L’intelletto Generale Come Avanguardia

Come evitare che i porci pascolino tra i beni comuni della conoscenza

Di Asem. Originale pubblicato l’undici marzo 2019 con il titolo General Intellect as a Vanguard: Keeping the Pigs from Grazing in the Knowledge Commons. Traduzione di Enrico Sanna.

Non è un caso se quando in documenti o discussioni formali si parla di brevetti e copyright questi vengono sempre etichettati come “proprietà intellettuale” e quasi mai semplicemente “proprietà”. Definirli proprietà causerebbe confusione con altre forme di proprietà privata, come la terra, le auto, le azioni. In questo caso, la proprietà è governata da tutt’altro regime che, se applicato a brevetti e idee, ridurrebbe il loro valore di mercato a zero. Esempio: copiare un auto parcheggiata e andare via con la copia non viola la proprietà privata. Oppure, fingere di avere il cellulare guasto e chiederne uno in prestito al primo che passa per fare una chiamata urgente, farne dieci copie con il replicatore di Star Trek e offrirne una per 99,99 dollari è certamente scortese, ma non è un furto né una violazione della proprietà. Quando si crea un regime di proprietà intellettuale intervengono interessi di classe che fanno di tutte le erbe un fascio, proprietà intellettuale e proprietà privata, con chiare connotazioni che nelle democrazie liberali sono associate alla libertà personale. Se dovessimo dare una definizione più accurata del regime legale della proprietà intellettuale dovremmo parlare di cose come la Commissione Centrale per le Normative sui Permessi Esclusivi e l’Utilizzo del Pensiero Prodotto dall’Uomo.

John Locke sosteneva, analizzando la proprietà, che se nella Bibbia è scritto che il mondo è un dono di Dio all’umanità, nessuno può rivendicare la proprietà di un pezzo di terra. L’unico modo per appropriarsi di un pezzo di mondo consiste dunque nel mescolare il proprio sudore con le risorse della natura. Secondo Locke, Dio mescolò il suo sudore con l’energia e creò il mondo in sette giorni, e fu così gentile da cedere gratuitamente i diritti d’uso ai suoi inquilini senza l’obbligo di pagare l’affitto al proprietario, da allora conosciuto come “Il Signore”. Questo significa che la teoria liberale della proprietà si basa sul postulato di una gigantesca economia del dono partita dall’azione di un dio cristiano, e da qui deve partire l’individuo.

Quanto alla proprietà intellettuale, al fine di appropriarsi di un’idea, le “risorse naturali” da mescolare con il sudore non sono dono di Dio, ma vengono dal sudore e dall’intelligenza di altri uomini e donne, le cui origini risalgono ai primordi delle società umane, in campi che vanno dal linguaggio alla matematica alla filosofia a tutte le scienze e tutte le arti. E se è vero che sono morti, è pur vero che hanno centinaia di milioni di discendenti che hanno ereditato i loro diritti di proprietà, e non tutti sono generosi come Dio, anzi sono così carogne che Dio ha promesso di mandarli all’inferno. Seguendo questa logica, chiunque chieda il riconoscimento di un brevetto dovrebbe prima pagare le materie prime intellettuali, cosa che richiederebbe un conto chilometrico da trasportare con un camion, creando così posti di lavoro. Se così avvenisse, l’attuale proprietà intellettuale collasserebbe. Se non fosse che questa non serve a proteggere genericamente i diritti di proprietà, ma per beneficiare selettivamente la classe dei porci in doppiopetto e riempire le loro dispense, come ogni altro “diritto” di proprietà utilizzato dal capitalismo.

La proprietà intellettuale è la benzina che fa andare il capitalismo di oggi. Secondo una generosa stima, rappresenterebbe un terzo del pil americano. Ma è anche il regime di proprietà più facile da abrogare. Niente sceriffi con la pistola che eseguono uno sfratto, ma un semplice voto del congresso. Anche così, però, non avverrà mai. Abrogare le leggi sulla proprietà intellettuale significherebbe far scomparire un terzo dell’economia in un secondo, il più rapido trasferimento di ricchezza nella storia, e se in un solo giorno scompare un terzo dell’economia, questa si trascina dietro tutto il complesso finanziario e industriale. L’abolizione immediata della proprietà intellettuale negli Stati Uniti non passa per la testa di nessun politico dotato di un minimo di due neuroni. Ma questa non è una ragione per fare disfattismo.

