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La Legge sullo Spionaggio e la “Chiave d’Oro” che Ferma lo Stato
The following article is translated into Italian from the English original, written by Jason Farrell.

La recente uscita del documentario Citizenfour ha riportato l’attenzione dei media su Edward Snowden, che la settimana scorsa ha reiterato la sua volontà di tornare in America e fronteggiare il nemico se gli sarà concesso un processo onesto e imparziale.

Ovviamente non sarà così: lo stato ha detto più volte che Snowden ha fatto grossi danni alla sicurezza nazionale, ma non può dire quali sono questi danni per… ehm… per questioni di sicurezza nazionale. Direbbero così comunque, soprattutto perché se non concedono un processo onesto e imparziale è perché Snowden ha colpito duramente la legittimità delle istituzioni.

Come faceva notare Critical Art Ensemble nel suo classico del 1996 Electronic Civil Disobedience and Other Unpopular Ideas, “Un modo per capire quanto [uno stato] valuti il proprio potere consiste nell’osservarne l’estensione delle protezioni, e fino a che punto i trasgressori vengono puniti.” In altre parole, un attivista può capire quanto è efficace il suo attivismo osservando la reazione dello stato.

Per lo stato, poche cose sono importanti quanto la fiducia del pubblico. Come ha notato l’ex direttore dello spionaggio Michael Hayden, “il guasto maggiore provocato dall’azione di Snowden è al momento l’erosione della fiducia nella capacità degli Stati Uniti di fare qualcosa discretamente o di tenere qualunque cosa segreta… Snowden dimostra il nostro fallimento e come il problema potrebbe essere più sistemico che sporadico.” A prescindere dall’importanza delle rivelazioni, sono le crepe sulla facciata che non sono tollerate e devono essere punite subito e severamente.

È questo il caso del dipartimento di giustizia, che vorrebbe processare Snowden sulla base della draconiana Legge sullo Spionaggio del 1917. La legge è un ingombrante souvenir della paranoia nazionalista durante la prima guerra mondiale, che in qualche modo dura da un secolo con scarse possibilità di cambiamento. Le parole del presidente Woodrow Wilson sono indicative dell’autoritarismo quasi comico di cui era imbevuto quando nel 1915 invocò la legge per “schiacciare” possibili traditori dello stato.

Disse: “Vi sprono ad approvare questa legge il prima possibile; sento che facendo così vi sto semplicemente spronando a salvare l’onore e il rispetto di sé della nazione. Questi individui frutto della passione, della slealtà e dell’anarchia devono essere schiacciati. Non sono molti, ma la loro malignità è infinita, e il pugno del potere deve chiudersi attorno a loro immediatamente.”

Tra gli “individui dalla malignità infinita” processati sulla base di quella legge c’è il giornalista antiinterventista Victor L. Berger, nel 1919, e il famoso giornalista e informatore Daniel Ellsberg negli anni settanta. Nell’isteria wilsoniana alimentata dal nazionalismo rientrava l’atteggiamento ostile verso irlandesi-americani, tedesco-americani e italo-americani: “chiunque abbia un trattino nel nome ha anche una spada pronta per infilzare gli organi vitali della repubblica.”

Una legge nata da una tale mentalità paranoica è soggetta ad abusi da parte di burocrati isterici di qualunque era. Forse l’aspetto più insidioso della legge è che non punisce semplicemente le rivelazioni che danneggiano la sicurezza nazionale. Anzi, proibisce a chiunque di difendersi dicendo che esistono diverse categorie di informazioni rivelate, o dicendo che certe rivelazioni non hanno conseguenze sulla sicurezza e dunque devono essere giudicate con minore severità. La legge impone a tutti i giudici di trattare tutti gli informatori sulla base dello stesso nazionalismo infuocato e velenoso con cui Wilson partorì l’atto.

Il fatto che lo stato imponga questa irriducibile punizione agli informatori significa senza dubbio che considera la diffusione di informazioni riservate, di qualunque genere, una minaccia molto più grande alla propria credibilità di gruppi di pressione, giornalisti, comitati di base o della fortemente simbolica supervisione dei legislatori e delle corti segrete. Una bestia cosi ben protetta e segreta può essere danneggiata solo dall’interno.

Ecco quindi che nasce una nuova forma di protesta: la Disobbedienza Civile Elettronica.

L’eroismo di Snowden dimostra che l’informatore-hacker-attivista è il contrario della “chiave d’oro” che l’Nsa cerca di ottenere con la forza da chi offre sistemi telematici di sicurezza per poi invadere la privacy indiscriminatamente: una falla nel sistema di sicurezza da usare in caso di minacce serie da parte dello stato contro le libertà civili individuali.

Qualunque sia la minaccia di un informatore al bene pubblico, lo stato difenderà ferocemente il peggio del suo armamentario spudoratamente immorale e inutile, come la Legge sullo Spionaggio. Ma questa ferocia potrebbe essere un boomerang: i futuri Edward Snowden stanno cominciando a capire che potrebbero diventare strumenti nelle mani dei Woodrow Wilson di oggi.

Traduzione di Enrico Sanna.

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