Democrazia: Autogoverno o Impotenza Sistemica?

[Di Derek Wittorff. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 4 giugno 2017 con il titolo Democracy: Self-Government or Systemic Powerlessness? Traduzione di Enrico Sanna.]

Questo è il terzo saggio della serie June C4SS Mutual Exchange Symposium: “Anarchy and Democracy.”

La parola democrazia è l’universale grido di battaglia per la giustizia. Dicono a sinistra – estrema e moderata – che tutti i problemi sociopolitici nascono sempre da una carenza di democrazia. Dicono che tutti gli effetti sociali causati dall’autorità, dalla disuguaglianza e dal potere gerarchico devono essere curati politicamente con la democrazia. Se in una società democratica permane il problema del potere gerarchico, quest’ultimo è sempre attribuito al fatto che non c’è democrazia diretta, o che individui e entità collettive non sono liberi di associarsi. Oppure sono i rappresentanti di una democrazia indiretta che corrompono la funzione del sistema agendo per tornaconto personale (che è come un sistema repubblicano si evolve in una plutocrazia), o è la libertà di altri di abbandonare il collettivo se non gli va, che ironicamente è il motto “prendere o lasciare” applicato a dissidenti e immigrati, che non viene sostenuto e applicato.

Gran parte dei socialisti libertari tende a credere che la libertà di associarsi, ovvero il decentralismo, sia un pilastro di una democrazia pienamente funzionante. Credono che gli individui debbano prima acconsentire alle decisioni democratiche prese dalla collettività associata, e che una potenziale libertà di dissociazione escluda l’imposizione di un volere maggioritario su una minoranza. A prima vista ciò sembrerebbe ragionevole e coerente con la critica socialista libertaria dello stato. Ma si trascurano le dinamiche interne della democrazia e non si indaga sulla natura dei principi dell’organizzazione democratica in sé, ovvero non ci si chiede se sono di natura libertaria e egalitaria. La libertà di associarsi rappresenta un freno istituzionale alla possibilità che la maggioranza espropri il potere della minoranza? La democrazia è tecnicamente anarchica?

Anarchia, per definizione, significa “senza governo” o autogoverno in senso distributivo: il governo di ognuno su ognuno (dove “ognuno” secondo la sociologia anarchista comprende sia entità collettive che individui). È opposizione politica a tutte le forme di gerarchia sociale e autorità centrale. Democrazia significa per definizione “governo della gente comune”, che si pensa sia personificata dalla maggioranza (ovvero, il governo della maggioranza su tutti). Io credo che queste due forme di potere decisionale siano inconciliabili. La sociologia anarchista (in adesione alle teorie proudhoniane sulla sovranità individuale, la forza collettiva, il contratto sociale e la federazione), pur essendo stata influenzata dal concetto liberale classico di associazione libera, andava più in là nell’analisi sociale, fino a dire che “popolazione” era un concetto troppo generico che non comprendeva abbastanza sovranità individuale e collettiva da potersi emancipare dallo stato. Entità collettive e persone potrebbero essere singoli prodotti della “popolazione” come questo concetto monolitico delle masse, ma riconoscere l’autonomia di ognuno nel determinare come meglio comporre la “popolazione” è stato di fondamentale importanza nella formulazione di concetti anarchisti di giustizia, uguaglianza, libertà personale e collettiva, pace, eccetera. Il concetto liberale di “popolazione” può tanto includere una minoranza di politici, militari e capitalisti, quanto cercare di escluderli al fine di garantire il potere alla gente comune, e questo per un difetto nell’analisi dello stato e del capitale. Citando la critica di Proudhon in Solutions to the Social Problem1:

“La sovranità della nazione è il principio base di monarchici e democratici. Sentite l’eco delle voci che giungono a noi dal Nord: da una parte c’è un re dispotico che invoca le tradizioni nazionali, ovvero la volontà del Popolo espressa e confermata attraverso i secoli. Dall’altro lato ci sono soggetti in rivolta che sostengono che il Popolo non la pensi più come prima e che chiede che il Popolo sia consultato. Chi interpreta meglio il Popolo? I monarchi che credono che il suo pensiero sia immutabile, o i cittadini che pensano che sia mutevole? E quando si dice che la contraddizione trova soluzione nel progresso, ovvero che il Popolo attraversa diverse fasi prima di arrivare alla stessa conclusione, non si fa che evitare il problema: chi decide cosa è progresso e cosa regresso?”