La proprietà intellettuale, intesa come frutto del lavoro del proprio cervello, ha per natura un valore di scambio pari a zero. Anche se è la cura del cancro nei bambini o l’elisir di lunga vita, una merce intellettuale in un mercato davvero libero può essere venduta solo una volta prima che se ne facciano infinite copie facendo crollare il prezzo a zero. L’unica eccezione alla regola si avrebbe se un produttore potesse raggiungere la soglia della redditività con la vendita di un solo esemplare. Come possibilità realistica, resta il lavoro intellettuale in forma di lavoro intellettuale salariato, non di merce intellettuale da scambiare nel mercato. Questo non significa che un prodotto dell’intelletto non può avere valore per il suo produttore, ma solo che quest’ultimo non può tenere per sé tale valore. Esempio comune è lo sviluppatore di software open source o lo scienziato che accetta di lavorare gratis per produrre qualcosa di valore e condividerlo liberamente, salvo poi utilizzare il fatto per migliorare la sua reputazione e guadagnare come consulente. Anche così, chi produce non guadagna dalla sua opera iniziale, ma dalla possibilità di firmare un contratto per un lavoro intellettuale salariato, lavorando di più ma con una paga. Come la critica che le femministe fanno del mercato, per cui fare le faccende di casa e allevare figli, pur essendo l’equivalente di un lavoro a tempo pieno, vengono sfruttati come lavoro gratis affinché il capitalismo possa funzionare, così anche la proprietà intellettuale non ha una giusta collocazione nel modello del mercato. Sia il lavoro intellettuale che quello casalingo possono essere usati contro il mercato, o almeno contro la centralità del mercato, perché questi ambiti, che combinati rappresentano la maggior parte del valore in una società e in un’economia che cammina, non sono riconosciuti dalla tradizionale logica del mercato.

Quando ci si accorge che i beni intellettuali hanno un valore di scambio pari a zero, ecco che si comincia a chiedere di creare artificialmente un regime di scarsità, così che un bene intellettuale sia vendibile ad un certo prezzo e non sia disponibile gratis a tutti. Viene messo su un monopolio normativo governativo con il fine di controllare il copyright e le licenze d’uso, allargando il mercato ad aree in cui non potrebbe funzionare altrimenti, il tutto ironicamente in nome della libertà di mercato. Il ragionamento non è molto diverso da quello di chi espropria un bene comune per concentrarne la proprietà nelle mani di un singolo. E si giustifica l’atto con un ragionamento simile: non facendo così, il bestiame pascolerebbe liberamente fino a distruggere il bene comune, quindi occorre chiuderne l’accesso e trasformarlo in proprietà privata. Ovviamente, i tanti esempi di comunità che gestiscono risorse comuni in maniera molto efficiente ed equa vengono ignorati. Meglio affidarsi ad economisti guidati da interessi di classe, perché quando mai i contadini sono in grado di gestire la propria vita!

Nei Grundrisse Marx parla dell’Intelletto Generale come di un insieme di capacità pratiche e di conoscenze tecnico-scientifiche usate ai fini della produzione assieme a lavoro e capitale. Considerato lo stato dell’Europa ottocentesca, è facile intuire perché gli dedica solo qualche paragrafo e non diversi volumi come Das Kapital. Nel primo secolo della rivoluzione industriale non esisteva niente che fosse paragonabile alla legge di Moore, secondo cui un microchip raddoppia il numero di transistor e dimezza il prezzo ogni due anni, e secondo cui le macchine crescono nell’ordine delle migliaia in meno di un decennio. Un esempio moderno dell’intelletto generale è considerata la produzione paritaria basata su beni comuni, i cui maggiori esempi sono Linux e Wikipedia. Generalmente, questo sviluppo può esser fatto risalire a quattro correnti e movimenti sociali, ognuna con le sue caratteristiche uniche: il software libero, il software open source, i creative commons, e per finire un’ambigua disorganizzazione delle violazioni della proprietà intellettuale, che va dagli hacker che negli anni ottanta distribuivano software sprotetto per dimostrare le loro capacità, a tre attivisti svedesi padri di pirate bay, ma che comprende anche il tipo del negozio dietro l’angolo che fa da buon samaritano vendendo Rolex contraffatti cinesi sottobanco a clienti che non possono permettersi gli originali.

