Il Libero Mercato del Lavoro e Altre Fole Capitaliste

Di Kevin Carson. Originale pubblicato l’undici febbraio 2020 con il titolo The Free Labor Market and Other Capitalist Just-So Stories. Traduzione di Enrico Sanna.

Alcuni anni fa coniai l’espressione “libertarismo volgare” per indicare quella forma particolare, singolarmente odiosa, di analisi fatta dai libertari di destra. Sul mio blog ormai perlopiù inattivo pubblicai una serie di articoli (“Vulgar Libertarianism Watch”) in cui applicavo il concetto ad una massa enorme di questo pattume articolistico. Ad un certo punto, visto che non c’era più nulla, ho lasciato perdere. Ma poi sono incappato nella madre di tutti i libertarismi volgari — “The Exploitation of Labor and Other Union Myths,” by Mark S. Pulliam (The INDEPENDENT REVIEW, Winter 2019/20) — e non ho resistito alla tentazione di slacciarmi la cinta e riprendere l’attività.

“Libertarismo volgare” parafrasava in parte il marxismo volgare della Seconda e Terza Internazionale che, da Engels e Kautsky in poi, trasformò il “materialismo storico” nella parodia di se stesso. Ma alludeva anche a quella che Marx chiamava “economia politica volgare” della generazione dopo Ricardo e Mill. Così Marx indicava quegli economisti che, dopo aver rinunciato a spiegare scientificamente le leggi dell’economia, diventarono i “pugili professionisti” degli interessi plutocratici. In origine, l’economia politica era una critica radicale del parassitismo dei proprietari terrieri e della rendita del capitalismo. Negli anni 1830, con il trionfo del capitalismo industriale in Gran Bretagna, l’attenzione si spostò dall’indagine scientifica, dalla sfida radicale al potere economico concentrato, ad un’apologia della situazione attuale.

Ecco una mia prima esposizione della cosa:

Questa scuola libertaria ha scritto sul proprio stemma le parole d’ordine reazionarie: “Tutto l’aiuto possibile a quei poveracci dei padroni.” Qualunque sia l’argomento, è facile indovinare chi sono i buoni e chi i cattivi; basta invertire lo slogan de La Fattoria degli Animali: “Due gambe buono, quattro zampe cattivo.” I buoni, le vittime sacrificali dello Stato Progressista, sono sempre i ricchi e potenti. I cattivi sono i consumatori e i lavoratori che si arricchiscono con soldi pubblici. A mo’ di esempio principale di questa tendenza, pensate a come Ayn Rand descrive le grandi aziende come una “minoranza oppressa”, e il complesso industriale-militare come “un mito, o peggio”.

Secondo loro, apparentemente, l’ideale di società di “libero mercato” non è altro che il capitalismo così com’è meno lo stato sociale e normativo: una versione ipertiroidea del capitalismo dei baroni ladri dell’Ottocento, forse; o, meglio, una “società riformata” da persone come Pinochet, il Dioniso a cui Milton Friedman e i Chicago Boys facevano da Aristotele.

I libertari volgari apologeti del capitalismo danno all’espressione “libero mercato” un significato ambiguo: sembrano incapaci di ricordare, da un momento all’altro, se stanno difendendo i principi del libero mercato o il capitalismo esistente. È così che arrivano a scrivere articoli chiusi, standardizzati, in cui sostengono che i ricchi non possono arricchirsi a spese dei poveri perché “non è così che il libero mercato funziona”, dando per scontato che questo che abbiamo sia libero mercato. Se costretti, ammettono a denti stretti che l’attuale sistema non è un libero mercato, e che lo stato interviene spesso a favore dei ricchi. Detto questo, però, tornano a difendere le ricchezze delle aziende sulla base dei “principi del libero mercato”.

In questi termini, l’articolo di Pulliam è libertarismo volgare al 99,9%: difende l’attuale sistema, apparentemente basato sui “principi di libero mercato” come se la nostra fosse quella società di libero mercato che non è mai esistita.

Questo è particolarmente vero se consideriamo le caratteristiche centrali del libertarismo: l’uso del linguaggio e delle teorie dell’economia di libero mercato per difendere l’attuale capitalismo reale. Pulliam non fa altro che dire, dall’inizio alla fine, che lo sfruttamento del lavoro nell’attuale sistema capitalista è impossibile, ma lo fa con tutta una serie di qualificativi e subordinate che indicano come in realtà pensi ad una società da manuale che non è mai esistita.

Dice: “come scrivono i progressisti accademici, la storia dei sindacati americani è finzione tanto quanto le favole di Esopo e dei fratelli Grimm.” Ma la storia del capitalismo e delle associazioni di lavoratori, così come viene descritta a sinistra, fa riferimento ad un mondo realmente esistito, ed è il “sistema di libero mercato” elogiato da Pulliam ad essere reale quanto il paese dei balocchi. Tutto il suo mondo è immaginario. Ad esempio:

L’autoproprietà porta a riconoscere l’istituzione della proprietà privata. In una società libera, una persona è padrona di ciò che produce o acquisisce tramite scambio consensuale. Entrando a far parte della società civile, in virtù di un fittizio (ma necessario) contratto sociale, la persona cede alcuni dei suoi diritti naturali in cambio della protezione della legge. Le nostre costituzioni statali e federale pongono i termini di tale “scambio”.

