La Politica Spinge ad Uccidere Senza Rimorsi

Di Nathan Goodman. Originale pubblicato il 15 marzo 2016 con il titolo How Politics Empowers Remorseless Killers. Traduzione di Enrico Sanna.

In una recente intervista, il consigliere della Casa Bianca Ben Rhodes afferma che Barack Obama “non ha mai avuto ripensamenti riguardo i droni.”

Il fatto però è che gli attacchi con i droni autorizzati da lui hanno ucciso più civili che obiettivi dichiarati. Hanno colpito matrimoni, funerali e soccorsi. È stato anche ucciso un sedicenne cittadino americano, Abdulrahman al-Awlaki.

Come fa una persona a non avere ripensamenti quando i suoi ordini uccidono così tanti civili, quando fanno saltare in aria matrimoni e funerali, e arrivano ad uccidere uno dei suoi concittadini? Tutto ciò è bizzarro, quasi sociopatico.

È l’eterno problema che affligge chi in guerra deve prendere decisioni. Le sue decisioni generano stragi, che però non lo toccano.

Hillary Clinton, ad esempio, ha avuto un ruolo decisivo nel decidere l’intervento americano in Libia. L’intervento ha rafforzato i ribelli che hanno torturato prigionieri e linciato neri africani. E ha fatto precipitare il paese nel caos, in una guerra civile da cui non è ancora emerso. E nonostante ciò, la Clinton ha definito l’intervento “il meglio della potenza intelligente”. Christopher Preble, del Cato Institute, ha commentato: “Se questo è ‘il meglio della potenza’… figuriamoci il peggio.”

Quando le tue decisioni generano stragi e distruzione, le scuse sono d’obbligo. Almeno un ripensamento.

Come dice l’economista Bryan Caplan, “l’atteggiamento razionale di chi ricorre alla violenza dovrebbe essere il risentimento, e la costante ricerca di una via pacifica.” Da un lato si riconosce che uccidere innocenti è un atto necessario. Ma dall’altro occorre riconoscere che il prezzo delle proprie azioni pesa sulla coscienza.

Al contrario, queste persone spesso scherzano e si vantano di uccidere stranieri senza provare rimorsi. Ted Cruz promise bombardamenti fino ad arroventare la sabbia.

Sostanzialmente simile la battuta di Obama nel 2010: “E poi ci sono i Jonas… Sasha e Malia sono grandi fan. Ma non fatevi strane idee. Ho una parola sola per voi: ‘droni’. Neanche li vedrete arrivare.”

Per un politico che ha il potere di decidere chi può vivere e chi no, la violenza di stato è un gioco da ragazzi. Questo vale tanto per un presidente in carica come Barack Obama quanto per un candidato come Ted Cruz.

Uccidono senza rimorsi, si vantano dei loro sciagurati interventi, e poi in televisione fanno le battute sulla violenza che hanno inflitto o che vorrebbero infliggere a persone innocenti che vivono all’estero.

Se una persona qualunque uccidesse allo stesso modo e dicesse le stesse cose riguardo i suoi atti violenti, verrebbe considerato della massima pericolosità. Verrebbe perlomeno isolato, ma più probabilmente finirebbe in carcere per il resto della sua vita.

Ma in politica gli incentivi sono diversi. Il nostro sistema politico incentiva i leader ad uccidere innocenti all’estero. Vantare il proprio programma aggressivo aiuta ad apparire duro alle elezioni. Uccidere durante il mandato serve a rassicurare la gente che stai facendo qualcosa per la loro sicurezza. E una volta che rispondi a questi incentivi, razionalizzare la tua furia omicida diventa un modo facile per dormire la notte senza pensare a tutte le persone a cui hai tolto la vita. Meglio dormire tranquillo e apparire duro con la base elettorale che lasciarsi prendere dai rimorsi.

Il nostro sistema politico offre il potere di uccidere. Ed incoraggia a farlo impulsivamente, senza pensarci, senza rimorsi. Lo stato, insomma, è un sistema che spinge ad uccidere senza rimorsi.


Citazioni:

• Nathan Goodman, How politics empowers remorseless killers, Augusta Free Press, 2016-03-28

• Nathan Goodman, How Politics Empowers Remorseless Killers, Strike the Root, 2016-03-17

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