Le Origini Politico-razziste della Guerra alla Droga

Di James C. Wilson. Originale pubblicato il 17 aprile 2016 con il titolo The Racist and Politically Motivated Origins of the War on Drugs. Traduzione di Enrico Sanna.

In primo piano questo mese su Harper’s Magazine, Dan Baum racconta una sua conversazione con l’ex consigliere per la politica interna di Nixon John Ehrlichman, condannato come co-cospiratore nel caso Watergate. Baum dice di aver appreso nel 1994 da Ehrlichman che la guerra alla droga di Nixon era intesa come un attacco contro i neri e gli antimilitaristi.

Baum cita Ehrlichman: “La campagna elettorale di Nixon nel 1968, così come la sua successiva presidenza, aveva due nemici: la sinistra antimilitarista e i neri… Noi sapevamo che non potevamo proibire né i neri né le proteste contro la guerra, ma potevamo distruggere queste comunità facendo in modo che la gente associasse gli hippy con la marijuana e i neri con l’eroina, e quindi criminalizzando entrambi fortemente.”

Baum citava in particolare il fatto che con questa politica “Noi potevamo arrestare i loro leader, setacciare le loro case, interrompere i loro meeting, e umiliarli giorno dopo giorno nei notiziari della sera.” Forse Ehrlichman si riferiva alle perquisizioni senza mandato previste nella Comprehensive Drug Abuse Prevention and Control Act del 1970, che autorizzava le forze dell’ordine a perquisire le case senza preavviso. Un altro degli ex uomini di Nixon, Roger Ailes, continua a demonizzare neri e giovani “giorno dopo giorno” sulla sua rete Fox News.

Tre ex uomini di Nixon sostengono che Ehrlichman non abbia detto così, e che forse Baum non aveva capito il tono sarcastico delle parole di Ehrlichman. Pur ammettendo che sia così, resta la base del ragionamento, ovvero che l’amministrazione Nixon abbia perseguito politiche che incoraggiavano le perquisizioni, gli arresti e l’incriminazione dei suoi oppositori politici. È ormai accertata l’esistenza di liste nere, intercettazioni e altri “sporchi trucchi”. Tra questi trucchi c’erano anche le tattiche COINTELPRO, per cui si infiltravano agenti federali nelle associazioni per i diritti dei neri per creare discordie interne e accusare i leader di essere tossici. Viste le origini, è difficile credere che la guerra alla droga non avesse motivazioni politiche.

Motivazioni a parte, queste politiche hanno colpito fortemente i neri e i giovani, proprio come diceva l’Ehrlichman di cui parla Baum. Purtroppo, la tendenza generale dei presidenti che sono venuti dopo è stata la prosecuzione della guerra alla droga, tanto che oggi è un esempio di politica fallimentare, non diversa dal proibizionismo degli alcolici negli anni venti. L’attuale proibizionismo ha dato vita a violenti cartelli della droga, violenza di strada, un’enorme popolazione carceraria e milioni di dollari dei contribuenti sprecati, per non parlare della ricchezza che si potrebbe creare se il commercio di droga fosse legale.

Meglio smettere di punire le persone per quei cosiddetti “crimini” che in nessun modo colpiscono gli altri. Dovrebbe esistere la libertà totale di utilizzare il proprio corpo come si vuole purché non si colpiscano gli altri. Sarebbe ora, dopo cinquant’anni, di abbandonare le politiche di Nixon con tutto lo strascico di razzismo, violenza e sconcezze. Né servono politici puritani o dispotici guardiani della morale che ci dicano come dobbiamo vivere la nostra vita. Paesi come il Portogallo hanno tratto beneficio dalla fine della guerra alla droga, mentre gli Stati Uniti stanno pian piano uscendo dal proibizionismo della marijuana. Seguirà inevitabilmente la depenalizzazione delle altre droghe. Bisogna accelerare il processo. La guerra non è contro la droga, ma contro la libertà personale.


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