No, storicamente parlando il riconoscimento della proprietà privata è avvenuto con le enclosure (l’appropriazione delle proprietà comuni, es) e l’aiuto dello stato. L’idea di un diritto di proprietà privata che nasce dall’unione del proprio lavoro con una proprietà inutilizzata è una sciocchezza abissale inventata da Locke per giustificare la proprietà – acquisita col furto – degli aristocratici whig che lo pagavano per scrivere queste cose. In questo, lui e Pulliam sono molto simili.

E questo è solo l’inizio. Guardate tutte le subordinate poste qua e là quando spiega come, secondo lui, funziona la nostra società di “libero mercato”: “In una società basata sulla libertà individuale, uno stato minimo e la protezione della proprietà privata…” “in un libero mercato [i salari] sarebbero il frutto di uno scambio consensuale tra acquirente (il datore) e venditore (il dipendente) risultato di una competizione.” “In una società libera, una relazione di lavoro deve avvenire tra parti consensuali secondo termini accettati da entrambi, senza frodi o coercizioni.” “…in una società libera…” “In un mercato concorrenziale…” “Nel mondo del libero mercato…” “Ad ogni modo, esiste un’inerente disuguaglianza tra lavoratori e capitale? I classici modelli economici dicono di no.” (Lasciamo perdere il fatto che i classici modelli economici non descrivono nulla che non sia il prodotto della mente degli economisti). “Finché c’è concorrenza tra acquirenti e venditori, e assenza di costrizioni esterne…” “In assenza di potere di monopsonio (vedi qui, es)…” “L’unica cosa importante è che la concorrenza avvenga tra partecipanti non sottoposti a costrizioni.” E poi (ancora): “In una società libera…” Insomma, ogni volta che spiega come funzionano le cose deve metterci una subordinata con delle condizioni che non sono mai esistite nella società.

Tutte le frasi citate descrivono una società mitica che non è mai esistita fuori dalla propaganda legittimante del capitalismo. La concentrazione del potere in poche mani, la separazione del lavoro dalla proprietà dei mezzi di produzione e l’affermazione del sistema salariale non sono il risultato di una “originale accumulazione di capitale” frutto della frugalità. La concentrazione della proprietà terriera nelle mani di possidenti assenteisti non è il frutto di alcuni coloni che hanno unito il proprio lavoro alla terra. Il dominio della produzione e dello scambio delle merci, assieme al nesso di cassa, non è frutto della “propensione a barattare” o dello scambio monetario quale soluzione del “problema della mutua coincidenza dei voleri”. Noi non viviamo in una società di libero mercato originata da un “contratto sociale” per cui le persone si accordano su un governo dai poteri limitati a protezione della vita, la liberà e la proprietà.

Nessuna delle caratteristiche base dell’attuale sistema capitalista è nata come dicono le favole dei libertari di destra, così come i tuoi genitori non ti hanno trovato sotto un cavolo.

La stragrande maggioranza delle terre dell’Inghilterra medievale, fatta eccezione per quelle del re, della chiesa e della nobiltà, era proprietà comune sotto forma di campi aperti i cui diritti di possesso temporaneo venivano ridistribuiti periodicamente tra gli abitanti del villaggio, tranne una parte a pascolo comune e un’altra incolta. I contadini furono derubati, a forza, di questi diritti di possesso dei loro mezzi di sussistenza, prima con la graduale chiusura dei campi aperti avvenuta alla fine del Medio Evo, e poi tramite il parlamento che stabilì la chiusura di pascoli comuni, boschi e terre incolte a partire dal diciottesimo secolo, a vantaggio dei grossi possidenti terrieri locali. Fu così che nacque una classe lavoratrice senza proprietà che poi fu gettata nel mercato del lavoro salariato con l’unica possibilità di accettare un lavoro a qualunque termine.

Questo furto fu portato avanti nell’interesse degli agricoltori capitalisti che sostenevano, come spiega la letteratura politica del tempo, che, finché avesse avuto accesso indipendente ai mezzi di sussistenza, la popolazione rurale avrebbe rifiutato il lavoro salariato, oppure si sarebbe rifiutata di lavorare così tante ore e per una paga così bassa come quella offerta dalle classi possidenti.

Fu con l’ascesa del capitalismo agrario, le enclosure, l’affitto gravato del profitto e l’esproprio che fu creata la prima forza lavoro, pronta per essere poi usata dal capitalismo industriale.

