L’ascesa dello Sbirro di Guerra

Recensione di “Rise of the Warrior Cop”

Di Kelly Wright. Originale pubblicato l’otto agosto 2018 con il titolo Review: “Rise of the Warrior Cop”. Traduzione di Enrico Sanna.

Questo libro arriva giusto a proposito dopo la mia ultima recensione per C4SS del libro Tyranny Comes Home: The Domestic Fate of U.S. Militarism, di Christopher Coyne e Abigail Hall. Se Tyranny Comes Home rappresenta uno sguardo d’insieme delle generiche implicazioni dell’avventurismo militare americano, “Rise of the Warrior Cop” (Ascesa del Poliziotto Guerriero, ndt) analizza in dettaglio casi singoli, raid raffazzonati senza preavviso che fungono da precedente di una più generale militarizzazione delle forze di polizia. La prima cosa che mi ha colpita è come i periodi di espansione dello stato e militarizzazione della polizia seguano uno schema comune.

Il rafforzamento dello stato di polizia segue invariabilmente periodi di eccezionali disordini sociali. Oltre metà del libro illustra le origini e la storia della polizia nel mondo, in particolare negli Stati Uniti. Da un libro che parla di abusi della polizia ci si aspetterebbe una difesa strenua del Quarto Emendamento, e Balko non delude, ma mi ha fatto piacere trovare anche una difesa totale dello spesso ignorato Terzo Emendamento e del contesto che lo lega al quarto.

Il primo passo verso la militarizzazione, nota Balko, fu compiuto dall’amministrazione di Richard Nixon, quando scoprì che capitalizzare sulla paura che i bianchi avevano della criminalità dei neri rendeva molto. Il pubblico ignorava ampiamente i dettagli delle dinamiche del crimine, o banalità come il fatto che una migliore illuminazione di certe strade contribuiva alla riduzione del crimine più, ad esempio, di una squadra di intervento rapido (Squat) usata in interventi antidroga.

Negli anni 1960, Nixon riuscì a deviare l’attenzione dal Vietnam, così come dallo scandalo Watergate, agitando lo spauracchio dei disordini razziali e delle droghe pericolose. A microfoni spenti poteva anche ammettere che criminalità e uso di droga erano in calo, ma capitalizzava sull’errata credenza popolare che immaginava la criminalità in crescita. Il libro è un caso di studio che illustra gli incentivi perversi che infestano la pluridecennale Guerra alla Droga.

Molte decisioni di Nixon, inoltre, sembravano calcolate in modo da “dare le colpe alla sinistra”, tanto per citare il capo del suo staff, cosa non molto dissimile dalle linee guida degli attuali repubblicani.[1] Perché fare cose che funzionano quando si può ricorrere ad espedienti politici? Questo atteggiamento era evidente anche nella politica dell’ufficio per il rispetto delle leggi sulle droghe, precursore dell’attuale antidroga, il quale preferiva una tattica quantitativa (numerosi trafficanti minori) ad una qualitativa (colpire le poche imprese criminali che contribuivano alla diffusione della droga).

Scrive Balko:

L’amministrazione [Nixon] voleva qualcosa di tangibile da spacciare alla popolazione. Se i numeri reali non dimostravano l’efficacia delle sue azioni, si potevano però creare dati statistici impressionanti eseguendo un gran numero di arresti e condanne per reati federali.

Una delle conclusioni principali che si ricavano dal libro di Balko è che gran parte della spinta iniziale verso la militarizzazione della polizia fu il risultato di una campagna di pubbliche relazioni condotta dal governo federale. Nixon soprattutto era particolarmente ansioso di dimostrare come la middle America, la cosiddetta “Maggioranza Silenziosa”, fosse animata da odi razziali. Durante la sua presidenza, Nixon riuscì a far rientrare gli “indesiderati” sotto l’etichetta comune della droga. Era facile puntare il dito contro neri, hippy e antimilitaristi e dire che rappresentavano il problema, e dire che erano tutti sballati era un modo efficace per inoculare la sua opposizione.

Mi colpisce apprendere che, se siamo riusciti a ridurre gli abusi di potere generati dalla Guerra alla Droga, in certi ambiti abbiamo fatto passi indietro. Balko racconta un episodio significativo della fine degli anni 1980 in cui l’isteria collettiva contro la droga, vista oggi, quasi fa presagire l’amministrazione Trump.

