Center for a Stateless Society
A Left Market Anarchist Think Tank & Media Center
Né Democrazia né Elitarismo

[Di Sheldon Richman. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 25 settembre 2016 con il titolo Neither Democracy nor Elitism. Traduzione di Enrico Sanna.]

Quando noi libertari facciamo notare gli incentivi perversi della democrazia (come faccio qui), rischiamo l’accusa di elitarismo. Ma chi dà per scontato che l’unica alternativa al governo del popolo sia un governo dell’aristocrazia rivela una conoscenza tragicamente incompleta delle scelte che stanno davanti a noi.

Invece di scegliere tra un governante e l’altro, dovremmo chiederci perché mai dovrebbe esserci qualcuno che governa. E anche senza arrivare a tanto dovremmo riflettere sul fatto che riducendo drasticamente dimensioni e compiti dello stato, ovvero essenzialmente la minaccia della forza, si ridurrebbe drasticamente anche il danno prodotto da quegli incentivi perversi. L’elitarismo non è l’unica alternativa percorribile alla democrazia; e sicuramente neanche la più auspicabile.

Purtroppo ci sono libertari critici della democrazia che spingono i non libertari a credere che l’unica alternativa sia una qualche forma di elitarismo. Come Jason Brennan, della Georgetown University, che recentemente ha scritto per il Los Angeles Times un articolo di opinione tratto dal suo libro Against Democracy: “Can epistocracy, or knowledge-based voting, fix democracy?”

Brennan comincia citando il difetto sistemico della democrazia:

“L’elettore medio esercita un grosso potere sull’attività dei politici. Ma, e qui sta il problema, l’elettore medio capisce pochissimo di economia o dei rudimenti delle scienze politiche.

“Sono sessant’anni che gli studiosi di politica studiano le conoscenze degli elettori. I risultati sono deprimenti. Centinaia di sondaggi, come quelli dell’American National Election Studies, dimostrano come gli elettori siano ignoranti o male informati non solo in termini di scienze sociali necessarie a valutare le proposte dei candidati, ma anche sui fatti e le tendenze di base, come sapere se il tasso di disoccupazione sale o scende.

“E non è perché le scuole pubbliche non fanno il loro dovere. Non è perché Fox News o MSNBC (fate voi) incanta i poveri elettori con abili bugie. Non è perché le persone sono intrinsecamente stupide o incapaci di badare a se stesse. È perché la democrazia fornisce gli incentivi sbagliati.

“Conta l’insieme dei voti, non il singolo voto. La probabilità che il voto di un individuo faccia la differenza è esigua. Dunque, siamo poco incentivati ad informarci sulle cose importanti per poi votare in maniera accurata e meditata…

“Anche se non tutto ciò che un governo fa è deciso dagli elettori (burocrati, partiti e funzionari hanno molta indipendenza), ciò che gli elettori vogliono fa la differenza. E poiché gli elettori sono generalmente male informati, il risultato è una politica peggiore di quella che si avrebbe con un elettorato meglio informato.”

Lascio ad un altro momento la contestabile dichiarazione di Brennan secondo cui questo “elettorato meglio informato” sia veramente meglio informato su ciò che conta. (Quando questo elettorato dice di essere a favore del “libero mercato”, intende un commercio neoliberale gestito con accordi governativi, come temono alcuni dei peggio informati elettori?)

Ma voglio concentrarmi su quella che Brennan definisce “alternativa alla democrazia chiamata epistocrazia”. Spiega: “In democrazia, ogni cittadino ha un uguale diritto di voto. In un’epistocrazia, il voto è diffuso ma ogni voto ha un diverso peso: Il voto dei più informati conta di più.”

Brennan illustra vari modi in cui l’epistocrazia può essere realizzata, insistendo sul fatto che “un’epistocrazia dovrebbe tenere alcune cose, come i diritti di base, fuori dalla disputa. Il potere dovrebbe essere diffuso perché un potere concentrato in poche mani favorisce l’abuso. Un’epistocrazia dovrebbe avere poteri costituzionalmente limitati, judicial review, separazione dei poteri e una carta dei diritti; né più né meno come le democrazie rappresentative.” Rassicurante, ma siamo sicuri che le élite informate capiscano i diritti di base? (I padri costituenti videro giusto? Io sostengo di no in America’s Counter-Revolution: The Constitution Revisited).