E lo stato era più che disposto, fin dalle prime appropriazioni, a bastonare gli spossessati contadini per spingerli ad accettare una qualche forma di lavoro salariato. Queste pratiche risalgono alle leggi dei Tudor contro il vagabondaggio, che costringevano le “canaglie recalcitranti” ad accettare qualunque lavoro a qualunque termine gli fosse offerto, pena il taglio delle orecchie o peggio. E durante la Rivoluzione Industriale le Leggi sugli Insediamenti vietavano ai lavoratori di uscire dalla propria parrocchia per cercare un lavoro a condizioni migliori. Intanto le autorità parrocchiali, create dalla Legge sulla Povertà, radunavano disoccupati per mandarli da una parrocchia all’altra ed essere letteralmente acquistati all’asta da industriali di aree carenti di manodopera come Manchester. Tra l’ultimo decennio del settecento e i primi due dell’ottocento, inoltre, la classe lavoratrice fu soggetta non solo alle Combination Acts (che vietavano le associazioni di lavoratori, es) ma anche a tutta una serie di leggi poliziesche che proibivano società di mutuo soccorso e assembramenti di qualunque genere – tutto imposto amministrativamente senza giusto processo – con la scusa della “sicurezza nazionale” durante le Guerre Napoleoniche.

La situazione è stata riassunta accuratamente da J.L. e Barbara Hammond: La società inglese fu “smontata… e poi rifatta, come un dittatore rifà uno stato libero”, a tutto beneficio dei capitalisti.

Contrariamente al mito propagandato da Mises e altri, l’accumulazione capitalista non fu il prodotto delle privazioni di piccoli proprietari che vivevano nella frugalità e lavoravano duramente da buoni protestanti. Questi sobri, frugali capitalisti, laddove esistevano, rappresentavano la facciata dei soci nascosti dell’oligarchia terriera o delle aziende mercantili che fornivano gran parte del capitale da investire.

Dunque quella relazione “di libero mercato” tra datore e lavoratore che negoziano il salario tra pari, “senza frode o coercizioni”, eccetera eccetera eccetera, come diceva Ayn Rand, la mamma di Mises, era in realtà un negoziato tra i derubati e i ladri, o gli eredi, o gli assegnatari di roba rubata. E grazie alla protezione garantita dalla stato del “diritto di proprietà” dei ladri sul bottino, oltre a tutte le forme di rendita parassitaria e sostegno pubblico ancora esistenti, le strutture che garantiscono la disuguaglianza riprodottesi fino ai giorni nostri.

Quasi tutto ciò che Pulliam e altri libertari di destra, nella loro immaginaria società di libero mercato “naturale”, danno per scontato, come se fosse il risultato di un ordine spontaneo emergente, è anch’esso il risultato di un’imposizione dall’alto da parte delle forze preponderanti dello stato in collusione con le classi possidenti. Che uno ci creda o meno, la “proprietà privata” assoluta della terra non risale alla preistoria. La proprietà della terra, nel periodo che va dalla rivoluzione del neolitico all’ascesa dello stato, si basava quasi ovunque sul modello dei campi aperti proprietà comune del villaggio. Questo modello fu eliminato con la forza: in Inghilterra con i sistemi citati, in Bengala da Warren Hastings, in Russia dal doppio colpo di Stolypin e Stalin, nell’Africa Orientale britannica con il disboscamento, e così via fino alla nausea, all’infinito, senza fine, amen. E come spiega David Graeber in Debt, anche l’organizzazione della società attorno allo scambio di merci e la moneta metallica furono imposizioni – anch’esse violente – dello stato agli inizi dell’epoca moderna.

In breve, tutto il quadro dipinto da Pulliam, per cui il sistema capitalista nasce dalla “libera società” basata su un contratto sociale su cui fonda un governo dai poteri limitati a protezione della proprietà e dei contratti, in cui i lavoratori contrattano il salario con i datori sulla base della loro produttività sul mercato libero, in cui nessuna frode o coercizione ha reso possibile la divisione del lavoro, assieme a tutte le altre invenzioni dei capitalisti, tutto questo, in sostanza, non è che un mucchio di letame fumante. Il nostro è un sistema imposto dall’alto e mantenuto immobile fino ad oggi tramite l’uso massiccio della forza a livello mondiale e per alcuni secoli. Il capitalismo, quello storicamente esistente, non è opera della “mano invisibile”, ma del pugno di ferro.

Ma gli errori fattuali della critica di Pulliam non si limitano all’offuscamento delle vere origini del capitalismo e del sistema salariale. Riguardo i sindacati, ad esempio, ripete tutti i soliti luoghi comuni dei libertari di destra:

Un sindacato opera essenzialmente come un cartello, fissa il prezzo del lavoro dei suoi associati con la collusione interna invece di ricorrere alla concorrenza sul mercato, così come i paesi membri dell’Opec impongono a forza l’aumento del prezzo del petrolio invece di lasciare che sia il mercato a stabilirlo. L’accordo interno sul prezzo del lavoro è chiamato “contrattazione collettiva”.

