Di Kevin Carson. Articolo originale: James Scott: Non-State Spaces and Zomian Culture, del 15 febbraio 2014. Tradotto in italiano da Enrico Sanna.
Noi tendiamo a vedere l’ideologia dal punto di vista di chi governa, come uno strumento legittimante. Ma l’ideologia serve anche gli scopi di chi è governato, guida all’azione a vantaggio dei suoi interessi di classe.
Le rispettive ideologie di governanti e governati tendenzialmente dipendono l’una dall’altra. L’ideologia legittimante ufficiale di chi governa si richiama a norme di legittimità che concordano con la cultura dei governati. L’ideologia di movimenti resistenziali si serve spesso delle norme di legittimità di chi governa come arma contro di loro.
Quest’ultimo fenomeno, la contestazione o l’inversione dei simboli dell’ideologia ufficiale per utilizzarli come strumento di opposizione, è l’argomento di questo saggio.
James C. Scott: Spazi astatuali e Cultura di Zomia
Nel suo L’arte di non essere governati: Una storia anarchica degli altopiani del Sud-est asiatico, James Scott considera Zomia, gli altopiani del sudest asiatico, un esempio paradigmatico di quelle che lui chiama “zone senza stato”.
E questo è il tema centrale del libro: “zone senza stato e zone governate”. Le zone governate, scrive Scott ne Lo sguardo dello stato, sono zone popolose che coltivano cereali, e che “producono un surplus di cereali… e di forza lavoro di cui lo stato può appropriarsi relativamente facilmente.” Nelle zone senza stato la situazione è l’opposto, il che “limita drasticamente la possibilità appropriarsene con certezza.”[1]
Avrebbe potuto essere questa la frase d’apertura del suo prossimo libro, L’arte di non essere governati. Spiega l’autore[2] che Lo sguardo dello stato è frutto delle stesse ricerche da cui nasce L’arte di non essere governati. L’originario scopo era “capire perché lo stato è sempre apparso nemico delle ‘popolazioni mobili’…” Le sue ricerche sulle “continue tensioni tra popolazioni seminomadi che praticavano il debbio e i regni delle vallate dove si coltivava il riso”, con tutto l’insieme di nomadi e schiavi fuggitivi, spingono Scott a concentrarsi sulla leggibilità come ragione alla base della sedentarizzazione e delle politiche di tipo statuale. Sviluppato l’argomento, torna alla questione principale ne L’arte di non essere governati.
In quest’ultima opera, Scott studia le popolazioni di “Zomia”, gli altopiani che si estendono tra diversi paesi del sudest asiatico, popolazioni in gran parte fuori dalla portata degli stati locali. Scott fa un parallelo tra gli abitanti di Zomia e altre popolazioni di zone non governate come cosacchi, “highlander” e “hillbilly”, popolazioni nomade come i romanichal, i pavee irlandesi e i loro corrispondenti inglesi e le comunità di schiavi fuggitivi delle paludi del sud degli Stati Uniti.
