Media e Stato Corporativo

Di Kevin Carson. Originale pubblicato il 2 aprile 2016 con il titolo The Media and the Corporate State. Traduzione di Enrico Sanna.

In un’intervista con Cenk Uygur del 23 marzo, Bernie Sanders diceva: “In questo paese, i media sono un’arma della classe di potere,” e proseguiva citando le concentrazioni industriali (ad esempio, la Disney che possiede la ABC, Comcast la NBC eccetera). I media a proprietà aziendale hanno un interesse personale a riportare le notizie in modo da nascondere la causa profonda dei problemi. Altrimenti la struttura di potere verrebbe minacciata alla base. Sanders ha indubbiamente ragione. E non è una situazione accidentale: alle sue origini c’è il ruolo centrale dello stato.

I media tradizionali come i network, le tivù via cavo, i principali quotidiani e le agenzie di stampa, fanno parte di un sistema intrecciato di istituzioni di potere che comprende anche agenzie governative, grandi aziende, università, pensatoi e fondazioni benefiche. Tutte si basano sullo stesso schema organizzativo – gerarchie verticali, enormi burocrazie manageriali, regole weberiane, dirigenti da milioni di dollari – con uomini che passano da un’istituzione all’altra.

Questo complesso intreccio risale alla fine dell’ottocento, quando queste istituzioni nacquero e divennero il modello organizzativo dominante, basato sulla trasformazione verticale dell’economia e della società americana, e imposto al paese dallo stato e dagli interessi plutocratici che lo controllavano.

Nel caso della radio, fu l’approccio normativo dello stato a generare fin da subito i network nazionali. Il sistema creato dalla FCC (Commissione Federale per le Comunicazioni, ndt) dava un numero limitato di concessioni rispetto alle frequenze disponibili. Se l’intera gamma fosse stata aperta a tutti, secondo il principio per cui chi prima arriva prima è servito, qualcosa di simile al diritto tra stati rivieraschi della common law, accessibile a tutti purché non si disturbasse chi già c’era, le stazioni radio sarebbero state molte di più. E i partecipanti sarebbero stati molti di più: amatori, hobbisti, comunità locali, di lavoro. La stessa FCC avrebbe potuto concedere le frequenze ad una varietà di persone e gruppi; invece le diede quasi interamente ad imprese economiche. E dato il numero limitato di concessioni acquistabili, il loro valore inevitabilmente crebbe come le licenze dei tassì, tanto che solo gli interessi plutocratici poterono permettersi di comprarle.

Ma già prima della radio esisteva un mercato pubblicitario nazionale generato dalla concentrazione dell’economia nelle mani di poche aziende, con un insieme di istituzioni aziendali e governative in grado di influenzare il contenuto dei media.

Questo mercato pubblicitario, unito alla “proprietà intellettuale” dei contenuti e dei diritti di riproduzione, servì a rafforzare la concentrazione dei media in poche reti nazionali.

E il preesistente intreccio di istituzioni aziendali, statali e della società civile, a cui si possono assimilare i media, generò quel sistema di filtri e pressioni sistemiche dietro il quale si cela quello che Noam Chomsky e Edward Herman hanno definito il “modello propagandistico” dei media. Non è un puro e semplice condizionamento, come il veto imposto dagli inserzionisti su certi servizi o l’editorialista attento a non urtare la sensibilità dello sponsor, sebbene anche questo contribuisse a filtrare i contenuti. Ancora più importante era la comune estrazione sociale, l’affinità, i legami sociali tra i vertici dei media e chi governava le istituzioni, nonché le strutture organizzative simbiotiche delle istituzioni stesse.

Dirigenti di rete, conduttori di talk show, editori e direttori dei giornali vivono nella stessa cerchia sociale in cui vivono gli attori statali e aziendali di cui teoricamente dovrebbero essere i controllori. Ecco quindi che ci ritroviamo con organi di stampa “responsabili” e “patriottici” che si rifiutano di parlare dei crimini governativi, o con persone come l’editrice Katherine Graham del Washington Post che davanti ad un gruppo ammirato di ficcanaso della Cia spiega che “la gente non ha bisogno di sapere certe cose.”

La cultura giornalistica “professionale”, fin dai tempi di Walter Lippmann è dominata dalla stessa etica manageriale che domina le altre istituzioni governative: riportare “obiettivamente” cosa dicono “le parti” senza badare ai fatti. E visto che le risorse per fare vero giornalismo sono poche, e diminuiscono, ecco che la maggioranza dei notiziari televisivi e degli articoli dei giornali si riempiono di citazioni virgolettate di personaggi pubblici, dei loro portavoce o degli addetti alle pubbliche relazioni pubblici o privati. Ci sono corrispondenti, in paesi in cui gli Stati Uniti sostengono squadroni della morte o golpe militari, che scrivono gli articoli ricopiando i dispacci dell’ambasciata americana seduti in una camera d’albergo.

L’effetto cumulativo di tutti questi filtri, anche senza un grande controllo centrale, è una sorta di “mano invisibile” che produce esattamente l’effetto descritto da Chomsky e Herman: media di proprietà aziendale che riportano le notizie secondo l’ottica dello stato e dell’azienda che li controlla, proprio come se esistesse una censura ufficiale.

Sanders ha ragione: i media sono il braccio destro della classe di governo; e lo stato è il cuore.


Articolo citato in:

• Kevin Carson, The Media and the Corporate State, NewsLI, 5/4/2016

• Kevin Carson, The Media and the Corporate State, The Hartford Guardian, 8/4/2016

Letters for April 14 issue, Lahaina News, 14/4/2016

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