Ricordando il Patto Molotov-von Ribbentrop

Di Darian Worden. Originale pubblicato il 23 agosto 2018 con il titolo Remembering the Molotov-Ribbentrop Pact. Traduzione di Enrico Sanna.

Tutti i regimi autoritari sono infidi e violenti. Il patto firmato da Molotov e von Ribbentrop, accordo tra Unione Sovietica e Germania nazista in vigore dal 1939 al 1941, mostra il pericolo che i programmi degli autoritarismi rappresentano per chiunque stia entro il loro raggio d’azione. Il patto aiutò Hitler a lanciare la sua tanto ambita guerra razziale, aiutò Stalin nelle sue guerre espansionistiche, e terminò con un tradimento e milioni di morti.

Il patto rientrava nella cornice ideologica e negli obiettivi strategici di Stalin. Stalin era un opportunistico espansionista che agiva come se il suo regime fosse la punta avanzata di una rivoluzione sincera. Era convinto che capitalisti e fascisti, in lotta contro l’Urss, si sarebbero indeboliti a vicenda. L’obiettivo di Stalin non era solo star fuori dalla guerra imminente, ma trarne guadagno alla prima occasione. I pianificatori sovietici pensavano che guadagnando territori in Polonia avrebbero rafforzato le capacità difensive dell’Urss e indebolito il nazionalismo polacco. Alla fine degli anni Trenta, Stalin avanzava forti richieste territoriali.

Adolf Hitler vedeva nell’Unione Sovietica un nemico particolare. Parlava dei bolscevichi come di un nemico ideologico alleato degli ebrei, che il Nazional Socialismo doveva annientare. A posteriori, Goebbels definì il patto “una macchia sul nostro scudo”. Un patto tra i due paesi poteva aver luogo solo se i due leader avessero esercitato l’opportunismo più cinico, con uno Stalin incredibilmente convinto delle sue capacità di trattare con Hitler.

Furono gli eventi dei tardi anni Trenta ad avvicinare i due improbabili alleati. Stalin aveva bisogno di tempo per ricostruire l’Armata Rossa devastata dalle purghe di fine decennio. Ed era sempre più diffidente di Francia e Gran Bretagna perché non reagivano energicamente alle azioni di Hitler e Mussolini.

Gli Accordi di Monaco del 1938, con cui Francia e Gran Bretagna lasciarono che Hitler si annettesse la Sudetenland (trampolino di lancio dell’occupazione cecoslovacca) infransero ogni fiducia di Stalin negli alleati occidentali. Il rifiuto del primo ministro britannico Neville Chamberlain di invitare Stalin ai negoziati confermò questa sfiducia. Stalin vedeva nell’accordo con la Germania l’unica possibilità per dividere l’Europa in sfere d’influenza. Come gli alleati occidentali, anche lui equivocò enormemente le intenzioni e la voglia di guerra di Hitler.

Nella primavera del 1939, l’Urss inviò messaggi diplomatici alla Germania nazista al fine di promuovere relazioni più amichevoli. Avviando la nuova linea diplomatica, Stalin iniziò una purga del corpo diplomatico per eliminare gli ebrei presenti. L’ex ministro degli esteri Maxim Litvinov fu congedato e sostituito con Vjačeslav Molotov. I componenti dello staff diplomatico furono arrestati e, in qualche caso, uccisi. Stalin, che vedeva nei leader ebrei un ostacolo alla riconciliazione con Hitler, diede l’ordine di “Ripulire la ‘sinagoga’”. Contemporaneamente cercò di negoziare una possibile alleanza con Francia e Gran Bretagna, pur con esiti improbabili. I gruppi diplomatici inviati in Unione Sovietica erano insignificanti, ma Stalin non smise mai di chiedere che le forze armate sovietiche avessero libertà di movimento in Polonia e Romania in caso di ostilità.

A conti fatti, Hitler e Stalin avevano altro da offrire l’uno all’altro. Un accordo avrebbe permesso a Hitler di dare inizio alla guerra senza dover subire la reazione dell’Unione Sovietica… almeno all’inizio. Quanto a Stalin, pensava di poter ricostituire le forze sovietiche mentre la Germania veniva logorata dalla guerra. Entrambi vedevano l’occasione per soggiogare la Polonia, mentre Stalin aspirava ai territori degli stati baltici e altri territori in Romania.

