Living My Life: La Storia di Emma Goldman

Di Kelly Wright: Originale pubblicato il 13 marzo 2018 con il titolo Emma Goldman’s Story: Living My Life. Traduzione di Enrico Sanna.

In Living My Life, l’anarchica, oratrice, immigrata, scrittrice e attivista Emma Goldman racconta la sua prolifica esistenza in un periodo tumultuoso della storia mondiale. Nata nel 1869 nell’allora zarista Lituania, la Goldman, arrivò negli Stati Uniti assieme a tanti altri immigrati provenienti dall’Europa Orientale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nel libro racconta la sua esperienza personale durante l’Era Progressista, rivelando le sue impressioni sui personaggi e gli eventi che hanno caratterizzato un’epoca così importante per la storia del mondo; persone come Pëtr Kropotkin, Voltairine De Cleyre, Vladimir Lenin, e avvenimenti come la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione di Ottobre.

Living My Life, dalla scrittura potente, è un’analisi profonda del pensiero degli anarchici e degli uomini del suo tempo. All’inizio del libro la Goldman spiega di essere stata spinta ad abbracciare la causa dell’anarchismo, del “bell’ideale” come lo chiama lei, dai fatti tragici dei Martiri di Halymarket. I martiri erano persone sottoposte a processo farsa e frettolosamente condannate a morte in seguito ad un’esplosione avvenuta durante una manifestazione di lavoratori a Haymarket Square, Chicago, il 4 maggio 1886. L’esplosione, che causò la morte di sette poliziotti e quattro civili, diede vita al luogo comune del bombarolo anarchico, anche se l’identità dell’autore non è mai stata scoperta. Alla sua morte, la Goldman fu seppellita in un cimitero nei sobborghi di Chicago, accanto al monumento ai Martiri di Haymarket, assieme alla sua compagna anarchica e femminista Voltairine De Cleyre.

Il libro si apre, lei ventenne, il 15 agosto 1889, giorno del suo primo arrivo a New York. Assieme ad altri componenti della famiglia, era migrata negli Stati Uniti, a Rochester, quattro anni prima. Gran parte del quarto di secolo di permanenza negli Stati Uniti la vede attiva a New York. Poco dopo il suo arrivo in città, lega con altri anarchici ebrei russi, tra cui Alexander Berkman, l’uomo che starà accanto a lei per il resto della vita (e che lei nel libro chiama affettuosamente “Sascha”) nonché autore di Prison Memoirs of an Anarchist (Memorie dal Carcere di un Anarchico). È in Living My Life che la Goldman rivela per la prima volta il suo ruolo nel complotto per l’uccisione di William Clay Frick, il magnate dell’acciaio il cui raffazzonato tentato omicidio mandò Berkman in un carcere federale per quattordici anni.

All’inizio del libro racconta acutamente e molto comicamente il tentativo di offrire prestazioni sessuali per raccogliere i fondi necessari a comprare la pistola con cui Berkman avrebbe dovuto assassinare Frick. “Il sedici luglio 1862, un sabato sera, andai a passeggiare su e giù per la Quattordicesima Strada, tra le tante ragazze che vedevo spesso esercitare il loro mestiere.”

La vicenda diventa comica quando racconta di essere andata in un ristorante con un uomo per sentirsi dire da lui che non era fatta per quel genere di lavoro.

Capì che non avevo nessuna esperienza. Qualunque fosse la ragione che mi spingeva sulla strada, certo non era debolezza o voglia di emozioni. ‘Ma migliaia di ragazze sono spinte da necessità economiche,’ esclamai io. Lui mi guardò sorpreso… Io volevo parlare di problemi sociali, delle mie idee, dirgli chi ero, ma mi trattenni. Non dovevo rivelare la mia identità: sarebbe stato imbarazzante se si fosse saputo che l’anarchica Emma Goldman bazzicava sulla Quattordicesima Strada. Che boccone ghiotto per i giornali!

La Goldman cominciò la carriera come conferenziere in giro per il paese e all’estero, a tenere discorsi su una vasta gamma di argomenti, dall’anarchismo alla solidarietà tra lavoratori, alla lotta alla coscrizione, la contraccezione, l’“amore libero”, l’ateismo e altro. Grazie alle sue potenti capacità oratorie e le sue opinioni controverse esplicite si guadagnò subito un posto di primo piano a livello nazionale e internazionale.

Tra gli episodi più surreali raccontati nel libro c’è il coinvolgimento nell’assassinio dell’allora presidente degli Stati Uniti William McKinley, nel 1901. Secondo i comunicati stampa, l’assassino Leon Czolgoz aveva confessato di essere stato spinto ad agire dalla Goldman. Appreso del suo apparente (e falso) ruolo nell’assassinio, la Goldman tornò a Chicago, dove fu arrestata dalle autorità federali. Durante la custodia, durata quasi due settimane, la Goldman incitò la rabbia della nazione e del governo federale offrendosi come infermiera per l’assassino Czolgoz e per il moribondo McKinley.