Aggirare la proprietà intellettuale è probabilmente il sistema più efficace per picconare l’attuale legislazione. Se il Pirate Party fa un lavoro ammirevole nella UE, in realtà è stato bittorrent a dare scossoni all’industria dell’intrattenimento offrendo gratis agli adolescenti di tutto il mondo gli album di Linkink Park. Per dieci anni, cartelli industriali come la RIAA e la MPAA hanno fatto lobby al congresso senza buoni risultati. Kevin Carson ci ha anche scritto sopra un libro. Niente di strano se un domani la gente piraterà motori d’aereo e ogni altra cosa in garage.

Ma aggirare la proprietà intellettuale ha i suoi limiti. Internet ha dato un colpo tremendo all’industria dell’intrattenimento, che non si è mai più ripresa, ma è anche vero che è ancora un’industria da un miliardo di dollari e che nessuna alternativa ha preso il suo posto. Si è comunque riusciti a dare più spazio ad artisti squattrinati. Resta però il fatto che Netflix ha un valore di mercato di miliardi e il capitalismo, come sempre, si è adattato alla situazione. Gli otto dollari al mese saranno pure stati meno di quello che la gente prima pagava a Blockbuster, ma sono pur sempre un’estorsione. Il prezzo naturale è zero.

Entro l’attuale sistema della proprietà intellettuale, il capitalismo è riuscito a far leva sulle leggi così che aziende come Netflix hanno vantaggi rispetto ad altri sistemi per la distribuzione di film. Ad esempio, utilizza un sito web gestibile con poche centinaia di dollari. Ora, Netflix vende comodità, non accesso, permette a Hollywood di fare ancora profitti, ma solo perché i consumatori preferiscono spendere qualche dollaro piuttosto che passare dieci minuti tra siti russi raffazzonati. Lo stesso vale per Spotify. I consumatori preferiscono spendere pochi dollari perché è la soluzione più economica sull’app store, e perché nell’app store non è ammessa la pirateria informatica. Possibilità extralegali esistono, ma non sono comode.

O la produzione di beni fisici. Sembra che prima o poi si potranno produrre beni industriali a basso costo in garage; già ora con una dozzina di ingegneri è possibile stampare un razzo in 3D. Entro il 2050, gli impianti industriali saranno dominio di giovani ragazze che busseranno alla porta: “Buongiorno, le interessa un forno fusorio per 19 dollari e 99 e una donazione per l’ospedale pediatrico Santa Mariella?” Ma questo non basta a generare la rivoluzione della produzione casalinga di cui parla Kevin; il capitalismo, benché azzoppato, si adatterebbe, troverebbe strozzature o le creerebbe. L’industria dell’auto, ad esempio, verrebbe mangiata viva se si affermassero i macchinari economici a controllo numerico e le stampanti 3D; niente potrebbe impedire ai rivenditori di stamparsi le proprie Ford e Toyota. Il problema sono le leggi, che ti mandano in galera se guidi senza l’omologazione. L’industria dell’auto lotterà fino alla morte per mantenere le omologazioni, arriverebbe a finanziarle pur di assicurarsi che ogni auto sulla strada paghi l’obolo a Detroit. Aggirare la proprietà intellettuale farebbe danni enormi a chi possiede copyright e brevetti, ne azzererebbe gli investimenti, ma sono le leggi sulla proprietà intellettuale a tenere in piedi le grandi aziende, e a permettere loro di fare miliardi. Bisogna eliminare la proprietà intellettuale!

Copyleft è un trucco che mina la proprietà intellettuale, usa le leggi per impedire che venga applicata. Il Movimento per il Software Libero, partito negli anni ottanta, nasce come rivolta degli hacker dentro le aziende e le università contro i loro stessi datori di lavoro che si appropriavano di tutto il software prodotto da loro. Da lì è nato il sistema GNU, software libero che ognuno può modificare e distribuire liberamente. Dopo un buon avvio, da qualche tempo GNU è fermo. Attualmente, l’unico componente importante dell’ecosistema GNU ampiamente usato è il compilatore gcc.

