Contro il Voto

Di William Gillis. Originale pubblicato il 20 novembre 2018 con il titolo The Case Against Voting. Traduzione di Enrico Sanna.

Un’altra elezione è passata, con gli inevitabili socialisti libertari come Chomsky che sgridano noi anarchici perché non votiamo.

Detto francamente, che il risultato delle elezioni conti è vero. A meno che non crediate in un improbabilissimo accelerazionismo, un incompetente di centro è sempre meglio di un vero Hitler. Oggi che i repubblicani barcollano come zombie verso gli estremi del nazionalismo bianco, dire “i partiti sono tutti uguali” per molti non basta più. Purtroppo. Dato che il risultato delle elezioni conta, però, non significa affatto che conta anche il vostro singolo voto.

La possibilità che il vostro voto faccia la differenza è subatomica. Questa è un’inevitabile realtà. Nelle democrazie rappresentative, le elezioni sono questione di tutto o niente: o una parte politica vince le elezioni oppure non le vince. Se il vostro voto non fa da ago della bilancia, le conseguenze causali sul risultato finale sono nulle. Nel mio stato, ogni elezione si decide con un margine di centinaia di migliaia. Votare per l’una o l’altra parte non ha conseguenze.

Certo, per milioni di persone la posta messa in gioco dai risultati elettorali potrebbe essere alta, ma le probabilità di influire su quelle poche elezioni con una tale posta sono, per gran parte delle persone, meno di una su miliardi. Fai molto di più se dai venti dollari ad un senzatetto, se dai una mano a chi ti sta vicino, se organizzi un minimo di infrastruttura alternativa al servizio degli altri, o se mantieni in buona salute la tua testa.

Votare è molto più irrazionale che comprare un biglietto della lotteria. Almeno con il biglietto della lotteria c’è un qualche utile plausibile, una famiglia potrebbe uscire dalla povertà se azzecca quell’unica possibilità su un miliardo. In alcuni casi, si sa già prima del voto che il margine è ristrettissimo. Quasi mai, però, e certo non nella stragrande maggioranza delle elezioni di quest’anno.

Il fatto che tu voti non ha importanza, ma il fatto che molti a sinistra credano il contrario rivela certe profonde irrazionalità collettive che HANNO importanza e che si ripercuotono su come si fa attivismo e come si agisce.

La logica a sostegno del voto è molto kantiana: “agisci così che se tutti agissero allo stesso modo…” e “se nessuno votasse allora il voto tornerebbe importante”, ma se nessuno votasse davvero lo stato non sarebbe legittimato. E comunque non c’è vera causalità. Quando voti non stai magicamente spingendo gli altri a votare, tu sei un attore distinto con opinioni distinte. La tua azione individuale ha esternalità debolissime oltre le conseguenze immediate della tua scelta o del tuo voto. Puoi fare una campagna che influenza il voto altrui, illudere migliaia di persone, e poi non votare perché il tuo voto è irrilevante. Conosco liberal intelligenti che l’hanno fatto.

Purtroppo l’illusione dietro l’idea del voto prospera nel pensiero della sinistra in generale. Vogliono organizzazioni gigantesche, eserciti giganteschi, con individui che agiscono inseguendo un esiguo utile sull’investimento, sperando nell’impatto in aggregato. Non sono interessati al forte impatto che può avere l’azione diretta individuale. La sinistra ruota attorno a concetti del tipo: “hai l’obbligo di cointribuire ad ogni minima protesta”. Certo, alla manifestazione c’erano quattro gatti che gironzolavano guardandosi i piedi, ma se fossero stati centomila avrebbero potuto assaltare il palazzo e cambiare qualcosa! Se continui a votare, se continui a manifestare, se compri altri biglietti della lotteria, allora forse…

Il pensiero democratico cerca di costruire soprattutto con i numeri. Essere in tanti è la vera definizione del successo. Quando il ragionamento viene applicato alle organizzazioni, l’attivismo viene separato dalla valutazione diretta delle conseguenze.

Vogliono che continuiamo ad andare alle assemblee nella speranza che un giorno questo rituale della partecipazione civica si tramuti in energia creatrice. Ma ben presto la partecipazione diventa fine a se stessa. Il senso della “comunità” di questi rituali è l’unica cosa che si guadagna.

Come la democrazia insegna a posporre il compimento di qualcosa a dopo Le Elezioni, così la sinistra politica dice che dobbiamo posporre il compimento di qualcosa a dopo La Rivoluzione. Bisogna edificare il partito fino a quel momento di rottura in cui l’investimento darà i suoi frutti.

