Crescita della Decrescita e Confusione Socialdemocratica

Di Asem. Originale pubblicato il 23 gennaio 2020 con il titolo The Growth of Degrowth and the Confusion of Democratic Socialists. Traduzione di Enrico Sanna.

Bisogna ammettere che chiunque abbia inventato l’espressione Decrescita ha fatto un pessimo servizio a chi sostiene che occorre ridimensionare l’attuale modo di produzione industriale per, ad un tempo, fermare i cambiamenti climatici e migliorare le condizioni di vita di tutti. Detto semplicemente, la Decrescita è una proposta che punta a ridurre le emissioni di anidride carbonica riducendo il bisogno di risorse necessarie alla vita nelle società industrializzate. Tra le proposte c’è un ritorno all’agricoltura locale con il consumo di prodotti di stagione al posto dell’attuale industria alimentare, o la produzione locale di energia, ad esempio con pannelli solari e impianti eolici, al posto dell’energia da combustibili fossili che genera traffici intercontinentali. Chi propone queste cose ammette che ciò comporta un cambio drastico dello stile di vita per tutti, anche i poveri. Molti beni di base oggi largamente accessibili non sarebbero più tali. Sarebbe difficile, ad esempio, farsi un panino al tonno in località lontane dal mare. Mentre le grosse attività produttive, dato il loro attuale consumo energetico, smetterebbero di funzionare. Una volta riconosciuti i sacrifici, dobbiamo ammettere però che la Decrescita porta con sé molti benefici, come il taglio di due terzi della settimana lavorativa e il calo drastico degli affitti rispetto ai redditi.

La Decrescita è un prodotto diretto del movimento ambientalista, ma le idee non sono una sua esclusiva. Almeno in ambito anarchico, l’idea di piccole attività manifatturiere e agricole, gestite da una rete di contadini e operai con funzioni in parte intersecantisi e scambiabili, può essere fatta risalire alle idee di Kropotkin di un secolo fa, ma la ritroviamo anche – con più chiarezza e coscienza ecologica – negli scritti di Murray Bookchin e, nell’ultimo decennio, nell’anarchico Peter Gelderloos di An Anarchist Solution To Global Warming. Qui Gelderloos immagina piccole città senza automobili, con una produzione agricola locale, la trasformazione dei rifiuti in biocarburanti, energia prodotta localmente in piccoli impianti che, con alcune eccezioni come gli ospedali, di notte sono spenti. Le sue idee riguardo la lotta al riscaldamento globale sono praticamente quelle di chi propone la Decrescita. Di questi ultimi Gelderloos condivide anche lo scetticismo verso il progresso tecno-scientifico. Detto ciò, troviamo le stesse idee anche altrove.

Ultimamente è nato un dibattito tra sostenitori della Decrescita e marxisti democratici ugualmente interessati a problemi ecologici. Kevin Carson ha affrontato il tema in un saggio recente, in cui giustamente mostra le sue simpatie per la Decrescita. Carson vede però nelle due parti una sorta di imprenditorialismo verde che impone tassi di anidride carbonica dai palazzi del potere comandati da politici eletti che pigiano bottoni su un grande schermo mentre scienziati in camice si danno da fare per tenere in piedi Project Cybersyn 2.0, mentre il resto della società si alza la mattina e riceve le istruzioni sul cellulare, va a lavorare presso la Walmart dei Lavoratori e produce tutto quello che il Socialismo Cibernetico gli ordina di produrre per tenere viva la pianificazione centrale. Pur dichiarando guerra a questi “Ecomodernisti”, Kevin ha trascurato alcuni punti dei fautori della decrescita, soprattutto il fatto che hanno scarso interesse per le frizioni di classe. I sostenitori della decrescita analizzano i problemi di classe in due testi almeno (uno parla della questione della rendita e dell’allungamento dell’orario di lavoro per potersi permettere la casa e limitare la propria impronta ecologica), ma sono riluttanti ad ammettere che all’origine del problema ci sono i proprietari delle case e, in un elenco di proposte, solo un punto va in questa direzione. I sostenitori della Decrescita chiedono di “sostenere il settore economico cooperativo no-profit che si sta espandendo in Spagna”, il che si tradurrebbe in cooperative di consumo e credito mutuo o, a voler essere proprio buoni, cooperative di lavoratori come la spagnola Mondragon. Improbabile, vista l’assenza di una critica chiara sul lavoro salariato e sulle relazioni sociali dipendente-datore nei testi sulla Decrescita. Questo non significa che tra loro non ci sono rossi, ma semplicemente che la Decrescita somiglia più ad una sorta di socialdemocrazia comunistica fortemente regolata.