Come l’Opec, il sindacato minaccia di negare la fornitura se chi compra non acconsente a pagare il prezzo “fissato”. Questo negare la fornitura si chiama “sciopero”. A differenza dell’Opec, però, il sindacato cerca di impedire ad altri venditori (non soci del cartello), anche con la minaccia della forza, di vendere ad un prezzo più basso. Questa pratica è chiamata “picchettaggio”. Gli scioperanti non solo negano collettivamente i loro servizi (il che è consensuale), ma cercano anche di impedire (con la forza o la costrizione) che altri rompano il picchettaggio. I sindacati chiamano questi altrilavoratori “crumiri”, ma si tratta semplicemente di venditori disposti ad accettare un salario inferiore – effetto della concorrenza e dello scambio consensuale –, cosa del tutto legittima in una società libera…

Inoltre i sindacati, a differenza dell’Opec, dipendono dalla forza costrittiva dello stato. Le leggi federali obbligano i datori a “riconoscere” un sindacato una volta che questo è stato “scelto” da una maggioranza dei lavoratori; obbligano i datori a negoziare unicamente col sindacato prima di prendere delle decisioni riguardanti i dipendenti; vietano ai datori di licenziare i dipendenti che svolgono attività sindacale; e vietano ai datori di sostituire il personale in sciopero in date circostanze.

Come tutti quelli che parlano così, Pulliam non conosce affatto la vera storia delle lotte dei lavoratori. Uno dei simpatici “miti” moderni che secondo Pulliam occorrere rivedere è questo: “Lo schema di contrattazione collettiva previsto dalla Wagner Act è impeccabile”; da questo si capisce che il suo obiettivo principale sono i liberal, non la sinistra o i socialisti.

A leggere quello che scrive, non sapresti mai che il tradizionale sciopero di massa e l’esclusione dei crumiri in origine non era né l’unica né la principale arma nelle mani dei lavoratori. A criticare l’efficacia degli scioperi tradizionali troviamo nientemeno che il sindacato degli Industrial Workers of the World. Invece di dare l’opportunità ai capi di chiuderti fuori e ingaggiare i crumiri, è molto più efficace manifestare sul posto di lavoro rallentando l’attività, con lo sciopero bianco, andando in malattia a macchia di leopardo, oppure spiegando ai clienti come il datore di lavoro risparmia sulla qualità del prodotto.

A leggere Pulliam, non si viene a sapere che la Wagner Act non serviva solo a vietare ai datori di fare certe cose. Cosa molto più importante, vietava ai lavoratori di fare molte altre cose: tutte quelle forme di azione diretta citate più su e molto altro. E questo era il suo obiettivo principale.

L’obiettivo centrale della Wagner Act era: addomesticare le organizzazioni dei lavoratori, demandando alle burocrazie sindacali, con il loro inquadramento, il compito di far rispettare i contratti di lavoro evitando l’azione diretta e gli scioperi selvaggi. Vietava soprattutto le pratiche più efficaci, perché più distruttive per i datori di lavoro, limitando l’attività dei sindacati agli scioperi convenzionali.

Quando fu approvata la Wagner, la principale componente aziendale della coalizione del New Deal era composta da industrie pesanti orientate all’esportazione e ad alta intensità di capitale. Data la necessità di pianificare per il lungo termine e di predire i risultati, la produzione industriale di massa di allora soffriva particolarmente le interruzioni; e il periodo precedente la Wagner fu particolarmente ricco di interruzioni della produzione. Allo stesso tempo, data la forte intensità di capitale e la prevalenza sui mercati industriali di prezzi imposti, le aziende potevano concedere grossi aumenti salariali senza tanti sacrifici.

Nelle sue linee essenziali, il regime introdotto dalla Wagner era praticamente identico alla situazione esistente con i sindacati aziendali dell’American Plan sviluppato secondo il modello di stato sociale capitalista degli anni venti. Con l’American Plan – tra i cui proponenti di spicco c’era Gerard Swope della General Electric, figura centrale anche della politica industriale di F.D. Roosevelt – ai lavoratori venivano garantiti periodici aumenti di stipendio legati alla produttività, riconoscimento dell’anzianità e diritto di rivendicazione. In cambio i dirigenti ottennero il riconoscimento del diritto di dirigere e ai capi sindacali fu demandato il compito di far rispettare i contratti e tenere in riga i lavoratori sul lavoro.

La reazione istintiva di Pulliam e di altri libertari simili vuole chiaramente, oltre al resto, denunciare come violazione dei diritti dei datori tutte quelle forme di azione diretta citate prima. Ma fermiamoci un attimo a riflettere sulle implicazioni di una relazione di lavoro con contratto incompleto. Questo è quello che dicono Samuel Bowles and Herbert Gintis:

Si stabilisce una relazione di lavoro quando, in cambio di un salario, il lavoratore B acconsente a sottomettersi all’autorità del datore A per uno specifico lasso di tempo in cambio del salario W. Mentre la promessa del datore di dare un salario è legalmente imponibile, la promessa del lavoratore di concedere un livello adeguato di sforzo e accuratezza, anche se promesso, non si può imporre. Il lavoro è per il lavoratore soggettivamente oneroso da fornire, prezioso per il datore e costoso da misurare. Il rapporto datore-lavoratore, dunque, rappresenta uno scambio controverso.