Per questo io, come Rousseau, chiedo: “Se il popolo ha parlato, com’è che non ho sentito nulla?”

L’anarchismo apparentemente porta i concetti di libera associazione e decentramento alle estreme conseguenze, distruggendo così la legittimità teorica di uno stato liberale e democratico.

Molti anarchisti, soprattutto dopo l’egemonia dell’Internazionale Nera, pensano che l’anarchia (il governo di ognuno su ognuno) sia rappresentata al meglio dal comunismo (il governo di tutti su tutti), e che di fatto sia necessaria una qualche forma di democrazia per trovare una sintesi tra comunismo e anarchismo. Ma nella pratica il comunismo, quando non è politicamente coerente con l’anarchismo, può entrare in conflitto con le nozioni personali di libertà, uguaglianza, libertà personale, unità, eccetera. È per questo che credo che l’atto democratico non possa conciliare le due filosofie. Non tutti possono accedere ai capitali altrui in un dato momento. Ne nascerebbero conflitti irrisolvibili che solo una classe di governo burocratico, praticamente irresponsabile, potrebbe cercare di risolvere, obbligando una parte a cedere il proprio potere per sottomettersi alla Volontà Collettiva Democratica. Ma, come tutti gli anarchisti sanno, questo processo centralizzatore istituzionalizza conflitti sociali irrisolvibili e sfocia inevitabilmente nella guerra. Per questo il comunismo autoritario si è rivelato un fallimento storico e etico.

Io credo che esista antagonismo tra i concetti di comunismo e decentramento, soprattutto se il principio base che mira a sviluppare una qualche sintesi è la democrazia. Dando credito parziale ai comunisti anarchici, non tutti sono a favore della democrazia, e anche quelli che lo sono continuano a credere che l’approccio a questa comunità avverrebbe tramite il federalismo. Il “comunismo puro” è ovviamente un ideale che non può essere realizzato immediatamente e perfettamente: le entità collettive operanti democraticamente finirebbero per federarsi al fine di abbattere le barriere convenzionali che limitano l’accesso tra collettivi per meglio realizzarlo. Io critico questa pratica sulla base di ciò che scrivo in questo saggio. Detto semplicemente, le entità collettive operanti democraticamente non riuscirebbero a federarsi in modo tale da distruggere tutte le barriere all’accesso perché le dinamiche democratiche insite nelle stesse entità mantengono un insieme di barriere all’accesso. Ovvero, nascerebbero barriere all’accesso tra l’attività e le risorse della minoranza e della maggioranza quando verrebbe adottata una certa risoluzione, quando dovesse solidificarsi una certa direzione e quando verrebbe determinato un certo obiettivo collettivo. Questa è essenzialmente un’impotenza sistemica, una forma distinta di oppressione, e dando una forma federale a quei sistemi non si fa che istituzionalizzare le barriere su grande scala ottenendo l’effetto virtuale di uno stato. La libertà di associazione non è un rimedio alle dinamiche di potere interne di un’entità collettiva, ma solo a quelle dinamiche di potere condivise tra entità collettive. Il libero consenso, o il consenso ad essere governati, non equivale a trovare un accordo reciproco su come governare se stessi, né equivale a scegliere liberamente di governare se stessi. Un potere maggioritario è una forma di potere gerarchico, l’antitesi dell’anarchia, e non c’è decentramento che possa cambiarlo.