I negoziati ebbero luogo durante l’estate del 1939 e si conclusero con il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop che portava una sua delegazione a Mosca per incontrare Molotov e Stalin. L’amichevole conferenza subì una breve interruzione quando von Ribbentrop contattò Hitler per chiedergli il parere riguardo le richieste territoriali avanzate da Stalin, richiese che Hitler approvò immediatamente. Il 23 agosto 1939 fu firmato il patto tedesco-sovietico di Non Aggressione, detto anche Patto Molotov-von Ribbentrop. Il patto conteneva parti pubbliche che promettevano relazioni pacifiche tra i due paesi, ma anche protocolli segreti che delineavano le aree di influenza in Europa Orientale e le linee guida degli interventi aggressivi.

Il primo settembre 1939 le forze tedesche invasero la Polonia. La guerra di Hitler era cominciata.

Con l’inizio della guerra si rafforzò la cooperazione tra nazisti e comunisti, e i nemici ideologici diventarono alleati militari. In Revolution from Abroad, Jan T. Gross spiega come i sovietici, seguendo gli accordi, diedero l’ordine alla stazione radio di Minsk di ripetere spesso la parola chiave “Minsk” durante le trasmissioni come assistenza alll’aviazione tedesca. Alla vigilia dell’invasione della Polonia, prevista per il 17 settembre, i sovietici inviarono alla Germania copia della bozza di un messaggio destinato all’ambasciatore polacco. Il messaggio fu adattato alle richieste tedesche. Germania e Urss discussero in varie occasioni il ridisegno delle aree di influenza e la coordinazione dei movimenti delle truppe. Ad ottobre, durante un comizio, Molotov si vantò: “Due colpi rapidi alla Polonia, prima l’esercito tedesco e poi l’Armata Rossa, e niente è rimasto di quello sgorbio partorito dal Trattato di Versailles.”

Le conseguenze della cooperazione tedesco-sovietica furono terribili per la popolazione oggetto della doppia occupazione. I sovietici uccisero oltre 20.000 tra ufficiali polacchi e altri considerati potenziali leader, mentre centinaia di migliaia di polacchi ed ebrei furono deportati in zone remote dell’Urss dove vissero in condizioni disperate. Da parte tedesca, la guerra razziale di Hitler si fece seria. Le truppe tedesche uccidevano indiscriminatamente i civili, giustiziavano in massa i prigionieri di guerra e rinchiudevano gli ebrei in ghetti sovraffollati con poche risorse. Gli ebrei venivano derubati e uccisi impunemente. Solo l’invasione sovietica bloccò il progetto di ripopolamento razziale delle terre polacche.

Intanto ad est Stalin continuava le sue mosse espansionistiche. Nel 1939-40 lanciò una disastrosa invasione della Finlandia, indebolendo ulteriormente l’Armata Rossa e creandosi un nemico sicuro. Estonia, Lituania e Lettonia capirono cosa significava firmare un trattato con il vicino sovietico quando quest’ultimo occupò i loro territori con l’Armata Rossa. L’estate seguente, l’Urss si annesse i tre stati baltici e cominciò la deportazione di migliaia di persone in Siberia.

Ad occidente, Hitler attaccò i suoi vicini a cominciare dall’invasione francese del giugno 1940. Il patto siglato con Stalin assicurava alla Germania la fornitura di tutto ciò che occorreva a portare avanti la guerra, come i preziosi cereali, il petrolio e le risorse minerarie. L’Urss faceva anche da mediatrice per altri commerci, compreso quello della gomma.

Nel periodo intercorso tra la firma del patto e l’invasione dell’Urss, le organizzazioni partitiche comuniste controllate da Mosca appoggiarono gli sforzi militari nazisti. Racconta David Wingeate Pike che dopo la resa della Francia nel 1940 i comunisti francesi agirono autonomamente con atti di sabotaggio e propaganda antinazista, ma senza l’aiuto dei vertici del Partito Comunista Francese. Il quotidiano del partito scrisse: “I rapporti amichevoli tra i lavoratori parigini e i soldati tedeschi fanno enormi progressi. Ne siamo felici. Stringiamoci la mano.” Il partito in seguito disse che si trattava di un tentativo di indottrinare e demoralizzare i soldati tedeschi, ma è difficile leggere nell’articolo qualcosa di diverso da da un’esaltazione della collaborazione con la macchina da guerra della Germania nazista.

