Promuovere la Pace Dialogando con Isis
The following article is translated into Italian from the English original, written by Chad Nelson.

Il candidato democratico alla presidenza (americana, ndt) Lincoln Chafee sta facendo scalpore con una sua proposta in fatto di politica estera: un piano ardito per la “Promozione della Pace”. Il piano è ardito solo perché è rarissimo che un candidato alla presidenza ponga la pace incondizionata alla base della sua politica estera.

Parlando a Rhode Island Public Radio questa settimana, un politico locale ha detto che il desiderio di Chafee di promuovere la pace “suona bene… ma l’incognita è per quanto tempo è possibile mantenere questa posizione.” In altre parole, la guerra è inevitabile per chiunque venga eletto presidente. È spaventoso constatare come questa sia diventata una posizione politica predefinita negli Stati Uniti.

Chafee è arrivato anche a dire di volere un ritorno delle libertà civili per gli americani, l’eliminazione dei droni, il ritorno di Snowden a casa, e la fine della pena capitale (sì, anche questo fa parte della pace). La piattaforma di Chafee si è però spinta troppo in là quando ha detto di tenere in conto il dialogo con Isis. Quest’ultima idea è presumibilmente quella che dimostra ciò che tutti sospettano da tanto tempo, e cioè che a Chafee mancano diverse carte per fare scala reale.

Bè, se il dialogo con Isis è una pazzia allora sbattetemi in un manicomio. Quello che ha detto Chafee a proposito della possibilità di un “riavvicinamento” dovrebbe portare gli americani a sperare che esista almeno un pubblico ufficiale, uno, che non aspiri a diventare il prossimo Assassino in Capo. Invece di continuare ciecamente la Guerra al Terrore dei suoi predecessori, Chafee farebbe della diplomazia l’opzione principale dell’America.

Se già lo slogan Promuoviamo la Pace è tollerato a stento dalla classe politica, la sua elaborazione in termini politici, ovvero il dialogo con Isis, è tabù profondo. Isis è troppo atroce per meritare l’ascolto. Non esiste possibilità di dialogo. Purtroppo, a condividere questo atteggiamento è la stragrande maggioranza degli americani. È difficile capire cosa ci sia di così spaventoso in una mentalità del tipo “prima dialoga e poi spara”. La diplomazia di stato è forse diventata così inefficace che il dialogo con il nemico prima del bombardamento è fuori discussione?

Io, per dire, vorrei sentire che cosa ha da dire Isis o qualunque altro dei “nostri” presunti nemici. Sono interessato alle loro motivazioni di fondo. Non mi va affatto che sia il governo americano a illustrarmele. L’ultima volta che il governo americano ha illustrato agli americani il modus operandi di un popolo straniero, abbiamo appreso che Saddam Hussein era più che deciso ad usare le armi di distruzione di massa, e che al Qaeda odiava gli americani per la loro libertà.

Immagino che le motivazioni di fondo di Isis non siano benevole. Ma mi piacerebbe comunque sapere quanto della loro esistenza è dovuta alla politica estera americana. Al Qaeda ha detto senza equivoci che la ragione primaria degli attentati dell’undici settembre era l’intervento militare americano in terra araba. Mai nessuno di quelli al potere l’ha detto agli americani, e mai lo dirà. Sa troppo di imperialismo americano.

Anche Isis è, almeno in parte, una creatura americana?

Una risposta esauriente non l’avremo mai. Lo stato capisce che, quando la popolazione apprende troppe cose sulle sue attività, tende a far mancare il proprio supporto. Basta guardare alla rapidità con cui la popolazione si è scagliata contro la sorveglianza di massa dopo che Edward Snowden ne espose i dettagli più oscuri.

Per mettere fine alla Guerra al Terrore la diplomazia a tutti i costi ha un ruolo chiave. Ma non perché vogliamo che lo stato parli per noi o agisca con gli altri per il nostro bene. Al contrario, niente di tutto ciò che lo stato ha fatto in passato dovrebbe farci credere che sia capace di fare una cosa simile. La diplomazia, piuttosto, è necessaria a metter fine alla Guerra al terrore perché così gli americani potrebbero sentire la voce dello spauracchio creato dai loro stessi governanti. Potremmo così apprendere che non sono così irrazionali o terrificanti come lo stato li dipinge. La macchina da guerra dello stato perde gran parte della sua efficacia quando la sua propaganda è screditata. Non chiediamo molto, solo un processo decisionale informato.

Traduzione di Enrico Sanna.

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