Forse il concetto di decentramento estremo ha delegittimato l’idea dello stato democratico liberale, ma pare che non sia arrivato a delegittimare completamente l’idea democratica nelle nostre teste. Forse già in partenza il nostro ideale di decentramento non era sufficientemente radicale, ideale su cui tornerò più in là. Anche in assenza dello stato, che è il monopolio centralizzato della violenza oppressiva, l’idea secondo cui la libertà di consentire, da sola, contenga in sé il più alto grado di anarchia all’interno di un’entità collettiva operante democraticamente è semplicemente assurda. Ironicamente, questo ragionamento ricorda quello “anarco-capitalista” per cui le gerarchie capitaliste sarebbero perfettamente in grado di diventare anarchiche una volta tolte dal modo organizzativo dello stato. Secondo questo ragionamento, la concorrenza (cioè la libera associazione con qualche connotazione capitalistica) sul libero mercato assicura che nessuno stato possa costringere una persona ad associarsi ad una particolare attività economica, e che dunque l’autorità assoluta del capitalista sul lavoratore salariato, nel contesto specifico di quell’attività o entro il monopolio territoriale della forza oppressiva e violenta data dalla proprietà del capitalista, sarebbe tecnicamente anarchica. Non importa se la concorrenza alla fine dissolve le attività capitaliste a causa delle inefficienze economiche; a livello politico è un errore perché in quel contesto di attività e proprietà esistono gerarchie. Nessun rapporto gerarchico può scaturire da una scelta logica, o dalla conscia realizzazione pratica di una filosofia anarchista, perché gerarchia e anarchia non si conciliano. I socialisti libertari riconoscono questo fatto, e criticano l’“anarco-capitalismo” su questo fronte. Io però penso che ci siano socialisti libertari che non riescono ad applicare questa stessa logica ai loro stessi processi decisionali. Anche privata della violenza oppressiva, la democrazia soffre dell’oppressione dovuta all’impotenza che impedisce ed espropria la capacità di ognuno di determinare la combinazione specifica di lavoro, capitale e talento ottimale. Questa impotenza potrebbe finire per rafforzare il bisogno di altre forme di oppressione, come la violenza, lo sfruttamento, l’imperialismo culturale, l’emarginazione, eccetera.

Messo alle corde, un socialista libertario, di qualunque genere, ribatte dicendo che una democrazia è meno gerarchica di un’attività capitalista, e che anche l’ipotesi peggiore di un 51% contro 49% è sempre meno unilaterale di un capitalista che fa quello che vuole senza sentire i suoi lavoratori. Forse è vero. Ma è anche vero che una persona può stare dalla parte perdente il 100% delle volte. Potrebbe non essere la normalità, ma è una possibilità insita nella democrazia. Anche se non tutti appartengono alla minoranza, la minoranza è governata da una maggioranza. In qualunque circostanza, si tratta di una gerarchia socio-politica, e il grado di unilateralità non cambia la cosa. Si potrebbe coinvolgere il voto della minoranza, ma non avrebbe alcun impatto sulle operazioni del gruppo quando si forma una maggioranza. Ovviamente, la maggior parte delle persone non sta sempre tra i perdenti, ma siccome qualche volta accade questo significa che la democrazia diretta non è tanto la dissoluzione delle gerarchie sociali quanto il continuo mutarsi e alternarsi delle persone che compongono la gerarchia maggioritaria.

Questo genere di gerarchia formale finisce anche per rafforzare le dinamiche di potere. Chi sta solitamente dalla parte vincente del voto può dar vita ad un proprio sottogruppo, generando così una tendenza maggioritaria che spinge gli elettori della minoranza a seguire la sua regola. Può nascere una dinamica di potere che consiste nel mettere a tacere il dissenso di chi ha un eguale potere di voto. Le proposte potrebbero non arrivare neanche al tavolo se qualcuno non si sente sufficientemente spinto a mandarle avanti perché una certa maggioranza e una certa direzione collettiva vincente sono diventate la norma. Questo svela il falso assunto secondo cui il voto indica necessariamente la partecipazione piena di tutti, perché il momento decisionale richiede qualcosa di più della votazione di proposte informalmente precostruite dalla maggioranza. È così che spesso i lavoratori in un luogo di lavoro capitalista dimenticano come funzioni l’economia per ogni individuo, rafforzando la credenza odiosa secondo cui l’organizzazione da cui dipendono sia solo un corpo sociale che opera per se stesso separatamente dagli interessi di ognuno di quelli che stanno nel “collettivo unitario”2. La democrazia non riconosce e non cambia questa condizione. Molti estremisti a questo punto mi prenderanno in giro dicendo che se a qualcuno non piace la direzione presa dal gruppo può sempre associarsi ad un altro di gruppo di suo piacimento, o semplicemente ingoiare il rospo e interiorizzare i costi delle decisioni della maggioranza per il bene dell’azione collettiva. Questi estremisti ripiegano sulla tesi della libera associazione. Ma come ho detto, approvare un certo modo di prendere le decisioni non cambia di per sé la natura strutturale del processo.