Hitler pensava che, prima o poi, la Germania nazionalsocialista avrebbe dovuto attaccare il suo nemico ultimo, l’Unione Sovietica bolscevica, e la guerra prometteva essere una lotta esistenziale senza pietà per il nemico razziale. Intendeva così portare le risorse sovietiche sotto il proprio controllo così da dimostrare alla Gran Bretagna che non poteva confidare nell’Urss. Nonostante gli ovvi pericoli di una guerra su due fronti, Hitler volle attaccare l’Urss approfittando della sua momentanea debolezza.

Anche Stalin pensava che la guerra con la Germania fosse inevitabile, ma non immaginava che Hitler avrebbe attaccato in quel momento, per quanto i documenti in suo possesso dicessero il contrario. Stalin si approntava alla guerra con la Germania fin dalla fine del 1940, ma riteneva gli apparati militari ancora impreparati e sperava di ritardare il conflitto con la diplomazia e l’acquiescenza. Ancora alla vigilia della guerra, obbedendo agli interessi politici più che all’esperienza e alle tecniche militari dell’Unione Sovietica, ordinò una serie di purghe che aumentarono il caos.

Già nella primavera del 1941, le spie avevano rivelato a Stalin la data prevista per l’invasione tedesca. Ma Stalin agiva come se Hitler fosse un capo di stato razionale, non lo riteneva capace di iniziare una guerra su due fronti in quanto la divisione dell’Europa Orientale andava a vantaggio di entrambi. Stalin vacillò nervosamente nei mesi precedenti la guerra, confidava nei suoi pii desideri e nella timorosa obbedienza dei suoi luogotenenti. Pur ritenendo la guerra inevitabile, Stalin si rifiutava di credere alle prove evidenti della sua imminenza, e ancora due settimane prima dell’invasione se la prese con i generali Timošenko e Zhukov che citavano i dati dello spionaggio.

Con l’approssimarsi della guerra, nonostante gli avvertimenti di numerosi disertori tedeschi che l’attacco era imminente, Stalin liquidò le mosse tedesche come provocazioni, non come preparazioni in vista di un’invasione. Arrivò anche ad ordinare l’esecuzione di un comunista tedesco, fuggito dalla sua unità per avvertire dell’attacco, accusandolo di diffondere “disinformazione”. Ancora alla vigilia dell’invasione, i treni sovietici trasportavano beni in Germania.

La mattina del 22 giugno 1941, la macchina da guerra della Germania nazista, assieme ai suoi alleati, iniziò il massiccio attacco contro l’Unione Sovietica. Ma anche alla notizia dei numerosi attacchi Stalin continuò a credere che si trattasse di provocazioni da parte di singoli ufficiali tedeschi, non opera di Hitler in persona, finché non fu l’ambasciatore tedesco a consegnare la dichiarazione ufficiale di guerra.

Con le prime bombe sulle città, il patto Molotov-von Ribbentrop divenne carta straccia. I tedeschi e i loro alleati lanciarono una guerra indiscriminata contro tutti e incoraggiarono i pogrom, mentre i nazisti mettevano in pratica uno sterminio razziale fatto di pallottole, fame e, infine, gas. I campi di sterminio, messi su dai nazisti in territori presi alla Polonia, divennero l’epicentro del massacro in quel furioso genocidio che avrebbe portato alla morte sei milioni di ebrei. Ottimisticamente, i nazisti avevano previsto la morte di altre decine di milioni di esseri umani nell’Europa Orientale, a cui si sarebbero aggiunte milioni di persone deportate o ridotte in schiavitù. La popolazione sovietica lottò con coraggio, brutalità ed eroismo contro il massacro, svolgendo un ruolo chiave nella vittoria delle truppe alleate contro il fascismo. Per milioni di loro, la brutalità e l’avventatezza di Hitler e Stalin significarono la morte.