L’espressione “sforzo adeguato” non significa nulla tranne come viene interpretata nella pratica sulla base del relativo potere contrattuale del lavoratore e del datore. È praticamente impossibile specificare in un contratto a priori il livello di sforzo e la rendita di un lavoratore salariato, così come è impossibile per un datore di lavoro monitorare la rendita a posteriori. Ecco perché il luogo di lavoro rappresenta un campo controverso, e il lavoratore, così come il datore, è pienamente nei suoi diritti quando cerca di massimizzare i propri interessi entro i margini ampi di un contratto incompleto. Quanto sforzo è da considerarsi “normale” si vede solo nel contesto sociale all’interno di un luogo di lavoro, considerati gli equilibri di potere in un dato momento. E questo comprende eventuali rallentamenti, atteggiamenti “prudenziali” e altro simile.

Lo sforzo “normale” a cui ha diritto un datore, quando acquista forza lavoro, è una questione di convenzioni. Cosa significhi livello equo di sforzo è una questione culturale del tutto soggettiva che può essere determinata solo in virtù della reale forza contrattuale di lavoratori e datori in un particolare luogo di lavoro. Il sistema è molto simile all’interpretazione contestualizzata e localizzata (come la “ragionevole aspettativa” in particolari mercati) di norme riguardanti contratti impliciti, frodi e altro, in assenza di regole stabilite dallo stato. Se i libertari amano pensare che una “paga equa” è un concetto interpretabile, a discrezione del datore e limitato a ciò che questi può dare, dovrebbero ricordare che anche un “lavoro equo” è ugualmente interpretabile.

Immagino che Pulliam e quelli che pensano come lui risponderebbero che il lavoratore è moralmente obbligato a lavorare al massimo e ad obbedire agli ordini a prescindere dall’applicabilità di ciò. Ma la cosa non merita attenzione. L’idea di lavorare sempre al massimo è ridicola: significherebbe farsi male e sarebbe insostenibile sul lungo termine. Se poi ci mettiamo gli aggettivi “ragionevole” o “sostenibile” torniamo alla succitata questione della fattibilità. Quanto all’obbedienza incondizionata, è meglio che lascino perdere visto che è la tattica, molto efficace, su cui si basa lo sciopero bianco. In pratica, la produttività sul posto di lavoro dipende da quanto il lavoratore considera gli obblighi contrattuali un male da aggirare al fine di tenere in piedi l’attività nonostante le direttive.

A parte ciò, la minaccia anche solo di uno sciopero convenzionale ha valore se non si escludono i crumiri con la forza. Ci sono rendite naturali tacite che derivano da tre cose: la forza lavoro acquisisce una certa conoscenza del processo produttivo, la produttività dipende dal “capitale sociale” incorporato nelle relazioni costruite col tempo, e rimpiazzare la forza lavoro comporta dei costi. Quest’ultimo ha dei costi particolarmente alti perché le gerarchie di potere favoriscono l’accumulo di conoscenze specifiche nelle mani dei lavoratori, conoscenze che restano fuori dalla portata dei dirigenti. Ricostruire queste conoscenze, manuali e di altro tipo, nonché il rapporto sociale, è un compito duro che richiede anni. Mises pensava che la contabilità a partita doppia trasformasse l’“imprenditore” in un pianificatore onnisciente, un’idiozia contro cui vale leggere Oliver Williamson e altri Neo-Istituzionalisti.

Se qualcuno ha dubbi sull’efficacia di queste conoscenze tacite, su quanto il profitto dipende dall’accaparramento di tali conoscenze nonché dell’intelletto collettivo dei lavoratori, basta che vada a rileggere ciò che ho scritto sull’efficacia dello sciopero bianco, con cui il lavoratore esegue alla lettera le stupidità del management.

Altre parti delle leggi federali sul lavoro, come il divieto dello sciopero di solidarietà o di boicottaggio e il potere presidenziale di imporre “periodi di riflessione” secondo la Taft-Hartley, mirano ugualmente a tarpare le ali delle organizzazioni dei lavoratori e a privarli del potere che avrebbero anche senza l’imposizione della contrattazione collettiva della Wagner. I grandi scioperi regionali precedenti la Wagner richiedevano la coordinazione a monte e a valle delle catene di fornitura e distribuzione, per cui i lavoratori dei trasporti svolgevano un ruolo chiave nel trasformare lo sciopero di una singola industria in uno sciopero generale. L’effetto cumulativo di una concatenazione di scioperi anche solo parziali presso fabbriche, fornitori, grossisti, magazzini, dettaglianti, e poi gli scaricatori che rifiutavano di scaricare merci trasportate da crumiri per portarle dai fornitori alle fabbriche o dalle fabbriche ai rivenditori, tutto ciò, aggiunto al boicottaggio dei consumatori sull’onda degli scioperi, poteva avere effetti devastanti.