Visto che nessuna delle parti giunge ad una definizione precisa della “crescita”, si finisce per parlarsi addosso reciprocamente, e non aiuta il fatto che una parte si definisca “decrescita” nonostante tra le proprie fila ci sia una frangia di primitivisti e sostenitori anti-civilizzazione. Non meraviglia se da fuori si fatica a capire i concetti. Tra i marxisti confusi c’è Leigh Phillips, autore di The People’s Repubblic of Walmart e Austerity Ecology & the Collapse-Porn Addicts: A Defence of Growth, Progress, Industry and Stuff. Kevin Carson dedica quasi quaranta pagine, su cinquanta, alla confutazione delle sue tesi. Phillips, autodichiaratosi nemico della Decrescita e sostenitore accanito della crescita, in realtà sostiene la crescita solo per certi versi, come il prodotto interno lordo, la produttività oraria in fabbrica, e la crescita in termini di reddito annuale della classe lavoratrice. Allo stesso tempo, Phillips è contro la crescita quando questa produce disoccupazione, detenuti e senzacasa. Da marxista qual è, si entusiasma per le vittorie della classe lavoratrice, come la giornata lavorativa di otto ore e il fine settimana libero, e immagino che sarebbe favorevole alla proposta, che sta prendendo piede, di ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni. Insomma, Phillips è un sostenitore della decrescita, con la minuscola e solo per certe cose.

Il teorico della Decrescita Jason Hickel ha recentemente scritto un articolo che già nel titolo ha due termini in contraddizione semantica tra loro: ‘degrowth’ and ‘radical abundance’ (‘decrescita’ e ‘abbondanza totale’, ndt). Nel sottotitolo troviamo una frase che, se presa fuori contesto, sembrerebbe estratta da qualche libro o articolo sul comunismo di lusso completamente automatizzato: “Una delle affermazioni fondamentali dell’economia della decrescita è che ristabilendo i servizi pubblici e allargando i beni comuni si potrà avere ciò che occorre per vivere bene senza dover avere un forte reddito.” È vero che tra i sostenitori della Decrescita ce ne sono che diffidano della scienza e della tecnica, persone che non esitano a dire che per evitare i cambiamenti climatici dobbiamo tornare allo stile di vita degli anni cinquanta, ma sono proprio quelli come Hickel, sostenitori più dell’abbondanza materiale che della scarsità, che hanno una posizione più articolata con la loro critica della crescita in termini di prodotto interno lordo, e che coerentemente limitano la “decrescita” ad una piccola porzione delle attività sociali, come il lavoro salariato, la rendita, la produzione di massa capitalista, cose la cui riduzione si tradurrebbe in una crescita del tempo libero, maggiore spazio vivibile, alimenti demercificati per tutti e, cosa importantissima, crescita delle arti e delle scienze in conseguenza dell’abbondanza di tempo libero e della ricerca di un’attività che abbia un senso.

Phillips e quelli come lui vanno in confusione, o non capiscono il punto, quando si parla di calcolo, e questo per due ragioni. La prima è che la decrescita usa letteralmente la stessa etichetta di un sottogruppo degli pseudoprimitivisti, così che è difficile superare i condizionamenti generati dall’associazione mentale. E dato che Phillips ha scritto un intero libro in materia, è difficile perdonare questo passo falso. La seconda riguarda l’economia e il calcolo ecologico, per cui Phillips e i suoi colleghi Srnicek e Williams (autore di Inventing the Future) faticano a comprendere la superiorità della produzione iperlocale operata da piccoli gruppi in organizzazioni fluide pensate appositamente.