La guerra finì per rafforzare enormemente le manie espansionistiche di Stalin. Se nel 1939 voleva che la Polonia scomparisse dalle mappe, alla fine della guerra già immaginava una Polonia comunista con un governo fantoccio. Nel 1944, l’esercito nazionale polacco (Arma Krajowa) iniziò la rivolta di Varsavia per liberare la città dagli occupanti tedeschi. Le truppe sovietiche, pur presenti in Polonia, non corsero in aiuto. Il fatto che le forze sovietiche fossero esauste non spiega perché si rifiutarono di fornire assistenza ai rivoltosi polacchi, né spiega gli ostacoli posti da Stalin agli aiuti che britannici e americani intendevano mandare con un ponte aereo. Arma Krajova combatteva da solo, non rispondeva né a Stalin né al “Comitato Polacco di Liberazione Nazionale”, controllato dai sovietici e che Stalin intendeva instaurare al potere.

I nazisti si scatenarono sulla città di Varsavia, tra crimini di guerra, migliaia di morti innocenti e una campagna di distruzione feroce.

Per non alimentare miti nazionalistici, è bene notare come la presenza di numerosi atti eroici da parte della popolazione polacca contro l’occupazione tedesca non cancelli il fatto che c’erano anche polacchi che collaboravano con i nazisti e contribuivano alla guerra razziale contro i loro vicini ebrei. Anche molti tra i soldati sovietici che sconfissero i fascisti nell’Europa Orientale commisero crimini di guerra, tra cui stupri di massa contro le donne nei territori invasi.

Il patto Molotov-von Ribbentrop fu un accordo tra due dittatori che sapevano che prima o poi si sarebbero combattuti e volevano ritardare lo scontro per perseguire obiettivi più immediati. Ogni parola del documento presagiva le terribili invasioni che sarebbero seguite, il fine ultimo era una guerra talmente violenta che poteva essere scatenata solo da entità che vedevano nel nemico qualcosa di subumano.

La storia del patto può servire da codice interpretativo dei pericoli dell’autoritarismo e della necessità di opporvisi. La violenza del fascismo e la pericolosità di chi ne ammira i maggiori criminali dovrebbe essere chiara, ma è bene ribadirla. Importante è anche dubitare di coloro che a sinistra parteggiano per personaggi autoritari come Putin e Assad e le loro tendenze belliciste. Dobbiamo stare alla larga da chi trasforma la politica di partito e il culto della personalità in un ostacolo alla lotta contro il fascismo e l’autoritarismo. È bene mettere in dubbio chi ignora o giustifica i mali di Stalin, chi dice che gli esempi storici della politica di acquiescenza non possono costituire un insegnamento da utilizzare nell’attuale lotta contro il nazionalismo autoritario e la sua variante fascista. Chi ha una coscienza deve agire ora che le forze autoritarie vogliono dividere il mondo in zone controllate così da poter realizzare i propri fini con tutta la violenza di cui sono capaci.


Per approfondimenti:

  1. Antony Beevor. The Second World War. Little, Brown, and Company, 2012.
  2. Saul Friedlander, Orna Kenan. Nazi Germany and the Jews, 1933-1945, Harper, 2009. (Goebbels quoted on page 200).
  3. Jan T. Gross. Revolution from Abroad: The Soviet Conquest of Poland’s Western Ukraine and Western Belorussia. Princeton University Press, 2002. (Molotov quoted on page 12).
  4. “Killing Centers in Occupied Poland, 1942.” United States Holocaust Memorial Museum.
  5. Mark Mazower. Hitler’s Empire: How the Nazis Ruled Europe. Penguin, 2008.
  6. David Wingeate Pike, “Between the Junes: The French Communist from the Collapse of France to the Invasion of Russia.” Journal of Contemporary History (SAGE, London, Newbury Park and New Delhi), Vol.28 (1993), 465-485. (Communist newspaper quoted on page 470).
  7. Simon Sebag Montefiore. Stalin: The Court of the Red Tsar. Alfred A. Knopf, 2004. (“Clean out the ‘synagogue’ quote on page 304).
  8. Anthony Read and David Fisher. The Deadly Embrace: Hitler, Stalin and the Nazi-Soviet Pact, 1939-1941. W.W. Norton, 1988.
  9. Raymond James Sontag and James Stuart Beddie, Eds. Nazi-Soviet Relations: 1939-1941. US Department of State, 1948.
  10. “World War II: The Molotov-Ribbentrop Pact (August 23, 1939).” Jewish Virtual Library.
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