Di Chad Nelson. Originale. The Political Class’s War on Immigrants is a Diversion, del 30 gennaio 2015. Traduzione italiana di Enrico Sanna.
Al dibattito sulla nomina a ministro della giustizia di Loretta Lynch, il 28 gennaio scorso, i repubblicani erano ansiosi di chiederle fino a che punto avrebbe spinto la sua politica amica di quella categoria di persone che il governo definisce “immigrati clandestini”. In un confronto di idee, Jeff Sessions, repubblicano, severo in materia di immigrazione, chiedeva chi, secondo la Lynch, ha il diritto di lavorare in America. In particolare, chi ne ha “più diritto”: un immigrato in regola, un cittadino o qualcuno entrato illegalmente nel paese? La Lynch ha saggiamente ignorato le tre ipotesi e ha risposto che vorrebbe che tra i lavoratori americani ci fosse anche chi non ha documenti.
Il modo di porre la domanda di Sessions, e le risposte implicitamente suggerite, dicono molto sul modo di pensare distorto della classe politica. Secondo il pensiero antiimmigrazione bipartitico, il Congresso avrebbe, come nota Sheldon Richman, “il diritto di concedere il permesso di lavorare”. Cosa che purtroppo è diventata legge comune. Oggi, chi ha diritto ad un posto di lavoro lo decidono perlopiù i burocrati di Washington e gli interessi particolari che si giocano così il diritto di vendere i loro servizi in monopolio. Tu pensi di essere libero di svolgere un lavoro che hai scelto, in realtà gli innumerevoli requisiti imposti dallo stato limitano drasticamente quella tua scelta. E se sei abbastanza fortunato da superare tutti gli ostacoli, la possibilità di mantenere l’attività è spesso impedita dalla palude normativa.
I politici confidano in questo enorme potere per tenere al giogo i loro soggetti. Il diritto di dare un lavoro, con tutti gli annessi e connessi che accompagnano il potere di offrire un privilegio, permette alla classe politica di arricchirsi nel modo più efficiente possibile. Quando il lavoro, che si tratti di immigrati irregolari o afroamericani, diventa lavoro in nero, i politici perdono la capacità di intercettarlo e estorcere tributo. Non rispettare quell’intrico fatto di tasse e norme amministrative e professionali, per non dire del sistema di licenze che imbriglia intere professioni, può significare la fame. Si tratta di una struttura falsamente fatta passare per protezione di produttori e consumatori.
I burocrati non temono l’immigrazione clandestina. Temono l’impossibilità di sfruttare il lavoro degli immigrati irregolari. Sessions e gli altri come lui al Congresso nascondono le loro paure dietro la retorica del “noi contro loro”, in un’astuta messinscena al servizio di importanti fini politici. Con questo trucchetto i politici vogliono far credere di essere preoccupati non per la perdita del loro guadagno personale, ma per il “vostro” posto di lavoro, la “vostra” sanità, la “vostra” pensione. A chi è in norma (e paga le tasse) dicono che sta svolgendo un compito patriottico. Non bisogna odiare la scrematura dei loro stipendi, al contrario c’è da esserne fieri perché così si contribuisce al benessere generale. Il nemico è chi lavora senza permesso, chi distrugge il nobile impiego di chi è in norma. “Voi” siete i buoni e “loro” i cattivi. Gli immigrati senza documenti, politicamente impotenti, sono un facile bersaglio di Washington, servono a nascondere la finta isteria dei politici dietro una maschera umanitaria come neanche la peggiore agenzia pubblicitaria potrebbe fare.
Questa isteria, è bene dirlo, è rivolta a: 1) i disoccupati e i precari americani e 2) i pensionati. Il “noi contro loro” si rafforza quando ti dicono che se non si ferma l’immigrazione puoi perdere qualcosa. Chi ha un buon lavoro sicuro ed è relativamente indipendente dallo stato ha poche ragioni per preoccuparsi per qualcosa che riguarda il lavoro e i meccanismi retributivi altrui. Sono i vecchi, molti dei quali immigrati o discendenti di immigrati, che generalmente sono poco tolleranti verso la nuova ondata migratoria dal sud. Questa alterizzazione fa facile presa sui vecchi, i quali difficilmente conoscono gli immigrati e finiscono per credere che la loro presenza porta alla disintegrazione della cultura americana.
È lo stato, vera fonte di insicurezza e rovina culturale, a derubare i lavoratori e le persone oneste. Sondare le ragioni dietro l’interesse dei politici per l’immigrazione, svelarne i veri motivi, e allo stesso tempo riconoscere l’umanità dei nostri presunti nemici, è un primo grande passo verso la vera libertà.
Le nostre traduzioni sono finanziate interamente da donazioni. Se vi piace quello che scriviamo, siete invitati a contribuire. Trovate le istruzioni su come fare nella pagina Sostieni C4SS: https://c4ss.org/sostieni-c4ss.