Sebbene i numeri mostrassero un calo nel consumo e nella dipendenza, un rapporto della Drug Strategy [della Casa Bianca, nel 1989] dichiarava le droghe una ‘crisi in evoluzione’, ‘la principale minaccia alla salute della nazione.’ La nomina di [William] Bennett [da parte di H. W. Bush a zar dell’antidroga] e il successivo inasprimento politico accesero l’isteria antidroga di altri pubblici ufficiali. Il senatore texano Phil Gram e il rappresentante della Georgia Newt Gingrich, entrambi repubblicani, presentarono un progetto di legge che prevedeva la conversione di caserme abbandonate in centri di detenzione per tossicodipendenti. Il repubblicano Richard Ray, della Georgia, propose l’esilio nelle isole Midway e Wake. Lontano dalle distrazioni, era la sua tesi, la riabilitazione sarebbe stata più facile. La proposta di Ray passò alla Commissione Servizi Armati della Camera. Ray raccontò di aver ricevuto una standing ovation quando presentò la sua idea davanti ad una platea di sceriffi e capi della polizia… Chiamato a testimoniare davanti al Congresso, Daryl Gates [fondatore delle prime squadre SWAT e del programma antidroga DARE] equiparò l’uso saltuario di droghe ad un ‘tradimento’, e pertanto consigliò la ‘fucilazione’. In varie occasioni durante gli anni 1980, camera e senato accarezzarono l’idea di estendere la pena di morte agli spacciatori.

Queste proposte furono presentate e divennero oggetto di dibattito durante l’amministrazione di George H. W. Bush, un’amministrazione bizzarra se paragonata a quella di Trump. Ma anche Trump ha chiesto l’estensione della pena di morte per gli spacciatori. E la proposta di Newt Gingrich di convertire le caserme in centri di detenzione è sinistramente simile ad un attuale piano del Pentagono che prevede la conversione di vecchie basi dell’esercito in campi di concentramento per 20.000 immigrati. È bene ribadire che questo linguaggio, questo sfoggio di muscoli, sia negli anni 1980 che oggi, sono in risposta a “crimini” senza vittime e nonviolenti, come il passaggio della frontiera senza permesso o lo scambio di droga e denaro tra adulti consenzienti.

Poco dopo l’insediamento, Trump telefonò a Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, che negli ultimi anni aveva fatto notizia con la recrudescenza della guerra alla droga nel suo paese. Rivolgendosi ai filippini, Duterte li aveva invitati a prendere l’iniziativa e farsi “giustizia” uccidendo chiunque fosse sospettato di essere coinvolto nel traffico di droga. Nella telefonata, avvenuta a novembre del 2016, Trump elogiò Duterte specificamente per la sua politica antidroga.

Il libro di Balko è come un fuoco lento. Illustra metodicamente come, poco per volta, le politiche contribuiscano ad inasprire la lotta alla droga e militarizzare la polizia. La tendenza a rafforzare il ruolo degli agenti di polizia e dei pubblici ministeri, eliminando poco per volta le protezioni offerte agli accusati dal Quarto Emendamento, attraversa trasversalmente i partiti e i tre bracci del potere. Balko spiega come i democratici abbiano contribuito ad ampliare l’autorità del governo per paura di apparire “deboli col crimine”. Un nome che spunta continuamente è quello del senatore Joe Biden, noto di recente per essere stato, assieme a Hllary Clinton, tra i candidati più papabili nella contesa contro Donald Trump nel 2020. E questo sarebbe il partito di opposizione.

Quasi tutti i democratici che compaiono nel libro di Balko esprimono l’insoddisfazione per il fatto che la Guerra alla Droga condotta dai repubblicani non fa abbastanza. Ad un certo punto Dick Cheney, segretario della difesa di Bush senior, dice: “Individuare e distruggere la produzione, il traffico e l’uso di droghe illegali è una missione altamente prioritaria del dipartimento della difesa riguardo la sicurezza nazionale.” Allo stesso tempo, l’allora presidente della commissione giudiziaria del senato, il senatore Joe Biden, dichiara alla Associated Press: “…detto in tutta franchezza, il piano [Bush-Bennett] non ha quella forza, quel coraggio e quell’immaginazione che la crisi attuale richiederebbe.”

Rivela Balko come un decennio prima, nel 1982, Biden presentò un disegno di legge che dava all’amministrazione Reagan un lungo elenco di poteri aggiuntivi al fine di portare avanti la guerra alla droga; tra questi, il potere di confiscare i beni senza un’accusa precisa e la possibilità per i pubblici ministeri di stimare l’ammontare del guadagno realizzato da una persona con il traffico di droga così da poter confiscare beni per quella cifra. In precedenza, le autorità potevano confiscare i beni solo se potevano dimostrare che erano serviti ad attività criminali. Il disegno di legge passò al senato con 95 voti contro uno.

Il libro fa salire la pressione a chiunque abbia una coscienza. Certi passaggi fanno star male, soprattutto quando Balko illustra i dettagli di certi raid raffazzonati. Detto questo, si tratta di un libro importante per chiunque intenda capire a fondo quella atrocità bipartitica che è la politica antidroga americana.


Note:

• [1] Dan Baum, Smoke and Mirrors: The War on Drugs and the Politics of Failure

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