Votare o non Votare

[Di William Nava. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 16 marzo 2017 con il titolo To Vote or Not to Vote. Traduzione di Enrico Sanna.]

Qualche tempo fa, uno studente tredicenne mi ha rivelato che i suoi genitori non parlavano più con lo zio perché lui aveva votato per Trump. La scelta del presidente è forse la decisione culturalmente più conflittuale per gli americani. È all’origine di litigi, rotture, scenate in pubblico e, ovviamente, stringate su Facebook. Tutti conosciamo qualcuno che, ogni quattro anni, sui social media o di persona, ci implora (per il bene dell’umanità!) di votare per i democratici. E conosciamo qualcuno pronto a darci la colpa della futura apocalisse se non votiamo per i repubblicani. E tutti siamo stati strattonati da qualche idealista che vota per un terzo partito. Qualcuno di noi conosce anche quel tipo anarchico radicale che ogni quattro anni sostiene che votare è immorale e foraggia la macchina da guerra.

Tutte queste persone condividono un pensiero: votare conta. Non c’è dubbio che il tipico democratico o repubblicano trovi meno offensivo il voto per l’altra parte del non voto. Qualunque sia il colore, c’è consenso quasi unanime su una cosa: la scelta di votare o meno è una questione etica seria e importante.

Questo pensiero di massa omette un fatto semplice e irrefutabile: il voto non produce assolutamente nulla.

Un voto è un voto

Partiamo da un fatto evidente. Se non vivete in quei pochi stati che fanno da ago della bilancia, il vostro voto annega nel mare del consenso. Su questo quasi tutti sono d’accordo.

Ma la verità è che, anche se vivete in Ohio o in Florida, la scelta di votare o meno non decide mai il risultato delle elezioni. Il vostro voto è giusto questo: un voto. Mai in nessuno stato un singolo voto è stato determinante. Mai. Data la popolazione degli Stati Uniti, è statisticamente pressoché impossibile che un singolo voto decida le elezioni. I 537 voti della Florida che nel 2000 hanno fatto vincere Bush non contano. Erano 537 voti, non uno. Se un singolo astenuto avesse votato il risultato non sarebbe cambiato.

E i candidati di terze parti? E i write-in? Anche se non vengono eletti, non dovremmo votare per loro per renderli più visibili e migliorarne i risultati? Il punto non è questo. Poniamo, ottimisticamente, che la percentuale di voto sia riportata fino al secondo decimale. Quante probabilità ha un voto singolo di far salire il candidato dei Verdi o dei Libertari dello 0,01%? Più della probabilità di decidere le elezioni, certo. Ma anche se quel voto fosse quello decisivo, che differenza farebbe lo 0,01%? È mai successo che un solo voto abbia giustificato l’atto di votare di qualcuno, per quanto sia altamente improbabile che sia stato proprio quel qualcuno a dare il voto decisivo?

La questione se fare o non fare qualcosa dipende da tre fattori: il risultato cercato con l’azione, i costi dell’azione, e la probabilità che quell’azione dia il risultato cercato. Quando quest’ultimo fattore è microscopico, l’azione è sempre irrazionale. È possibile che mentre si attraversa la strada alle 4:20 del pomeriggio 200 dollari cadano dal cielo nella mano di qualcuno. Ma è incredibilmente improbabile, tanto che nessuno si prende il disturbo di farlo, anche si si ha uno stretto bisogno di 200 dollari e il disturbo è minimo.

La classica risposta a questo ragionamento è: “se tutti la pensassero così, nessuno andrebbe a votare e la democrazia crollerebbe!” Lasciamo perdere il fatto che potrebbe essere un bene stare a casa. È importante ricordare che quando qualcuno ti chiede di votare, ti sta chiedendo il tuo voto individuale. E il tuo voto è solo un voto singolo. Non è il voto di qualcun altro, né è la bacchetta magica che fa sì che tutti votino se voti tu. Cosa accadrebbe “se tutti la pensassero così” non ha alcuna rilevanza sulla questione se votare o meno.

Certo, convincere molte persone a votare potrebbe cambiare l’esito delle elezioni; ma questo non cambia il fatto che, come individuo, votare non produce nulla.

E le altre azioni di massa?

