Il “Libero Commercio” al Limone

[Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 18 gennaio 2017 con il titolo On Lemon “Free Trade”. Traduzione di Enrico Sanna.]

Nella politica americana (dai Berniecratici all’establishment neoliberista centrista, ai libertari di destra, ai nazionalisti reazionari come Trump e i suoi seguaci) c’è molto disaccordo sul TTIP e altri accordi commerciali. Ma una cosa li accomuna: lo chiamano “libero commercio”. A torto.

Su Reason (“The Neoliberal Era is Over,” 4 gennaio), Matt Welch dice che neoliberismo e patti commerciali come TTIP significano “libero commercio”, e sono il contrario del “mercantilismo” della persona messa da Trump a capo della US Trade Representative (idiozia del secolo per chiunque conosca l’essenza mercantilistica dei trattati commerciali neoliberisti). Secondo i nazionalisti di destra (o “fascisti”) come Trump e Pence, il “libero commercio” e il “libero mercato” hanno distrutto posti di lavoro nell’industria manifatturiera americana. Anche quel secchione di centrosinistra di Max Ehrenfreund, sul Washington Post (“Trump is bringing in the big guns to roll back free trade,” 4 gennaio), descrive l’USTR di Trump “una ritirata del libero commercio”.

Cretinaggini.

Precisiamo: La funzione primaria dello stato capitalista consiste nel servire gli interessi di lungo termine della classe di potere economico. Nessuno stato capitalista ha mai promosso il libero commercio, né lo farà mai. Ad un certo punto, lo stato capitalista interviene, o non interviene, con un pacchetto politico fatto su misura per servire gli interessi del capitale. Trump sta semplicemente sostituendo una forma mercantilistica con un’altra.

TTIP, NAFTA, l’Uruguay Round del GATT e tutti gli altri “Trattati di Libero Commercio” non riducono il protezionismo né rendono il commercio più libero. Semplicemente spostano la protezione da una formula non più congeniale agli interessi capitalistici dominanti, ad una più adatta.

Quella che le élite di governo chiamano “riforma di libero mercato” o “liberalizzazione del commercio” è in realtà la controparte di ciò che un tempo si chiamava “socialismo al limone”, ovvero una politica statale come la nazionalizzazione delle industrie un tempo essenziali allo sviluppo del sistema capitalistico e ora non più proficue e divenute un peso per il privato. Ad esempio, la nazionalizzazione di industrie infrastrutturali di importanza centrale come le ferrovie, il telegrafo e il carbone. La socializzazione dei costi iniziali del capitalismo (istruzione vocazionale/tecnica, ricerca & sviluppo, autostrade, aeroporti, spesa sociale per le persone rese obsolete dal capitalismo, eccetera) è, come nota James O’Connor (The Fiscal Crisis of the State) una funzione basilare dello stato capitalistico.

Le “riforme di libero mercato” o il “libero commercio” al limone funzionano al contrario. Lo stato cessa di avere una determinata funzione perché non serve più gli interessi della grande industria.

L’esempio classico di “liberalismo commerciale” vantato dagli opinionisti libertari di destra, l’abolizione delle Corn Laws nell’Inghilterra ottocentesca, è un altro esempio di “libero commercio” al limone. Questo cosiddetto “libero commercio” fu adottato solo dopo che lo stato britannico ebbe conquistato e colonizzato gran parte del mondo, assicurandosi il monopolio di gran parte del commercio globale tramite la flotta mercantile britannica, e dopo che i grandi interessi terrieri dei Whig si furono arricchiti ed ebbero adoperato le ricchezze accumulate per finanziare la rivoluzione industriale. Ottenuto ciò, misure protezionistiche come le Corn Laws persero la loro funzione perché la classe capitalistica era in gran parte passata da un’economia agraria dominata dai vecchi Whig ad una industriale operante su scala globale.

Oggi, con la politica neoliberista di abbattimento dei dazi doganali tra una nazione e l’altra, accade la stessa cosa. Cento anni fa, le principali industrie manifatturiere sostenevano i dazi protezionistici perché era nel loro interesse. Le acciaierie premevano affinché il governo americano limitasse l’importazione di acciaio, proteggendo il loro monopolio nazionale. Oggi i dazi non servono più gli interessi di aziende globali, con unità produttive e catene distributive a livello mondiale. Anzi impediscono il transito di beni tra le diverse controllate nazionali, o il rimescolamento della produzione esternalizzata all’interno della catena distributiva aziendale.

Poi c’è la “proprietà intellettuale”, che è una forma di protezionismo di importanza ancora più vitale per le aziende globali americane di quanto non lo fossero i dazi doganali per le manifatture di un secolo fa. La “proprietà intellettuale” è altrettanto protezionista dei dazi, solo che è imposta ai confini aziendali, non nazionali. È questa che permette al capitale occidentale di non produrre più alcunché, e di esternalizzare tutta la produzione vera e propria in Cina o Vietnam continuando a mantenere il monopolio legale sulla vendita del prodotto.

Il TTIP nasconde in realtà un massiccio aumento delle barriere protezionistiche. Rafforza drasticamente le forme protezionistiche economicamente più significative su cui si basa fortemente l’attuale modello aziendale, lasciando in parte decadere quelle forme protezionistiche obsolete che al capitale globale non servono più. Il TTIP e gli altri “Accordi di Libero Commercio” sono una Smoot-Hawley a protezione della “proprietà intellettuale”.

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