Il regime imposto dalla Wagner Act e tutte le altre leggi federali era in realtà un patto col diavolo che obbligava i lavoratori a deporre le armi più efficaci per limitarsi a qualche sciopero dichiarato alla scadenza di un contratto. Un po’ come chiedere ad un gruppo di cospiratori di sfilare in piazza. In cambio, ricevevano quello che già ricevevano tramite i sindacati aziendali con l’American Plan: aumenti legati alla produttività, riconoscimento dell’anzianità e diritto di rivendicazione. Quali vantaggi per i datori di lavoro? Niente più scioperi selvaggi, niente rallentamenti, malattie strategiche, scioperi bianchi e rivendicazioni personali, tutto imposto dai burocrati dei sindacati diventati il socio delle dirigenze. Queste ultime ottennero stabilità sul lungo termine, predicibilità produttiva, una disciplina sul lavoro imposta dagli stessi sindacati e, cosa più importante, il riconoscimento dei sindacati del “diritto dei dirigenti di dirigere”.

Anche Henry Hazlitt, che formula inizialmente questi punti in Economics in One Lesson, ammette che i sindacati potevano essere utili alla formazione dei prezzi fintanto che le conoscenze imperfette lasciavano il lavoratore all’oscuro della reale produttività del suo lavoro. Ma ad Hazlitt bisogna riconoscere un po’ di onestà intellettuale, almeno rispetto a Pulliam.

Quanto alla storia del capitalismo, Pulliam scrive la stessa robaccia.

Prima dell’industrializzazione e della divisione del lavoro sotto forma di specializzazione del lavoro, quasi tutti lavoravano la terra. Chi lavorava la propria terra aveva diritto al raccolto. Chi lavorava la terra di qualcun altro, o ne pagava l’affitto oppure divideva il raccolto col proprietario della terra. Con il tempo, i fabbri, gli scalpellini, i tessitori e altri acquisivano le risorse per comprarsi gli strumenti di lavoro e le materie prime, oppure si affidavano a qualcuno che fornisse loro i beni strumentali. Nel primo caso, l’artigiano era padrone di se stesso; nel secondo, era un apprendista o lavorava alle dipendenze di un altro. Il lavoratore doveva dividere il frutto del suo lavoro con chi gli forniva il capitale in termini convenienti ad entrambi. Da qui nasce concettualmente la moderna relazione di lavoro…

Con l’avvento della Rivoluzione Industriale, chi per secoli aveva tratto sostentamento – talvolta a stento o per niente – dalla produzione agricola ad alta intensità di lavoro, passò sempre più allafabbrica. Fu un cambiamento epocale. La tecnologia, spinta dagli investimenti e dalla ricerca del profitto, trasformò l’economia. Fabbriche, macchine, innovazioni e invenzioni (compresa la macchina a vapore) produssero drammatici cambiamenti sociali. … Spesso la popolazione migrava per andare dove c’erano opportunità. Il calo della mortalità portò ad una grossa crescita demografica. Il capitalismo trasformò molti aspetti della società, perlopiù in termini molto positivi.

Forse la relazione di lavoro “nasce concettualmente” così nella testa dei padroni e dei loro propagandisti a pagamento. Nella storia reale le origini sono altre.

Pulliam scrive come se il santo “fornitore di capitali” fosse del tutto casualmente in possesso dei mezzi di produzione, e come se il lavoratore, anche lui del tutto casualmente, si trovasse nella situazione di dover negoziare – da pari a pari – la spartizione della produzione “in termini convenienti ad entrambi”.

In realtà, i termini di questa “spartizione” venivano negoziati con un processo che, prendendo un’espressione cara ai libertari di destra, somigliava al lupo e l’agnello che decidono cosa mangiare a cena. Non era un caso se il capitale era accumulato nelle mani di pochi datori, e i lavoratori avevano solo la forza delle loro braccia da vendere. Dietro c’era tutta una storia, descritta da Marx a lettere di sangue e fuoco, di cui ho già fornito un accenno.

Quando l’autonomista Harry Cleaver organizza il corso sul Capitale, assegna lo studio dell’accumulazione primitiva come parte propedeutica prima di affrontare concetti come il valore d’uso, il valore di scambio, il circuito del capitale e tutto il resto. Questo per dimostrare che tutti i discorsi sull’inevitabilità del lavoro e il pluslavoro, le lotte sulla giornata lavorativa e tutto il resto non sono una semplice teoria astratta sulla formazione del prezzo. Abbiamo a che fare con un vero e proprio rapporto di forza risultato di crimini storici.

Quanto alla “divisione del lavoro” e le “invenzioni”, Pulliam, come abbiamo visto, sembra fingere di non sapere come mai c’erano persone che avevano grossi capitali da investire [in innovazioni] per poi raccogliere i frutti dell’accresciuta produttività. Come ho detto recentemente altrove, “[ogni singola funzione apparentemente svolta dai capitalisti – investire, creare posti di lavoro e così via – è qualcosa che avrebbero potuto fare i lavoratori stessi, organizzati orizzontalmente o in cooperativa, se i capitalisti non gliel’avessero impedito.” Il denaro dei capitalisti non è altro che “il marchio della ricchezza accumulata”, qualcosa che permette loro di occupare preventivamente i canali di investimento e finanziari, nonché di coordinare preventivamente ciò che altrimenti verrebbe coordinato orizzontalmente dai lavoratori. I capitalisti miliardari non “inventano” nulla. Come ho scritto a proposito di Elon Musk:

Ha comprato il diritto legale di spadroneggiare chi realmente inventa e sviluppa, oltre al diritto legale di prendere ciò che producono. Tutti i capitalisti non fanno che appropriarsi dell’intelletto sociale e del lavoro cooperativo di chi inventa veramente, per poi estrarre una rendita da ciò.