Gli stati cercano di ottimizzare l’appropriazione dei raccolti e lo sfruttamento della forza lavoro organizzando lo spazio statale in modo da “garantire ai governanti un sostanziale e costante surplus di forza lavoro e cereali con il costo più basso possibile…” Lo stato concentra geograficamente la popolazione, impone colture ad alto valore geograficamente concentrate al fine di minimizzare i costi di gestione sia del territorio che delle transazioni che gli permettono di appropriarsi della di forza lavoro e cereali.[3] Una zona governata comprende un grosso “territorio centrale” in cui la produzione di cereali è geograficamente concentrata e “a pochi giorni di marcia dal centro del potere”, non necessariamente contigua ad esso ma almeno “relativamente accessibili a ufficiali e soldati provenienti dal centro tramite rotte commerciali o vie d’acqua navigabili.”.[4] I territori governabili sono dunque principalmente zone ad alta densità agricola caratterizzate da corsi d’acqua o pianure facilmente accessibili.[5]
Una zona senza stato è semplicemente l’opposto delle zone governate: è un modello “stato repellente, vale a dire, un sistema agro-ecologico particolarmente sfavorevole alle strategie statali di accumulazione di forza lavoro e cereali. … [U]no stato eviterebbe di incorporare zone di questo tipo, dal momento che i costi amministrativi e militari probabilmente sarebbero superiori al ritorno in forza lavoro che potrebbe ottenere.”[6]
Come una popolazione dispersa sul territorio è piú difficile da catturare, allo stesso modo piú le coltivazioni sono sparpagliate piú sono difficili da confiscare. Se queste coltivazioni fanno parte della gamma di un coltivatore itinerante, risulteranno fiscalmente sterili per gli stati e i razziatori e considerate «non degne del disturbo» o, in altre parole, uno spazio non statale.[7]
Gli spazi non statali traggono beneficio dalle varie “frizioni” che rendono più costoso appropriarsi di forza lavoro e raccolto, allungando quindi il braccio dello stato. Tra gli elementi di frizione c’è la distanza[8] (praticamente una tassa sul governo proporzionale alla distanza), la topografia impervia della regione e il clima stagionale.[9] In quest’ultimo caso, alla popolazione era sufficiente “aspettare che con la pioggia si interrompessero (o che fosse più facile interrompere) le linee di comunicazione mettendo la guarnigione davanti alla scelta tra il ritiro o la fame.”[10]
Secondo Scott, in Zomia…
Quasi ogni aspetto del modo di vivere, dell’organizzazione sociale, delle ideologie e persino (in modo piú controverso) delle culture, per lo piú orali, di questi popoli si può interpretare come un posizionamento strategico inteso a tenere lo stato a distanza. L’essere fisicamente dispersi in territori impervi, la mobilità, le pratiche agricole, la struttura parentale, la flessibilità delle identità etniche e la devozione a leader profetici e millenaristi sono mezzi per evitare di essere incorporati negli stati e fare in modo che tra loro non sorgano dei sistemi di tipo statale.[11]
Per evitare “tasse, lavoro di corvée, reclutamento coatto, hanno praticato quella che chiamerò agricoltura di fuga: forme di coltivazione pensate per contrastare l’appropriazione da parte dello stato. Sarebbe giusto chiamare anche la loro struttura sociale «di fuga», in quanto congegnata per favorire la dispersione e l’autonomia e quindi evitare la subordinazione politica.”[12]
Zomia è una delle tante zone senza stato nel mondo, che si tratti di società stanziali o nomadiche, o di secessionisti che votano con i piedi: cosacchi, romanichal, pavee, “mondi utopici pirata” o le “comunità isolate trirazziali” descritte da Hakim Bey.
Quest’ultimo gruppo, che purtroppo deve il nome al movimento eugenetico tra Ottocento e Novecento, era formato da discendenti di schiavi neri fuggitivi, schiavi per debiti e indiani, ed era costituito da una serie di comunità autonome che tra le paludi dell’interno degli Stati Uniti. Laddove le tribù indigene erano in numero sufficiente, la struttura tribale rimaneva e i fuggitivi bianchi o neri venivano assimilati. Altrove la popolazione si amalgamava a formare una nuova identità etnica. Alcune delle nuove comunità amalgamate sintetizzavano identità tribali indiane o dichiaravano di essere state adottate. Qualcosa del genere sta probabilmente accadendo con la “ritribalizzazione” dei cananei israeliani che si dichiarano discendenti dei figli di Giacobbe.
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Note
1 James C. Scott, Lo sguardo dello stato.
2 Ivi.
3 James C. Scott, L’arte di non essere governati: Una storia anarchica degli altopiani del Sud-est asiatico.
4 Ivi.
5 Ivi.
6 Ivi.
7 Ivi.
8 Ivi.
9 Ivi.
10 Ivi.
11 Ivi.
12 Ivi.






