtà il prodotto del pensiero di persone comuni, in particolare di gruppi che vivevano ai margini della società, come i pirati o come le popolazioni delle colonie. In Progetto democrazia Graeber fa notare come la democrazia, lungi dall’essere una scoperta dell’Atene del quinto secolo a.C. o della Filadelfia del 1870, è stata il modo in cui persone ordinarie storicamente gestivano le proprie cose. Ne L’alba di tutto Graeber sostiene che il pensiero politico illuminista sia frutto dell’influenza dei nativi americani. L’utopia pirata di Libertalia, che rientra nel corpus letterario rappresentato principalmente dall’opera di James C. Scott, parla di persone che scelgono di vivere senza lo stato, in zone irraggiungibili dalla mano dello stato e dalla sua autorità.
La parte centrale del libro fa prima un resoconto delle origini degli insediamenti pirati in Madagascar, e poi espone uno studio etnologico delle società pirata e malgascia, per cui Graeber si basa soprattutto su documenti del tempo, come i resoconti del “Capitano Johnson”. Tolte le poche “navi corsare ribelli”, gran parte delle navi pirata nascevano da ammutinamenti. Nel Sei-Settecento, gli equipaggi che si rivoltavano contro la brutale disciplina navale avevano poche scelte oltre la pirateria: se capitavano in un paese con trattati di estradizione con il loro paese li attendeva la pena di morte. Doppiato il Capo di Buona Speranza, i pirati inglesi cominciarono ad esplorare l’Oceano Indiano, e finirono per essere attratti dal Madagascar perché non era rivendicato né dalla Compagnia Britannica dell’Africa Orientale né dalla Compagnia Britannica delle Indie Orientali. La costa nordest, inoltre, era fuori dal dominio dei principali regni dell’isola. Per questo dopo il 1691 diventò…
una famigerata base pirata, con fortificazioni, bacino di carenaggio e emporio, con una cittadina la cui popolazione oscillava… tra poche decine e oltre un migliaio di corsari non più in attività, fuggiaschi e evasi di ogni genere accompagnati da mogli, compari, mercanti e tirapiedi malgasci.
La città arrivò a qualche migliaio di abitanti, a cui si aggiunse “una serie di piccoli insediamenti pirata lungo la costa”.
In Madagascar i pirati potevano scambiare parte del loro bottino, difficile o impossibile da riciclare in Occidente, con beni di sussistenza o di lusso. Mercantili provenienti da luoghi come New York rifornivano il mercato pirata “non solo di birra, vino, superalcolici, polvere pirica e armi, ma anche di beni essenziali come indumenti di lana, specchi, vasellame, martelli, libri e aghi per cucire.”
I paesi europei furono meno fortunati dei pirati nell’istituire insediamenti ufficiali in Madagascar, non tanto per il loro razzismo ma soprattutto perché mercanti di schiavi. Per i pirati, al contrario, le navi negriere erano la principale fonte di vascelli e equipaggi.
Nella cultura tradizionale Malagasy la donna era subordinata all’uomo, fungeva da “pegno” o “dono” con cui gli uomini consolidavano le relazioni sociali con altri uomini. Per contro, la donna che sposava un colono pirata sceglieva liberamente. Il suo obiettivo era la libertà d’azione, acquisire la condizione sociale del marito straniero elevandosi così ad un livello superiore a quello tradizionale della società Malagasy. Per questo i pirati che instauravano rapporti con le popolazioni indigene erano attratti soprattutto dalla cultura femminile piuttosto che dalla cultura guerriera maschile. Fu soprattutto la parte femminile della società Malagasy a fondersi con le culture piratesche.
Nella terza e ultima parte del libro, Graeber parla della nascita della Confederazione Betsimisaraka, che per qualche tempo andò oltre le dimensioni fisiche degli insediamenti pirata. A differenza degli insediamenti, la confederazione fu opera dei Malagasy, un tentativo, pare, di rimodellare i tradizionali clan guerrieri lungo le linee della democrazia pirata, “una sorta di risposta maschile all’affermazione di sé delle donne che si univano ai pirati”.
L’Illuminismo, dice Graeber in conclusione, fu un prodotto del sistema mondo europeo nella sua totalità. Per quanto “giunto a maturazione in città come Parigi, Edimburgo, Königsberg e Filadelfia”, le sue origini vanno cercate nei contatti e negli scambi culturali tra il cuore imperiale e le popolazioni della periferia coloniale, negli “scambi di idee e negli esperimenti sociali diffusi in tutto il mondo”.
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