Pulliam, dopo essersi dilungato in lezioni di storia immaginaria, ha anche la faccia di scrivere: “È intellettualmente disonesto illustrare il passaggio da un’economia agricola ad una basata sulle fabbriche senza dare il dovuto credito al proprietario della fabbrica per aver accumulato capitale, concepito le macchine e assunto su di sé tutto il rischio che rende possibile l’impresa.”

Ciò che è veramente disonesto è non chiedersi come aveva fatto il proprietario della fabbrica ad accumulare capitale, come mai aveva a che fare con un mercato del lavoro formato da proletari senza terre e senza proprietà, e come aveva fatto ad acquisire il diritto di proprietà di una macchina molto probabilmente “concepita” da qualcun altro. Perché questo è ciò che fa Pulliam. Passa da un’economia agricola ad un sistema industriale e poi si inventa una storia che parla di “contratti sociali”, “società libere” e “governi limitati” per colmare le lacune.

Quindi Pulliam ripete il dogma, famigliare a chiunque legga gli scritti polemici di Mises.org, secondo cui “la paga dei lavoratori rispecchia il valore del prodotto marginale del lavoro” (“in assenza di potere monopsonico”).

Ci vuole una faccia di bronzo per star qui a ripetere questo pattume quando sono quarant’anni che i salari reali ristagnano mentre la produttività del lavoro continua a crescere – e dopo che, casualmente dico io, è stato sconfitto il potere dei lavoratori – e mentre i profitti e le compensazioni dei dirigenti crescono di svariate volte.

Mises, nonostante i difetti, era perlomeno abbastanza onesto da ammettere che quando una predizione a priori non si realizza, occorre prendere in ipotesi la possibilità che una delle condizioni preliminari non sia stata soddisfatta. In questo caso, il mancato adeguamento dei salari agli incrementi di produttività fa capire che alcune, se non tutte, le condizioni subordinate citate da Pulliam – “assenza di costrizioni”, “mercato concorrenziale privo di potere monopsonico” e così via – non sono state soddisfatte. In realtà, il potere contrattuale tra lavoratori e datori riflette una situazione costrittiva, eredità di un passato violento e dell’attuale intervento dello stato a favore dei datori.

Il problema della produttività marginale non è tanto la sua applicazione, quanto la teoria in sé. Come spiega John Bates Clark, la teoria sulla produttività marginale è sostanzialmente un ragionamento circolare. La “produttività marginale” di un fattore è ciò che viene aggiungo al prezzo finale del prodotto, il che significa che qualunque cifra uno riesce a spuntare per un suo “servizio” rappresenta per definizione la sua produttività marginale. Così che quando il possessore di un “fattore” (il capitale) estrae rendita a spese di un altro fattore (il lavoro), per effetto di una relazione di potere sbilanciata, la loro rispettiva “produttività marginale” è determinata dalla loro relazione di potere. In altre parole, non sono i profitti e i salari ad essere determinati dalla produttività marginale del capitale e del lavoro, ma il contrario.

E poi questa cantonata: “Il conflitto di classe è uno dei temi preferiti dei liberal.” Niente di più falso si può dire dei liberal. Pulliam confonde liberalismo e sinistra, che è tutt’altra cosa. Le origini del liberalismo [americano, es] risalgono al movimento progressista tra ottocento e novecento. Si tratta di un risultato diretto dell’emergere delle grandi aziende e di tutto quel complesso di grandi istituzioni burocratiche nate per servire i bisogni delle aziende.

Secondo Rakesh Khurana della Harvard Business School (fonte: From Higher Aims to Hired Hands) i primi dirigenti aziendali provenivano dall’ambiente tecnico industriale e vedevano nel proprio lavoro un proseguimento del lavoro nei reparti produttivi. La rivoluzione portata da questi tecnici nelle grandi aziende, scrive Khurana, fu in sostanza un tentativo di applicare l’approccio ingegneristico (standardizzazione di strumenti, procedimenti e sistemi) all’organizzazione del sistema.

Secondo Yehouda Shenhav (Manufacturing Rationality: The Engineering Foundations of the Managerial Revolution), il Progressismo era l’ideologia di dirigenti e ingegneri che amministravano le grandi aziende; tradotto in termini di azione politica, si trattava di applicare gli stessi principi di razionalizzazione alla società intera…

Al cuore della filosofia manageriale progressista c’era l’imperativo di trascendere le divisioni di classe e ideologiche attraverso l’applicazione di competenze disinteressate.