Ovviamente, finché quel momento non arriva, aggiungere una persona al numero non produce nulla. Da qui l’ossessione della sinistra, che vuole sopprimere il pensiero individuale tra i suoi iscritti così come i governi democratici vogliono sopprimere il pensiero individuale tra i loro cittadini. Partecipare diventa un bene morale fine a se stesso, le azioni sono controllate e premiate in maniera sempre più slegata dalle conseguenze. Ciò che conta è il rituale, al diavolo qualunque discorso sugli obiettivi o l’efficienza.

Azioni collettive come il voto richiedono spesso un’autorità dall’alto e/o una volontà a priori, il sacrificio dell’azione individuale, la marcia collettiva a passo dell’oca.

Ma un anarchico, al contrario della sinistra, non è disposto ad abbandonare la propria capacità di agire e di pensare apertamente. Ci rifiutiamo di aderire a sistemi, istituzioni o strategie che chiedono la soppressione di tali capacità.

Siamo per l’azione diretta, pensiamo che si debba trovare il modo di aiutare gli altri senza prima dover diventare una valanga umana. Piuttosto che basarci sul “tutto o niente”, noi puntiamo a produrre un impatto immediato, così che ad ogni atomo di energia in più, ad ogni persona che aggiunge il proprio apporto, si ottiene un risultato reale, che sia dar da mangiare ad un senzatetto o una difesa ai transessuali. A differenza del voto, che è canalizzato verso una strettoia centralizzata che rende il singolo contributo insignificante finché non è coinvolto un certo numero di persone, il nostro approccio fa sì che ogni singolo apporto abbia conseguenze positive immediate. Invece di sprecare energie votando leggi imponenti sul diritto all’aborto, è più semplice creare una rete di assistenza all’aborto che sia ingovernabile: ogni struttura, ogni cellula una vittoria. Questo rende parte attiva informata ogni individuo coinvolto, perché ad ogni passo che compie vede il frutto del proprio investimento. All’interno di questo processo, le nostre strategie, le nostre idee, mirano al coinvolgimento continuo, non perpetuano la cultura della passività, della complicità con le grandi istituzioni e le abitudini ineccepibili.

Anche quando operiamo in vista di obiettivi distanti, come il cambiamento sociale, il nostro lavoro avvicina temporalmente la transizione. Forse non abbiamo i numeri per attuare nuove norme sociali o per lanciare un nuovo progetto, ma avviciniamo quel giorno, accorciamo il lasso di tempo da vivere nell’attesa. Nella nostra democrazia, una proposta referendaria non passa nel momento in cui raccoglie un certo numero di firme, e anche se anni dopo viene messa al voto anni dopo occorrono nuove elezioni.

È importante il nostro rifiuto della psicologia democratica. Da anarchici, siamo attenti, alla ricerca dell’occasione per agire individualmente. Quando il potere decisionale tornerà giustamente nella testa dell’individuo, l’unico vero agente, l’anarchismo sarà in grado di riportare la responsabilità in quell’alveo personale spesso occluso o evitato dal pensiero democratico. L’anarchismo ci obbliga a chiederci: “come posso contribuire alla libertà di tutti?” Questo ci spinge a rivalutare continuamente il nostro mondo ideale e il nostro contributo personale al suo interno.

Per questo sono quasi sempre anarchici quelli che colgono l’occasione per azioni di forte impatto come l’hackeraggio aziendale, la divulgazione di software protetto o il tirannicidio. Produciamo continuamente strumenti e arte ad alto impatto, e se c’è da andare in galera per fermare un pogrom ci andiamo. Quando si tratta di cambiare drasticamente, le occasioni sono milioni. Come dice un mio amico, “in questa società corrotta non esistono scuse per non aiutare.”

Se il pensiero democratico è kantiano, se è uno schema fatto di abitudini e rituali da seguire incoscientemente a prescindere dai risultati, indottrinandoci e spingendoci ad agire come schiavi con il guardiano in testa, l’anarchismo è al contrario consequenzialista, richiede una continua cognizione di causa ed effetto, una continua adattabilità al contesto.

Certo, ci sono casi in cui un voto potrebbe essere importante. E la posta in gioco molto grossa. In tal caso, i guardiani della purezza anarchica non ti arrestano se voti. Ma son casi rarissimi. Noi americani viviamo perlopiù in stati e contee solidamente monocolori. Questo è importante perché dobbiamo contrastare il pensiero democratico se vogliamo cambiare le cose.

Dire “ma se tutti la pensano come te” non ha senso. Primo, perché la nostra decisione personale, individuale, di non votare non fa magie sugli altri. Tutt’al più, combattendo la psicologia democratica e il pensiero irrazionale possiamo ritagliare uno spazio in cui agire e schiarire le idee, e magari convincere qualcuno. Secondo, se tutti la pensassero come noi ci aiuterebbero a cogliere le occasioni.

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