Molti si chiederanno quale è la mia proposta in fatto di potere deliberativo nel contesto dell’azione collettiva. Sicuramente l’anarchia, intesa come “governo di ognuno su ognuno” non può essere individualistica al punto da atomizzare la persona, come se fosse un essere isolato! È ovvio che ogni individuo nasce in un contesto sociale con relazioni complesse che progressivamente sviluppano il loro status di persona, le situazioni, i gruppi, le forme organizzative, eccetera. L’alternativa sarebbe la certamente tarata teoria di Crusoe offerta da austriaci ed economisti politici classici!

Io propongo il consenso. Ed ecco che tutti protestano: “il consenso non funziona in grossi gruppi”, “occorrono troppo tempo e energie per sviluppare consenso su ogni decisione”, “il consenso soffre delle stesse dinamiche di potere informale del gruppo compatto che hai appena citato a proposito della democrazia”, e altro. Certo il consenso si manifesta in molte forme, molte delle quali problematiche, ma io penso che alcune forme siano applicabili in maniera molto estesa a gran parte delle funzioni economiche di una società in cui la politica non è l’istituzionalizzazione dell’oppressione, o l’esercizio del potere e della manipolazione, ma piuttosto un processo reciproco di liberazione personale e sociale. Tra parentesi, un modello individuale e federale di gruppi basati sul consenso evidenzia anche la distinzione concettuale e storica tra decentramento anarchico e federazione anarchica (entrambi spesso richiedenti l’elezione democratica di delegati dei gruppi e delle regioni federate da mandare ai congressi internazionali) a favore di un concetto, in teoria, potenzialmente più coerente di distributismo, come si vede qui:

Detto ciò, è da aggiungere che un processo basato sul consenso potrebbe anche assumere una struttura gerarchica3 e dunque antitetica all’anarchia, ma penso che lasci più spazio alla sperimentazione. Supponiamo che dentro un gruppo basato sul consenso nasca nella pratica una dinamica di potere informale che subordini una minoranza o una maggioranza ad un volere autoritario, o che cacci via certi individui dall’associazione ricorrendo a barriere all’accesso create dalla sua gerarchia. Una certa mascolinità tossica, ad esempio, potrebbe scoraggiare le donne e le persone di colore dal partecipare e aderire all’associazione. Ma almeno questa dinamica non si cristallizza, come invece avviene con i meccanismi e le strutture di certe democrazie! Nella pratica, non tutti i modelli basati sul consenso diventano gerarchici, cosa che non si può dire della democrazia. Detto questo, piccoli gruppi basati su affinità possono facilmente diventare inclusivi e raggiungere il consenso senza ricorrere a strutture formali che evitino che i conflitti a spese del dialogo, gli obiettivi o gli accordi sulle proposte. Singoli individui, o anche piccoli gruppi, possono separarsi dal gruppo iniziale per seguire i propri fini. Questo fa a pezzi la nozione stessa di organizzazione formale, trasformando l’organizzazione informale in uno strumento chiaramente importante per un anarchista. Ma quando ci sono obiettivi che richiedono una vasta organizzazione, e quando a prescindere dall’obiettivo non vogliamo sacrificare il nostro appoggio di principio all’anarchia, io propongo una forma specifica di consenso conosciuto come “consenso formale basato sui valori”, o “consenso formale”. Si tratta di una forma adottata da Food Not Bombs4, forse il più grande e efficace progetto anarchico della storia recente.