Pare che ci sia qualcosa di sbagliato. Tutte le azioni di massa (votare, ma anche protestare, boicottare, e prendere l’iniziativa per pulire le strade) richiedono il contributo incrementale dei singoli individui fino ad arrivare ad un risultato cumulativo. Se manca un singolo partecipante ad un’azione di massa, il risultato cumulativo è lo stesso. Significa che se tutti agissero razionalmente non ci sarebbero mai azioni di massa?

C’è un’importante differenza tra il voto e le altre azioni cumulative: la soglia. Votare è una questione di tutto o niente. Il risultato è esattamente lo stesso, che si voti o no, a meno che l’elezione non venga decisa da un solo voto. In una protesta, invece, la tua presenza fa la differenza, anche se piccola. La protesta, non essendo una questione di tutto o niente, è molto sensibile ad ogni piccola aggiunta. Se qualcuno che doveva essere lì non c’è, la protesta diminuisce di una persona, e la differenza, per quanto minuscola, si nota. Chi protesta può anche amplificare l’impatto cambiando le modalità della protesta (ad esempio, facendosi riprendere mentre prende a pugni un nazista). Nel caso del voto, l’astensione di una persona non cambia il risultato finale.

Certo, c’è qualche differenza tra il candidato che vince con un margine dell’uno percento e uno che vince con il 17% in più: il secondo assume la carica con un cosiddetto mandato. Ma c’è sempre una soglia nel modo in cui sono riportati i risultati delle elezioni. È raro che un singolo voto faccia la differenza tra 17 e 16 percento (o anche tra 17,41 e 17,42). E questi sono numeri che la gente solitamente vede e ricorda. Diverso è il caso di una protesta, in cui l’aggiunta di una singola persona rende la manifestazione un pochino più grande.

Il tutto si riduce ad una questione di proporzioni. In piccolo, a livello locale, non è tanto improbabile che una sola persona possa fare una differenza dell’uno percento, e dunque influire sul mandato; mentre in una manifestazione affollatissima una sola persona potrebbe influire così poco, che la sua presenza o meno avrebbe un impatto trascurabile.

In casi di dimensioni comparabili, la natura “tutto o niente” del voto lo rende molto più irrazionale di altre azioni cumulative. A supporto di ciò il fatto che in azioni cumulative di altro genere l’azione del singolo in qualche modo può essere amplificata. Ma, generalmente, in una qualunque azione di massa più è grande e meno probabile è che la partecipazione del singolo faccia la differenza. Partecipare ad una manifestazione enorme significa anche, nella maggior parte dei casi, fare qualcosa che non sortisce alcun effetto.

Significato

Allora perché è importante? Perché non lascio che la gente sprechi un martedì pomeriggio in pace?

A differenza del voto in sé, credere erroneamente che “ogni voto conta” ha serie ripercussioni. Di riflesso, rende le persone impotenti. Le incoraggia a concentrare energie e priorità in un’azione che non produce letteralmente nulla; la gente vota ed è soddisfatta, sente di aver fatto la propria parte dando un contributo. Per un attivista, è controproducente convincere le persone che fare qualcosa di inutile sortisca qualche effetto. Chi vuole lo status quo confida su questa illusione per tenerci quieti.

Il problema non è il voto. Ripeto, il voto non produce alcunché di positivo o di negativo, ma che facciano pure, sono sicuro che per qualcuno è appagante. Il problema, in sintesi, è ciò che non facciamo perché pensiamo che votando abbiamo fatto la nostra parte. Conosco una persona che ha attraversato l’inferno burocratico per votare in Florida invece che a New York perché pensava che far contare il suo voto fosse un atto dovuto verso la sua comunità. Tolto questo, fa poco o nulla per prendere in mano la responsabilità di fare qualcosa per migliorare la suddetta comunità. Cosa farebbe se dovesse capire che il suo voto è insignificante?

L’importanza percepita del voto incoraggia il compiacimento. E certo una delle funzioni istituzionali del voto consiste nel coltivare questo genere di passività su larga scala.

Questa è la nostra società, e quello è il nostro governo. Esistono milioni di modi per influenzare il cambiamento; modi in cui ogni contributo individuale è unico e completo. Pensare che governare le nostre vite sia un atto impersonale e meccanico, come tirare una leva, è un’illusione. Ed è questa illusione che ci spaventa e ci impedisce di scoprire come ogni individuo può, in modo creativo e unico, generare la società.

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