I Papà di Trump

Di Sheldon Richman. Originale pubblicato il 4 marzo 2016 con il titolo Trump’s Creators. Traduzione di Enrico Sanna.

Il fenomeno Donald Trump è certo una creatura dell’establishment repubblicano, ma non solo.

I leader repubblicani (sostenitori dei privilegi corporativi e di un imperialismo costoso) per decenni hanno fatto leva su una base sciovinista, protezionista, nativista e di altro genere “politicamente scorretto”, che in gran parte hanno finito per dare per scontato. I leader volevano i loro voti, non le loro opinioni. Non credevano che un giorno avrebbero accolto un candidato alla presidenza che avrebbe detto quello che loro pensavano. Hanno sottovalutato Trump e ora sono nei guai seri.

Ma l’élite repubblicana non è l’unico Victor Frankenstein di questa storia. Qualcun altro ha contribuito a dar vita alla creatura Trump: lo stato.

Da anni gli americani si sentono dire che il governo di Washington può gestire con competenza l’economia, le loro pensioni, l’assistenza medica, la cultura (con il controllo dell’immigrazione), e la politica estera. Ma col passare degli anni l’idiozia dello stato è sempre più evidente. Il debito nazionale cresce; il deficit annuale è enorme; pensioni e sanità hanno disponibilità scoperte; ogni tanto c’è una recessione; le tasse sono pesanti; la crescita economica è anemica; e le guerre sono infinite. Ma per chi è protetto i privilegi continuano. La risposta dei politici consiste in salvataggi per i ricchi, gesti simbolici per gli altri e poco altro.

Trump capitalizza su tutto ciò e accusa l’élite di governo di impotenza. Allude spesso a quella che è stata chiamata la sclerosi democratica, e si lamenta del fatto che i politici “parlano e non fanno nulla” (magari!). Al contrario, lui agirebbe deciso. Quando descrive il suo stile da affarista, sembra promettere che sistemerà tutto da solo. Poi parla di compromessi con i democratici al Congresso, ma questo non è il tema della campagna. Il problema dell’America, dice, è che ci sono leader stupidi che non sanno negoziare. Lui sarà un leader intelligente; e l’America tornerà grande.

Ma Trump non capisce le cause della sclerosi democratica, e pertanto sbaglia anche le soluzioni. La sclerosi non è il risultato di una leadership debole, ma del fatto che il governo vuole fare ingegneria sociale. Più il governo ci prova e più affonda nella palude legislativa e dei veti incrociati. Dopo anni di frustrazioni, la gente, ignorante di economia politica, cede all’uomo forte che promette di “fare le cose”.

Nel suo classico La Via della Schiavitù, F. A. Hayek parla di questo particolare pericolo, dello stato che fa ingegneria sociale. Sebbene Hayek metta in guardia dalle conseguenze per la libertà individuale di una pianificazione economica centrale che sostituisca il mercato concorrenziale, la sua analisi vale anche in questo caso. Scrive:

“L’incapacità delle assemblee democratiche di mettere in pratica quello che appare un chiaro mandato popolare porterà inevitabilmente alla sfiducia nelle istituzioni democratiche. I parlamenti saranno considerati “discorsifici” impotenti, incompetenti o incapaci di svolgere il compito per cui sono stati scelti. Cresce la convinzione che, se si vuole pianificare efficacemente, l’azione deve essere “portata fuori dalla politica” e messa nelle mani di esperti, che siano rappresentanti permanenti o entità autonome indipendenti.”

Nel caso di Trump, non si sente parlare di entità autonome di esperti. È Trump a presentarsi come l’esperto, il factotum, quello che non lascerà che i discorsifici intralcino la strada verso la “gloria rinnovata”.

Cosa importante, Hayek aggiunge che “la colpa non è né dei singoli rappresentanti né delle istituzioni parlamentari in quanto tali, ma delle contraddizioni insite nel compito affidato loro” (corsivo aggiunto). Hayek è troppo buono con i politici, ma l’argomento tiene. Gli altri leader non potrebbero fare di meglio perché quello che vorrebbero fare non può essere fatto nell’arena politica, fuori dall’ambito dello scambio volontario e della cooperazione sociale, particolarmente nel libero mercato (senza favoritismi, normative e tasse) dove la concorrenza decentrata e il sistema rivelatore delle perdite e dei profitti segnala gli inevitabili errori e incoraggia le correzioni.

Trump ha ragione: non si può affidare la gestione della nostra vita sociale ai politici. Ma ha anche torto: la società non può essere affidata al Gigante Buono, che sia Trump o qualcun altro.

In conclusione, non dovremmo aspirare ad essere una grande nazione, ma ad essere persone pienamente libere.


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