Srnicek e Williams fanno l’esempio della contabilizzazione delle emissioni. Nonostante l’impronta ecologica lasciata dal trasporto intercontinentale, dicono, importare prodotti agricoli fuori stagione in Gran Bretagna è più ecologico che produrre a livello nazionale. Questo perché il sistema globale ottimizza i flussi e aumenta la produzione così da permettere ai britannici di avere questi prodotti a basso prezzo e con una minore impronta ecologica. Verissimo. Pertanto, ogni volta che si fa il calcolo economico della produzione di massa opposta ad organizzazioni stigmergiche ad hoc di produttori e consumatori indipendenti, ecco che la prima risulta sempre più efficiente e produttiva, ma solo nel presente. L’errore del paragone sta nel fatto di misurare l’efficienza in quel momento senza considerare la crescita e l’evoluzione. Per quanto Phillips abbia scritto un libro intitolato In Defense of Growth, Progress, Industry and Stuff, le tesi esposte difendono l’efficienza nel presente, non tengono conto del futuro.

Poniamo ad esempio che si voglia rifornire di banane a febbraio una grossa città del nord come Vancouver, in Canada. Se non ci fossero i grossi aiuti statali a sostegno delle reti logistiche globali e le loro infrastrutture commerciali, quasi nessuno a Vancouver potrebbe comprare banane, che per i lavoratori diverrebbero un bene di lusso come il caviale o lo champagne. Una vera alternativa sarebbe lo sviluppo di tecnologie sufficientemente economiche, come la crescita in container climatizzati, e produrre banane localmente durante l’inverno. All’inizio la produzione sarebbe molto costosa, forse cinque o dieci volte tanto, e accessibile solo ai ricchi, ma con un tasso di progresso al livello di due cifre percentuali l’anno, ovvero un decimo della legge di Moore, nel giro di un decennio o due i costi sarebbero inferiori a quelli dell’agricoltura industriale con prodotti di sintesi, modifiche genetiche e sistemi a clima controllato. E il tutto verrebbe fatto non da un esercito di pianificatori centrali con enormi catene logistiche che attraversano il globo, ma da qualche decina di supermercati di Vancouver che coltiva banane in container sul tetto e condivide informazioni utili con altri produttori in altre città. Certo, qualcuno potrebbe dire che queste stesse tecnologie potrebbero essere utilizzate anche in qualche sorta di socialismo cibernetico, ma si ripresenterebbe il problema delle dimensioni di scala. Viste le dimensioni molto più grandi, sperimentare varianti e configurazioni fino a raggiungere il metodo scientificamente ottimale costerebbe molto di più a causa dei maggiori costi generali e della maggior manodopera necessaria a mettere in atto ogni più piccolo atto, e questo frenerebbe il progresso. Secondo la capitalista Silicon Valley, il sistema ottimale per lo sviluppo industriale passa da un’infrastruttura formata da una piccola rete di finanziatori che diano finanziamenti d’avvio a piccoli gruppi di non più di una dozzina di persone con un alto tasso di fallimento, salvo poi scegliere quei gruppi che hanno successo e acquisirne l’attività con grassi assegni al fine di allargare il proprio monopolio, invece di spendere un sacco di soldi per fare tutto in casa.

Se quelli come Phillips fossero per il progresso, dovrebbero sostenere un sistema ideale di produzione che dia la massima libertà di sperimentare, sbagliare, aggiustare e avere successo, diffondendo la conoscenza di ciò che funziona e non. Le organizzazioni si ridurrebbero ad una sola persona. Ma visto che gran parte di ciò che facciamo ne richiede di più, la regola dovrebbe essere: il numero più prossimo ad uno. Il sistema assumerebbe la forma grafica di una distribuzione esponenziale in cui gran parte delle organizzazioni è composta da una unità, quindi una coppia, quindi poche dozzine, e infine una coda formata da un piccolo numero di grosse organizzazioni le cui condizioni sono dettate da realtà oggettive, come nel caso delle cooperative di minatori del rame in Cile che hanno diverse migliaia di soci. Questo capovolge la tendenza attuale, che consiste nel mettere su la più grande organizzazione possibile in forma monolitica per poi cercare di farla andare con un voto popolare a due opzioni: sì o no; o, peggio ancora, alienare la classe lavoratrice delegando ad una classe minoritaria di parlamentari il compito di ampliare il numero delle opzioni fino alle centinaia. Ridimensionando il modello organizzativo e le unità produttive, i lavoratori possono andare oltre la democrazia, riunendosi in gruppi di affinità e decidendo consensualmente, cose semplicemente impossibili in un consiglio comunale o in un’assemblea di lavoratori.