Il resto del movimento è stato accalappiato da Open Source, suo cugino minore. Il movimento è stato fondato da una fazione di furbi libertari di destra entro il movimento per il software libero, libertari che apprezzavano la superiorità della produzione collaborativa ma non volevano far parte di un movimento contro il capitalismo aziendale. Il progetto “Open Source” è pertanto diventato la versione amica delle aziende, che l’hanno adottato e che ha permesso loro di assumere gli hacker per far loro armeggiare il loro software in cambio di un salario. Oggi Open Source significa incentivi gratis per progetti costosi.

Quanto a Creative Commons, è imbarazzante dire che è il meno efficace tra tutti. L’idea è di Lawrence Lessig, liberal convinto che nel 2016 si è anche candidato per le presidenziali americane con un chiaro programma per prendere soldi con la politica. Lessig pensa che la condivisione di file sia una sorta di furto, e che ciò che occorra non sia l’abolizione della proprietà intellettuale ma un sistema di licenze più equo scritto dai legislatori. Attualmente, creative commons è solo un visto per artisti che vogliono distribuire gratis quello che fanno senza che le aziende ci lucrino sopra.

Il software libero, dopo qualche anno di militanza contro le compagnie di software, si è ridimensionato, il movimento per il software libero è stato cooptato dalla Silicon Valley, e creative commons è a un punto morto. L’errore comune è il fatto di non aver affrontato la questione dell’organizzazione dei lavoratori!

La lotta dei lavoratori è antica e mutevole. L’organizzazione dei lavoratori ha assunto tante forme: dalle corporazioni degli artigiani ai primi sindacati che davano una voce alle manovalanze, come l’IWW e più tardi la CIO nel pieno della grande depressione, fino ai lavoratori automobilistici neri di Detroit che si univano contro i vertici sindacali. Anche qui serve l’organizzazione dei lavoratori, perché copyleft non prevede una loro remunerazione ma li lascia alla mercé di sponsorizzazioni aziendali, donazioni o al volontariato. Se la conoscenza generale è considerata bene comune, il suo accesso deve essere limitato al fine di tenere fuori i parassiti, come le entità aziendale. Ad onor del vero, Richard Stallman dice qualcosa di simile nel manifesto della GNU, ovvero che dovrebbe essere governata in modo da mantenere il libero accesso, ma ritiene il pubblico dominio insufficiente a garantire ciò. Da qui la nascita delle licenze copyleft.

GNU non è nel pubblico dominio. Chiunque può modificare e ridistribuire GNU, ma a nessun distributore è permesso restringerne l’ulteriore ridistribuzione. Questo significa che le modifiche proprietarie non sono permesse. Voglio essere sicuro che tutte le versioni di GNU restino libere.

Ma a quanto pare non ha ancora risposto alla questione dei lavoratori. Dare pari accesso a GNU a tutti, comprese le aziende, non pareggia il campo delle possibilità a causa della questione della politica prefigurativa. Occorrerebbero beni comuni che siano inclusivi per la maggior parte e esclusivi nei confronti dei predatori come gli agenti del capitale.

La differenza principale tra l’intelletto generale di Marx e la produzione paritaria basata su beni comuni è che il primo è considerato componente integrato del modo di produzione tradizionale. La produzione basata su beni comuni, nei casi più elaborati, è considerata una forma di lavoro postcapitalista che opera in parallelo con forme produttive tradizionali. Sono entrambe forme utili ma, dal punto di vista del lavoro, la produzione basata su beni comuni è un parassita dell’altra. Il capitalismo si appropria di progetti comunitari e li usa per abbassare i costi produttivi socializzando il rischio, a danno di chi non ha un sistema che lo protegga dall’altrui azione predatoria.

L’intelletto generale dovrebbe agire da avanguardia dei lavoratori: i diritti di proprietà intellettuale devono essere riconosciuti e registrati come bene comune tramite una sorta di licenza copyleft, che come una trappola permetterebbe l’ingresso ma non l’uscita.