Uno dei [giornalisti] rimase di stucco quando dissi che avrei offerto le mie capacità professionali per assistere McKinley se me l’avessero chiesto, anche se le mie simpatie andavano a Czolgoz… “Non la capisco, lei mi confonde,” continuava a dire lui. Il giorno dopo sui giornali comparve questo titolo: “EMMA GOLDMAN SI OFFRE COME INFERMIERA DEL PRESIDENTE, MA SIMPATIZZA PER L’ASSASSINO.”

L’ultimo quarto del libro parla del periodo che va dall’arresto suo e di Berkman per propaganda contro l’obbligo di leva a quella “tragedia mondiale” che fu la Prima Guerra Mondiale. La Goldman fu arrestata in base alla nuova legge sullo spionaggio, una legge usata ancora oggi per mettere in carcere scomodi dissidenti politici. Le e Berkman furono condannati a due anni di reclusione e poi arrestati in uno dei famigerati “Palmer Raid” che mandarono in esilio centinaia di immigrati anarchici. L’atto rappresentò l’inizio di un’avventura in Unione Sovietica durata quasi due anni, durante i quali la Goldman capì che gli ideali comunisti della Rivoluzione Russa del 1917 erano stati traditi dal regime autoritario di Lenin.

Del libro mi colpisce la descrizione degli spazi organizzativi anarchici e radicali. Incredibilmente, pochissimo è cambiato in termini di organizzazione e priorità strategiche dell’anticapitalismo. Socialisti e comunisti erano dell’opinione che uno stato dei lavoratori fosse la strada più breve per la liberazione. Per gli anarchici, al contrario, lo stato era la base dell’oppressione capitalista dei lavoratori. Questo contrasto è presente in tutta la narrazione, permea gran parte dell’ultimo quinto del libro dove si narra l’iniziale appoggio della Goldman alla rivoluzione bolscevica, appoggio che le fece capire che uno stato comunista era pur sempre uno stato, soggetto a tutti i problemi che caratterizzano gli stati, come la centralizzazione, l’irreggimentazione e la soppressione del dissenso politico.

La Goldman fu esiliata in Unione Sovietica, assieme a centinaia di anarchici russi, il 21 dicembre 1919. All’inizio sperava, racconta, era incoraggiata dalla rivoluzione bolscevica, ma subito dopo il suo arrivo a Pietroburgo fu colpita dalle condizioni di vita e dalla repressione politica. Girando per il paese venne a sapere dei raid della Čeka contro i “controrivoluzionari” colpevoli di aver venduto i vestiti che avevano indosso per evitare la fame.

Le ferite della Russia rivoluzionaria non potevano essere ignorate a lungo. I fatti presentati all’incontro anarchico di Mosca, l’analisi della situazione fatta dai capi della Sinistra Socialista Rivoluzionaria, i miei colloqui con persone che dicevano di non avere affiliazioni politiche mi permettevano di guardare dietro le scene del dramma rivoluzionario e vedere la dittatura senza paraventi… Le tasse erano imposte con le armi… Chiunque osasse dire la sua era rimosso da posizioni di responsabilità… E poi gli oblava (i raid nelle case e per strada) notturni della Čeka, la popolazione terrorizzata nel sonno, le loro cose rovistate alla ricerca di documenti segreti, le retate fatte dai soldati lasciati a catturare le persone ignare che accorrevano nelle case prese di mira. Ogni minima infrazione era punita con lunghe carcerazioni, l’esilio in regioni desolate o anche la morte…

Ad un certo punto, dopo essere scappata dallo squallore dell’Unione Sovietica, la Goldman confessa ad un amico con le sue stesse simpatie politiche che “…non è solo il regime [bolscevico], ma anche i suoi fratellastri, i socialisti al potere in altri paesi, che mostrano il fallimento dello stato marxiano meglio di qualunque ragionamento anarchico…”

Una delle cose che più mi hanno interessato è la sensazione che ci fossero molti più anarchici ai tempi della Goldman di quanti ce ne siano oggi. Certo, i media screditavano e distorcevano i nostri ideali, ma a differenza di oggi gli anarchici avevano una base e un seguito. La Goldman e gli altri anarchici del suo tempo assistettero allo svolgersi dell’Era Progressista, con la forte concentrazione del potere nelle mani del governo e del relativo esecutivo, ed essi stessi furono vittime del nascente apparato di sorveglianza.

Questa recensione non pretende affatto di essere ultimativa. Non posso non raccomandare il libro a chiunque sia interessato alla storia americana, mondiale e anarchica. Ho scelto appositamente di non citare alcuni degli episodi più interessanti per non rovinare la sorpresa. Tra questi c’è l’incontro con Vladimir Lenin, che le offrì l’opportunità di fare pressione riguardo gli anarchici sovietici condannati al carcere, o la volta che Helen Keller, dopo aver seguito una lezione della Goldman, le fece cenno di tacere. Il libro parla anche della morte e del corteo funebre del suo compatriota russo, l’anarchico Pëtr Kropotkin. Fu un’epoca eccezionale. Vissuta da una donna eccezionale.

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