Una Sanità Open-source

Kevin Carson. Originale: Open-Source Healthcare, del 24 gennaio 2013. Traduzione di Enrico Sanna.

Questo articolo è stato pubblicato su P2P Foundation il 31 marzo 2009.

L’industria della sanità è un esempio da manuale di quella che Ivan Illich, nel suo libro La convivialità, definisce “monopolio radicale”. Nella maggior parte dei casi, la funzione principale delle norme statali sulla “sicurezza” e la “tutela del consumatore” è o di escludere dal mercato chi può offrire un bene o un servizio migliore, oppure di circoscrivere l’ambito della concorrenza tra operatori, o ancora di imporre un costo minimo obbligatorio. L’effetto, come nota Paul Goodman in People or Personnel, è un rincaro dei costi del 300-400% che alimenta la dipendenza dai servizi istituzionali burocratizzati e cari. Imponendo servizi altamente professionalizzati e tecnologicizzati, lo stato impedisce a tante persone di tradurre le proprie capacità e conoscenze in valore d’uso. Si erige una barriera tra impegno e consumo, così che è più difficile soddisfare le proprie necessità con la propria azione diretta o ricorrendo a scambi fuori dal sistema salariale. Il risultato è che “una vita in dignitosa povertà diventa impossibile”.

Per insegnare, ad esempio, occorre un certo titolo di studio. Spiega Illich in Descolarizzare la società che la prima cosa che viene insegnata agli studenti è confondere processo e sostanza, vedere in quasi tutti i beni di consumo qualcosa che dev’essere fornito da istituzioni professionalizzate. A praticare l’auto-apprendimento e molto altro sono solo persone pericolosamente irresponsabili. Negli anni Venti e Trenta, i corsi di economia domestica crearono le basi di una società di consumatori di massa, insegnavano agli studenti che fare il pane o le conserve in casa o farsi un vestito (e quasi tutto ciò che si può fare in casa) con le proprie mani era desueto e fortemente sospetto.

In ambito edilizio, se ancora negli anni Quaranta si autocostruiva un terzo circa delle case, col tempo la pratica è stata resa sostanzialmente illegale da norme edilizie scritte dalle società di costruttori e i loro lobbisti. Questo nonostante il fatto che le tecnologie per chi vuole costruire da sé (costruzioni modulari, terra cruda e altro) siano diventate più accessibili rispetto a sessant’anni fa.

Nella sanità, è l’ingerenza dello stato che costringe a servirsi di trattamenti più costosi. I brevetti, ad esempio, spingono la ricerca scientifica a ad apportare leggere modifiche ai medicinali esistenti così da poterli reclamizzare come “nuovi” e giustificare un nuovo brevetto (le cosiddette medicine “anch’io”). Molta ricerca medica viene fatta in prestigiose facoltà di medicina, cliniche e ospedali di ricerca i cui dirigenti sono anche a capo di aziende farmaceutiche. I medici di famiglia apprendono dei nuovi farmaci dai rappresentanti di Pfizer e Merck che vanno saltuariamente a far loro visita.

Il cartello preposto alle autorizzazioni vieta una delle armi più potenti contro i monopoli: i prodotti sostitutivi. I libertari di destra usano spesso il concetto di “cibo assicurato” per spiegare l’effetto dei pagamenti di terze parti: se esistesse un’assicurazione sugli alimentari, con deducibili bassi e premi uguali per tutti, la gente comprerebbe molto più filetto e molti meno hamburger. Il problema qui è che il sistema di autorizzazioni criminalizza l’hamburger e permette solo la vendita del filetto. La gente è divisa in tanti scaglioni di reddito, ma lo stato impone servizi accessibili ad un solo scaglione a prescindere dalla capacità di pagare.

Molto di quello che fa un medico non richiede una certa preparazione. Purtroppo, anche per procedure semplici occorre pagare qualcuno che abbia la preparazione di un medico. Le lobby mediche, dentistiche e altre fanno pressioni affinché ad infermieri e igienisti dentali sia vietato per legge praticare i servizi più basilari senza la “supervisione” di un superiore.

In un sistema sanitario open-source, chiunque potrebbe frequentare una scuola professionale e ottenere l’equivalente di un diploma di “medico scalzo” cinese. Potrebbe ricomporre fratture, curare traumi semplici, diagnosticare le malattie infettive più evidenti. Potrebbe praticare l’auscultazione, fare una coltura dello sputo e forse anche una radiografia toracica, o somministrare l’azitromicina per una polmonite. Tutte cose che oggi non si possono avere senza pagare un medico con laurea e specializzazione.

Una volta che il governo ha reso certi trattamenti proficui per il sistema dei brevetti e i cartelli aziendali, tutta la pratica tende a gravitare attorno al denaro. Le nuove medicine “anch’io” spiazzano le vecchie che sono quasi, se non del tutto, altrettanto buone, e i costi dell’assistenza salgono molto più del necessario. Quanto ai professionisti, chiedono che diagnosi e trattamenti siano fatti da personale laureato anche quando basterebbe molto meno.

Il risultato è un monopolio radicale. Si eliminano le alternative grazie allo stato, e i trattamenti meno cari (e spesso più appropriati) diventano artificialmente scarsi.

Sono convinto che si dovrebbe tornare alle associazioni di mutua assistenza un tempo organizzate dai lavoratori per se stessi, prima che l’azione congiunta di stato e assicurazioni le distruggesse. Un piccolo tentativo è Ithaca Health Fund, creato dalle stesse persone che hanno dato vita a Ithaca Hours.

Ma non è sufficiente. Il problema è che queste organizzazioni si occupano solo dell’aspetto finanziario, mentre il servizio vero e proprio è dominio della vecchia cultura istituzionale. Una vera soluzione comporterebbe una gestione cooperativa anche dell’assistenza sanitaria.

Immaginiamo ad esempio un ospedale di zona a gestione cooperativa. Tra il personale potrebbero esserci infermieri professionali sul modello del “medico scalzo” citato più su. Questi potrebbero medicare da sé gran parte dei traumi e le più comuni malattie infettive, mentre per i casi più seri ci sarebbe un medico professionista a disposizione di diverse cliniche (come nei vecchi “ambulatori associati” spazzati via dalle associazioni professionali agli inizi del Novecento). Si userebbero farmaci generici, perlomeno quando la qualità è la stessa dei farmaci “anch’io”, magari con la possibilità di adoperarne di più costosi se il paziente lo chiede ed è disposto a pagare la differenza. L’assistenza si concentrerebbe molto più sulla prevenzione, la nutrizione e così via, più conveniente per i soci che non possono pagare i costi elevati di una visita da un professionista. Sarebbe un servizio molto simile a quello immaginato da Andrew Weil, per dire. Chi paga la quota base potrebbe, tra le altre cose, dover firmare un atto con cui rinuncia a controlli molto costosi necessari per ragioni legali. Per i soci, il costo dei trattamenti in dollari reali potrebbe tornare ai livelli bassi di qualche decennio fa. Certo, chi ha soldi preferirà un programma con tutti gli orpelli e l’assistenza completa. Ma per i quaranta milioni di persone attualmente senza assicurazione sarebbe un affare.

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