Apparentemente, molti socialdemocratici e ecomodernisti stanno facendo gli stessi errori delle rivoluzioni repubblicane del passato, oggi un relitto sociale dell’epoca dei re e degli imperatori. Queste rivoluzioni hanno mantenuto al servizio della borghesia tutto quel macchinario statale pensato per servire re e nobili, unicamente sostituendo i vertici del potere con un parlamento democratico. Le rivoluzioni borghesi non sono mai monolitiche, al loro interno c’è sempre un certo numero di egalitari, e ci sono buone ragioni per credere che il liberalismo classico abbia lontane origini in quegli artigiani e contadini populisti e indipendenti inglesi che formarono un primo embrione del pensiero socialista. Prendendo le redini di uno stato pensato per la monarchia, i Digger inglesi, i contadini populisti americani, e i manovali indipendenti che possedevano solo la propria forza lavoro, tutti questi misero su movimenti sociali per conto proprio e non andarono da nessuna parte. Il Regno del Terrore dei Giacobini dovrebbe insegnarci che le istituzioni nate per servire i re non generano Libertà, Eguaglianza e Fratellanza per le masse neanche se aggiungiamo una classe di parlamentari con una ghigliottina in cima. Così come le democrazie liberali hanno portato ad un miglioramento delle condizioni di vita, lo stesso accadrebbe se aziende gigantesche come Amazon e Walmart fossero rilevate e poste sotto il controllo dei lavoratori. Se i lavoratori dovessero rivoltarsi improvvisamente e la famiglia Walton o Jeff Bezos dovessero ritrovarsi a negoziare un piano d’uscita e cedere tutto ai lavoratori ad un prezzo conveniente per non rischiare il fallimento per uno sciopero generale, la cosa farebbe uscire dalla povertà milioni di lavoratori, a cui si aggiungerebbero decine di milioni di famiglie e più considerando le esternalità positive.

Le organizzazioni comunitarie possono servirsi di ciò per creare istituzioni particolari, ad esempio dedicando un settore particolare ai “prodotti fatti in casa”, a favore delle famiglie locali che rischiano lo sfratto, da rivendere a prezzo di costo o al fine di usare il surplus per finanziare cooperative di lavoratori locali. Tutto bene, ma poi c’è un modello gestionale con milioni di lavoratori che votano in elezioni paragonabili a quelle nazionali. È nell’interesse dei lavoratori mantenere la struttura ereditata dalle grandi istituzioni piramidali per proteggersi dalla concorrenza capitalista; ma va anche detto che tutte le strutture gerarchiche in aziende come Walmart servono a dirottare le informazioni e il controllo verso l’alto affinché i capi possano prendere le decisioni. Una volta che il potere decisionale è nelle mani dei lavoratori, i quali oltretutto sono i veri produttori, le strutture gerarchiche, utili solo a dare esecutività alle decisioni dei vertici, diventano uno spreco di energie. Se i lavoratori, in un ipotetico luogo di lavoro rinnovato di un’ipotetica cooperativa Walmart, volessero allargare la propria libertà, non dovrebbero far altro che eliminare gli ormai inutili quadri ed esecutivi, solo così questa nuova ipotetica Walmart si discosterebbe da una unità produttiva monolitica di tipo sovietico gestita da un comitato eletto di pianificatori centrali, per assumere le sembianze di un insieme di cooperative di lavoratori indipendenti gestite dal basso, con risorse comuni logistiche e di pianificazione, condivisione del reddito, accordi mutui e un sistema di vasi comunicanti che permette l’interrelazione tra lavoratori, unità produttive e organizzazioni.

Tutta la questione si riduce ad una discussione non sull’aumento o meno della crescita economica, ma su come misurare crescita e benessere. Vogliamo una società gestita da un governo socialdemocratico comunitario che si occupa dei cambiamenti climatici, mentre la maggioranza delle persone lavora meno ore e ha più tempo libero e non vuole seccature su questioni come la casa? O vogliamo uno stato nazione democratico pianificato centralmente, in cui i lavoratori possono permettersi beni di consumo di massa ma devono passare gran parte della loro vita al lavoro? Entrambe le parti pensano che la soluzione passi attraverso un’enorme autorità di regolamentazione e un potere decisionale democratico, sono in disaccordo soltanto sulla posizione di tale autorità di regolamentazione: a livello nazionale o locale? Per il resto, pensano che occorra mantenere le attuali strutture piramidali, con un po’ più di controllo democratico al vertice.

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