Spiega Shenhav che questa filosofia apolitica nasceva dalla percezione che gli ingegneri avevano di sé: “Le teorie manageriali americane venivano presentate come una tecnica scientifica volta ad amministrare, per il suo bene, la società nel suo insieme senza ricorrere alla politica.” Frederick Taylor, il cui approccio manageriale era un microcosmo progressista, vedeva nella burocrazia “una soluzione alle spaccature ideologiche, la soluzione ingegneristica alla lotta tra le classi.” Progressisti e tecnici industriali “erano spaventati all’idea di una possibile “lotta di classe” e consideravano l’“efficienza” il modo per arrivare all’“armonia sociale, facendo sì che l’interesse di ogni lavoratore coincidesse con quello del suo datore.”

Lo vediamo anche nel liberalismo di oggi. I liberal possono anche accusare i “cattivi” miliardari di essere avidi, ma non immaginano una società senza miliardari, semmai una società in cui “miliardari patriottici” come Warren Bufett paga la sua “equa parte” di tasse, dà un salario equo, e tutti sono in pace. Liberal come Nancy Pelosi credono davvero che sia possibile diventare miliardari facendo del bene e senza sfruttare i lavoratori. Vogliono una società in cui i lavoratori hanno diritto ad una fetta più grande della torta, riconoscendo allo stesso tempo la legittimità del profitto quale ricompensa del genio imprenditoriale. In pratica, vogliono il capitalismo di Henry Ford senza il suo marciume antisemita.

Pulliam, non sorprendentemente, accusa unicamente le organizzazioni dei lavoratori di essere la fonte delle dispute violente. Benjamin Tucker, un assennato libertario sostenitore del libero mercato, uno che conosceva bene la storia del capitalismo e il suo funzionamento, vedeva le cose un po’ diversamente. Commentando le violenze del caso di Homestead e altri, spiega che gli aggressori erano i capitalisti: “la prima violazione della libertà in questo caso è imputabile direttamente a loro.” I capitalisti stavano in cima ad un sistema basato sul furto; il loro profitto dipendeva dai privilegi, dai diritti di proprietà creati artificialmente, dai monopoli imposti dallo stato a spese dei lavoratori oltre ad interventi dello stato in altre forme che riducevano artificialmente il potere contrattuale dei lavoratori. Un mercato del lavoro libero, spiega,

è sempre stato negato non solo ai lavoratori di Homestead, ma a tutti i lavoratori del mondo civilizzato. E i colpevoli sono i vari Andrew Carnegie. I capitalisti, di cui questo capofficina di Pittsburg è un tipico rappresentante, hanno scritto sugli statuti ogni genere di proibizione e tasse (di cui il dazio è la più inoffensiva) che mirano a limitare la concorrenza tra datori di lavoro…

…Carnegie, Dana e gli altri dovrebbero prima eliminare dagli statuti ogni legge che viola la libertà di tutti. Se, a quel punto, ci sarà qualche lavoratore che interferisce sui diritti dei datori di lavoro o fa violenza contro qualche pacifico “crumiro”, o attacca le guardie del suo datore di lavoro, che siano i detective di Pinkerton, il vicesceriffo o la milizia di stato, giuro che, da anarchico e in conseguenza della mia fede anarchica, sarò tra i primi a presentarmi volontario di una forza che reprima questi disturbatori dell’ordine, cancellandoli dalla faccia della terra se è necessario. Ma finché restano queste leggi invasive, non posso non vedere in ogni conflitto di forze la conseguenza di un’originale violazione della libertà da parte dei datori di lavoro, e se è necessario spazzarli via, che i lavoratori prendano la ramazza!

Pulliam riserva alla conclusione la sua idiozia più grossa sostenendo che, da quando i sindacati sono stati piegati dalle politiche neoliberali di Reagan e della Thatcher quarant’anni fa (con l’aiuto importante di quelli come lui), i lavoratori stanno meglio che mai. Laddove i pessimisti di sinistra vedono decenni di stagnazione, con i nuovi posti di lavoro che dal 2008 sono perlopiù a paga bassa, con un’intera generazione inchiodata ad un impagabile debito scolastico, apprendistato gratis, lavori precari e “livelli base” che richiedono la laurea ma sono pagati quindici dollari l’ora, Pulliam invece vede tutta un’orgia di vantaggi per i lavoratori. È entusiasta:

Grazie alla “gig economy” resa possibile dalle applicazioni per gli smartphone e altre tecnologie simili, molti lavoratori preferiscono lavorare a contratto da indipendenti con orari flessibili piuttosto che avere il tradizionale rapporto dipendente. Molti hanno il telelavoro, lavorano part-time o fanno un lavoro condiviso, cose inimmaginabili nel 1935.

È normale che Pulliam, uomo di spettacolo fino alla fine, concluda un articolo di fiabe con la fiaba più grossa. Solitamente sono scettico riguardo le possibilità anche di un fenomeno da baraccone come lui di trovare persone a cui vendere la paccottiglia. A pensarci bene, però, i suoi lettori non sono quelli che soffrono per la stagnazione dei salari, gli affitti alle stelle, i costi dell’assistenza sanitaria e le montagne di debiti. Sono i miliardari che pagano per queste cretinaggini.

The Anatomy of Escape
Fighting Fascism
Markets Not Capitalism
Free Markets & Capitalism?
Organization Theory
Conscience of an Anarchist