Questa avanguardia dovrebbe essere un’organizzazione ad ombrello che gestisce la governance in maniera simile a come fanno la Free Software Foundation, Mozilla o la Wikimedia Foundation, con membri che pagano per accedere all’intero bene comune e l’autogoverno dello stesso. Questa organizzazione offrirebbe una serie ben articolata di strumenti open source per la produzione e piattaforme online per coordinare e organizzare tale produzione. Le industrie più facilmente sviluppabili sarebbero quelle che investono di più in proprietà intellettuale. L’industria farmaceutica si ritroverebbe a competere con una grossa organizzazione in possesso di una serie infinita di medicinali con brevetto copyleft, medicinali facilmente accessibili a gran parte della popolazione ma non all’organizzazione stessa. In realtà, questa “organizzazione” è un fantasma, è fatta di tanti piccoli produttori di farmaci che producono in piccoli laboratori indipendenti o in industrie gestite dagli stessi lavoratori in cooperativa. I microprocessori potrebbero essere progettati e modificati online con un’organizzazione apposita, ma solo le fabbriche di proprietà dei lavoratori potrebbero produrli. La concorrenza sarebbe permessa ma solo entro il bene comune. Le officine automobilistiche cooperative potrebbero produrre pezzi in piccole unità produttive distribuite sul territorio in zone deindustrializzate per poi mandare questi pezzi ad un centro di assemblaggio gestito da loro stessi e quindi ottenere l’omologazione. Singoli consumatori potrebbero inviare i propri dati personali ad un cloud criptato, così che chi fa ricerca sull’intelligenza artificiale disporrebbe di dati migliori rispetto alle grosse aziende in lotta tra loro per creare ognuna il suo archivio di dati. Con un insieme di norme semplicissime, tutti i diritti sulla proprietà intellettuale verrebbero ceduti al bene comune con registrazione copyleft. Prendi quello che vuoi e lo rendi migliorato, senza chiedere.

Sorgerebbe ovviamente la necessità di compensare il lavoro intellettuale sennò il bene comune non durerebbe, e questo avverrebbe con un sistema economico interno allo stesso bene comune. Ma non dovrebbe basarsi su transazioni, perché altrimenti ricreerebbe la logica di mercato. Potrebbe avere un meccanismo condivisorio per cui chi produce beni fisici dà una quota del guadagno al bene comune così da tenerlo in piedi, ma senza farne una tassa, e senza dar vita a sistemi di tipo parlamentare che decidano sulla distribuzione delle risorse. Ogni attore avrebbe il diritto di spendere la sua quota su qualunque altra persona che contribuisca al bene comune, donarla a chi vuole purché rispetti delle norme generiche decise democraticamente.

Questo bene comune dell’intelletto generale non dovrebbe limitarsi all’azione indipendente, ma far parte di un più ampio movimento fatto di cooperative e attività artigianali connesse tra loro. Chi ancora lavora nell’industria tradizionale non dovrebbe essere visto come concorrente, ma come potenziale partecipante. Si potrebbero mettere da parte fondi di solidarietà per far fronte ad importanti scioperi, cooperative alimentari potrebbero donare alimenti a chi è stato licenziato per attività sindacali, e le cooperative di lavoratori potrebbero fare acquisti collettivi in attività commerciali specifiche. I lavoratori potrebbero fare rivendicazioni che abbassino il valore dell’azienda, salvo poi acquistare l’attività con pochi soldi, perché più l’azienda perde profitti meno vale e più è facile acquisirla. Chi andrebbe a comprare un’azienda i cui dipendenti hanno una cattiva reputazione? E una volta acquisita così l’azienda, i lavoratori potrebbero associarsi al bene comune. Il tutto potrebbe essere facilitato da una banca di credito cooperativo, che decide se concedere o meno mutui sulla base di particolari calcoli come il potenziale margine di profitto dopo l’acquisizione da parte degli ex dipendenti.

I lavoratori dovrebbero considerare l’intelletto generale un’infrastruttura di base, qualcosa che permette di riconoscere i diritti di proprietà intellettuale e distribuirli liberamente a tutti, ma non ai detentori di brevetti e capitali. Sarebbe un’evoluzione delle tradizioni del socialismo gildista più la democrazia industriale e il movimento tradizionale antiaziendale dei lavoratori. Quando era agli inizi, Steve Ballmer della Microsoft definì Linux un cancro perché le sue licenze GPL, diffusissime, obbligavano i software connessi ad avere ugualmente la licenza GPL. L’intelletto generale dovrebbe essere configurato in modo simile, come un cancro che si estende sul corpo del capitale, qualcosa per cui i politici precipitano nel panico e sono costretti ad allentare la legislazione sulla proprietà intellettuale, indebolire il movimento dei lavoratori sparandosi ad un piede. Altrimenti potrebbero morire di morte lenta aspettando qualcosa che non verrà. Una delle due.

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