Ma anche con questi puntelli, la proposta di Brennan resta esposta all’accusa di elitarismo. Rod Dreher su The American Conservative scrive:

“Restringere il diritto di voto ad un’élite informata non è una soluzione. Preferirei essere governato dai primi mille che entrano alla Daytona 500 che dai partecipanti alla serata con Hillary Clinton e Barbra Streisand. Sapete chi già oggi ha più potere nella nostra società? Proprio loro: le élite informate. È così che funziona una meritocrazia. L’epistocrazia di Brennan esalterebbe la tendenza… per il nostro bene.”

Brennan certo non minimizza l’accusa di elitismo quando scrive:

“Qualcuno potrebbe obiettare e dire che l’epistocrazia manca essenzialmente di egualitarismo. In un’epistocrazia, non tutti i voti hanno lo stesso potere. Che male c’è? Solo alcune persone hanno la licenza per fare l’idraulico o il parrucchiere perché quando si tratta di aggiustare un tubo o tagliare i capelli ci fidiamo solo delle persone qualificate. Forse solo alcune persone, e non tutti dai diciotto anni in su, sono veramente qualificati per decidere chi governerà il paese più potente al mondo.”

Inutile dire che stupisce come un libertario citi le licenze a difesa del suo piano di distribuzione diseguale del potere di voto. Ufficialmente, le licenze rappresentano il modo in cui lo stato determina chi può e chi non può svolgere una certa professione presumibilmente nell’interesse dei consumatori. In effetti, le licenze servono a chi già svolge quella professione per escludere la concorrenza e scoraggiare l’innovazione al fine di sostenere il regime di rendita monopolistico a cui sono abituati. È un sistema basato sul privilegio. E perché mai dovrebbero riformarlo?

I problemi dati dalla scelta pubblica associati ad un’epistocrazia sono noti da tanto, e Brennan li conosce. Ad esempio, chi dovrebbe scrivere il test usato per determinare chi ha diritto ad un voto maggiorato? Anche dando per scontato che Brennan abbia buone idee su come rendere equo un test del genere, un’analisi basata sulla teoria della scelta pubblica dà ragione di dubitare che queste idee possano essere adottate.

Un altro problema dei test ha a che fare con quella che Gilbert Ryle chiama la distinzione tra “sapere come” e “sapere cosa”. Qualcuno potrebbe non saper rispondere alle domande di un test (qual è il tasso di disoccupazione, quale partito ha la maggioranza in Congresso, eccetera) ma avere un istinto perfettamente libertario riguardo ciò che lo stato deve e non deve fare nei suoi confronti. Perché mai il voto di una persona così dovrebbe valere meno di quello di, poniamo, Paul Krugman o George Will?

Brennan non aveva bisogno di percorrere quella strada. Gli bastava elencare i difetti della democrazia, mettere a confronto la stupidità dell’azione “pubblica” con la razionalmente intelligente azione privata, e chiedere un restringimento sostanziale dello stato; se non la sua abolizione. Perché invitare a nozze gli elitari invocando l’epistocrazia?

Albert Jay Nock aveva ragione quando all’inizio del suo classico Our Enemy the State scrisse:

“Se guardiamo sotto la superficie della realtà pubblica, possiamo notare un fatto fondamentale, ovvero una grande ridistribuzione del potere tra società e stato. Questo fatto è di interesse per lo studioso delle civiltà. Lui ha solo un interesse secondario o derivato in materie come controllo dei prezzi e dei salari, inflazione, banche, ‘aggiustamenti agricoli’ e altre politiche statali che riempiono le pagine dei giornali e le bocche di giornalisti e politici. Tutte quante potrebbero essere gestite da una sola persona. Hanno un’importanza immediata e temporanea, e perciò monopolizzano l’attenzione pubblica, ma hanno le stesse radici, ovvero: la crescita del potere statale e la conseguente decrescita del potere della società.

“Purtroppo non c’è coscienza del fatto che, così come lo stato non ha denaro suo, non ha neanche un potere suo. Tutto il suo potere deriva da ciò che gli dà la società, più quello che confisca di quando in quando con qualche pretesto; lo stato non ha altra fonte di potere a cui attingere. Ecco quindi che ogni accrescimento del potere statale, che avvenga per dono o sequestro, diminuisce il potere della società di altrettanto. Non esiste, non può esistere, un rafforzamento del potere statale senza che esista un corrispondente e più o meno equivalente indebolimento del potere sociale.” (Enfasi aggiunta).

Per potere sociale Nock intende una rete di relazioni pacifiche consensuali, di mercato o no, tra individui liberi. Dunque la cornice politica migliore per la popolazione non è né la democrazia né l’epistocrazia, ma il liberalismo delle origini, o ciò che noi chiamiamo libertarismo.

Markets Not Capitalism
Organization Theory
Conscience of an Anarchist