Lo Stato non Tutela, Distrugge e Basta

[Di Chad Nelson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society l’otto gennaio 2017 con il titolo The State Doesn’t Conserve, It Only Destroys. Traduzione di Enrico Sanna.]

Recensione di: Janay Brun, Cloak and Jaguar: Following a Cat From Desert to Courtroom

Se non avete mai sentito parlare dell’ormai defunto Macho B, non siete soli. Con voi ci sono molte persone fuori dall’Arizona (forse anche il Nuovo Messico). Macho B era un giaguaro selvatico che gironzolava al confine tra il Messico e il sud-ovest degli Stati Uniti. Che si sappia, al tempo della sua tragica morte, nel 2009, era l’unico giaguaro di casa negli Stati Uniti. Poiché era una tale rarità, Macho B (in spagnolo, “Maschio B”, perché era il secondo giaguaro maschio di cui si avesse notizia negli Stati Uniti alla metà degli anni 2000) fu subito mercificato dalle autorità ambientalistiche e da un’organizzazione privata di “tutela” che voleva catturarlo e controllarlo per questioni di fama e successo. (Alla fine del libro, quando appare chiaro che i sedicenti tutori fanno più male che bene, anche altri lettori si sentiranno obbligati a mettere tra virgolette la parola tutela).

Si sa che noi umani in generale rispettiamo poco gli animali. Certo teniamo alla vita degli animali domestici che vivono con noi, ma poi regolarmente martoriamo, cacciamo, torturiamo, uccidiamo e mangiamo senza necessità tutti gli altri, facendo di noi stessi le vere belve. La vita di Macho B non era un’eccezione: stroncata dal nostro atteggiamento di dominio verso gli animali e tutta la natura. Il gruppo rock Pearl Jam esprime perfettamente questo atteggiamento in un suo brano del 2000, Do the Evolution:

Sono avanti, sono un uomo
Il primo mammifero coi calzoni, sì
In pace con la mia brama
Posso uccidere perché credo in dio, sì
Questa è l’evoluzione, piccolo.

Poiché i giaguari nordamericani vivono esclusivamente a sud del confine, Macho B è diventato preda ambita per gli assassini dietro il velo della “ricerca”. Ma la loro pretesa ricerca scientifica non ha retto all’indagine sull’accaduto dopo la morte di Macho B. Questo grazie a Janay Brun, un’informatrice ora sotto accusa. Senza di lei la verità sull’uccisione di Macho B non sarebbe mai venuta fuori.

Janay Brun vede Macho B per la prima volta nel 1999, durante una camminata nel deserto con i suoi cani, e subito la sua presenza la incuriosisce. La scoperta la interessa a tal punto che essa stessa diventa ricercatrice, e apprende da sé l’arte di seguire e osservare i grandi felini. Qualche anno dopo viene assunta da un’organizzazione privata per la tutela della natura, alla quale a suo dire interessa seguire le orme e documentare i movimenti e le abitudini del giaguaro. Nonostante gli sforzi della Brun, per Macho B il destino è segnato.

La storia narrata dalla Brun si divide in tre periodi di tempo. Il primo è a cavallo dell’avvistamento di Macho B. Stimolata, ispirata e innamorata di Macho B, la Brun cerca di unire passione e carriera.

Quindi la seconda fase, con la Brun nelle vesti di volontaria e poi dipendente della Borderlands Jaguar Detection Project (BJDP), organizzazione privata no profit capeggiata nientemeno che da un cacciatore: Jack Childs. Lei apprende subito che la protezione dei giaguari è un obiettivo remoto e secondario. Molto più importanti, per la BJDP e le sue controparti pubbliche, Arizona Game & Fish e United States Fish & Wildlife, sono i riconoscimenti accademici e i soldi pubblici da incassare dalla cattura di Macho B. La Brun illustra in dettaglio, con parole tragiche che catturano l’attenzione, quella spirale discendente che era il lavoro con gli uccisori di Macho B. Anche immaginando l’esito finale, non si può non simpatizzare con Macho B che sfugge alle autorità. Uno degli episodi più tristi della vicenda, per me, è quando la Brun si mette a sabotare di nascosto le trappole che i suoi compagni hanno preparato per Macho B (trappole che secondo loro servivano solo a studiare i leoni di montagna e gli orsi), senza però riuscire ad agire in tempo per salvargli la vita.

La terza parte descrive gli eventi dopo la cattura, l’uccisione e gli insabbiamenti degli uccisori. Questi negano di aver catturato intenzionalmente Macho B con una tagliola per mettergli un radio-collare. Ma visto che ce l’hanno, lo “studiano”; così dice la loro versione pubblica. Negano anche che la causa della morte siano le torture pesanti che il vecchio giaguaro ha subito da parte dei suoi cacciatori. Ancora oggi negano e respingono l’accusa di non aver “liberato” Macho B nel suo ambiente, nonostante le prove contro.

Come quasi sempre accade a chi rivela la verità, Janay Brun è diventata l’accusata principale della giustizia federale. Questo nonostante sia l’unica persona in tutta la vicenda ad avere a cuore le sorti di Macho B. Come nota lei, la sua incriminazione l’ha portata a vedere lo stato per quello che è: una banda criminale decisa a tutto pur di mantenere segretezza e potere. Molto dopo la conclusione del caso legale, continua ad essere minacciata dagli uccisori di Macho B per aver rivelato la verità pubblicando la richiesta di informazioni dovute per legge sul suo blog, Whistling for the Jaguar.

Temo ciò che potrebbe accadere a Janay Brun per aver scritto il libro. Dovesse accadere qualcosa, spero proprio che animalisti, anarchici e associazioni ambientaliste, oltre a tutti quelli che riconoscono la sacralità della vita di tutti gli esseri senzienti, aiutino la Brun a difendersi.

Le ultime due parti del libro illustrano quella burocrazia assurdamente contorta che sono le istituzioni federali di “gestione” e “tutela” della natura. Come si capisce dal processo alla Brun, queste stesse autorità sono confuse e disinformate riguardo i loro compiti e le normative sulle specie a rischio. Eppure vanno avanti con questo genere di “studi”, mettendo a rischio la vita di molte persone e animali solo perché c’è un dollaro da guadagnare o uno studio da pubblicare.

Un ruolo importante ce l’hanno anche le autorità sull’immigrazione con i loro muri, che distruggono l’integrità del territorio che per Macho B e molte altre specie è la loro casa. Lascio immaginare quanto la situazione possa peggiorare con l’amministrazione xenofobica, anti-ambientalista di Trump.

Il libro termina menzionando, tra le altre cose, l’avvistamento di un altro giaguaro (magari il figlio o il nipote di Macho B, dice lei) nello stesso territorio frequentato da Macho B. Si spera che persone come la Brun, che ora è al corrente degli attacchi a cui questi begli animali sono soggetti, trovino il modo di sabotare il tentativo di catturarlo e ucciderlo delle autorità ambientali statali e di chi dice di voler tutelare l’ambiente.

Distruggete le trappole, eliminate le tracce degli animali, e lasciateli vivere in quella pace, libertà e anonimato che spetta loro!

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