Qualche anno fa ho avuto il piacere di incontrare C. T. Butler (cofondatore di Food Not Bombs) che aveva formulato il modello di consenso formale nel suo libro “On Conflict and Consensus”5. Abbiamo parlato della storia di Food Not Bombs, dei problemi comuni a vari modelli di consenso (come il modello cosiddetto Quacchero usato negli anni Settanta da attivisti antinucleari e il “consenso modificato” di David Graeber utilizzato ai tempi del movimento Occupy), delle dimensioni del modello e di come cercava di risolvere quei problemi. Il problema principale, da lui individuato in gran parte dei gruppi basati sul consenso e diventato un elemento critico tra i proponenti della democrazia diretta, è l’assenza di partecipazione che dia vita ad un gruppo centrale e un sistema di governo minoritario. In gran parte questo è causato dal fatto che chiunque può bloccare una proposta e dal fatto che il valore attribuito all’unanimità spesso promuove la discussione ma non risolve il consenso. C’è poi il fatto che la volontà di evitare certi conflitti causa problemi a lungo andare. Tutto ciò istituzionalizza il conflitto e crea un ambiente di esclusività, competizione e segretezza. Come soluzione, Butler proponeva un meccanismo procedurale che agevolasse la partecipazione più ampia, promuovesse il massimo della chiarezza sull’obiettivo collettivo unificato, e sollecitasse accordi su nuove proposte. Maggiore l’efficacia di questi meccanismi, e maggiore la partecipazione, assicurando così la natura orizzontale, inclusiva, trasparente e efficace del processo. Senza andare nel dettaglio, ecco uno schema che spiega come funziona il processo:

Sembra piuttosto complesso, ma non starò qui a discutere dei dettagli. Non a caso, spesso lo svantaggio di questo modello è che non tutti afferrano il processo e i sottostanti accordi dell’organizzazione (ovvero, gli alti costi disciplinari e le barriere all’accesso). Ho costruito la mia critica della democrazia in parte riferendomi alle barriere interne all’accesso, ma si tratta di barriere erette dalle gerarchie esistenti tra maggioranza e minoranza. Nel caso del consenso formale, le barriere all’accesso non vengono da gerarchie ma sono nella natura stessa dell’autogestione; o almeno di quell’autogestione associata alla forza lavoro altamente specializzata e alla complessa divisione del lavoro propria di una grossa organizzazione. Il consenso formale non fa altro che rivelare i costi reali della responsabilità individuale e dell’autogestione nelle grosse organizzazioni. Un costo che noi anarchici siamo disposti a pagare per avere la libertà. Perché lamentarsi? È un costo inferiore a quello di una democrazia con la sua istituzionalizzazione del conflitto, lo sfruttamento delle minoranze, la carenza di libertà e altri problemi. E al diavolo la democrazia!


Note

(1) Capitolo 2: Solutions to the Social Problem. (2011). In P.-J. Proudhon, & I. McKay (Ed.), Property is Theft! (p. 3). AK Press.

(2) Wilbur, S. P. (29 agosto 2015). All Actors Are Collective Actors: The Unity-Collectivity. Preso da The Proudhon Library: https://blog.proudhonlibrary.org/2015/08/29/all-actors-are-collective-actors-the-unity-collectivity/

(3) Ryan, H. (13 luglio 2007). Blocking Progress: Consensus Decision Making in the Anti-Nuclear Movement. Preso da LibCom.org: https://libcom.org/files/consensus.pdf

(4) Food Not Bombs. (senza data). Politics – Introduction. Preso da Food Not Bombs: https://www.foodnotbombs.net/bookpolitics.html

(5) Butler, C., & Rothstein, A. (1987). On Conflict and Consensus: a handbook on Formal Consensus decisionmaking. Preso da The Anarchist Library: https://theanarchistlibrary.org/library/c-t-butler-and-amy-rothstein-on-conflict-and-consensus-a-handbook-on-formal-consensus-decisionm

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